Forse è il caso di iniziare a conservare in maniera più attenta le fotografie del Castello Svevo di Augusta, perché lo vedremo così com’è ancora per poco.
Quella maestosa struttura che domina, insieme all’Hangar, lo skyline della città sta per essere in parte demolita. Il progetto di restauro proposto dalla Sovrintendenza ai beni culturali di Siracusa, infatti, determinerà l’abbattimento delle sopraelevazioni costruite sulla struttura federiciana, a partire dal 1890, per ospitare la casa di reclusione. Lo scopo pare sia quello di dare nuova luce alla componente sveva della struttura, o a ciò che ne resta, oggi in parte nascosta dalla sovrastruttura carceraria.
Le domande che questa scelta progettuale fa sorgere sono tante. Ne vale pena? È questa la strada giusta per valorizzare il sito? Quale sarà il futuro del Castello dopo le demolizioni? Perché il progetto non è stato presentato in un incontro pubblico, in modo tale da informare i cittadini su quello che sta per succedere?
Dubbi che su queste pagine hanno già trovato spazio in un ampio contributo, e che prima dell’inizio dei lavori dovrebbero anche trovare una soluzione.
È facile immaginare quale shock sarebbe per i cittadini, abituati da generazioni ad avere quel maestoso monumento negli occhi, scoprirlo una mattina fondamentalmente diverso.
Come da noi già illustrato (la relazione che introduce il progetto è reperibile anche su internet), i piani più elevati del Castello sono superfetazioni che hanno appesantito la struttura, alterandone forse in maniera irrimediabile la componente sveva.
La loro rimozione sarebbe, a detta dei progettisti, necessaria per il futuro del Castello.
Ma non tutti la pensano allo stesso modo. Tra questi l’architetto Costantino De Martino, studioso dei castelli siciliani. “Forse non si tiene conto – spiega l’architetto De Martino – del fatto che qualsiasi monumento storico è pervenuto a noi come sommatoria di sovrapposizioni aggiunte nel tempo. Ogni epoca ha lasciato la sua impronta, eliminarne una significa causare un vuoto storico oltre che architettonico nell’esistenza del monumento. E allora qual è la ragione per la quale si ritiene di demolire quanto è stato realizzato a fine ‘800? Che sia penitenziario o altro, che sia bello o brutto non ha importanza, ma rientra nella storia del Castello. Quando si guarda un monumento antico è come se si sfogliasse un libro di storia, dove non va strappata nessuna pagina. Ora spero che non venga dimenticato ciò che ritengo ancora più importante del Castello stesso, cioè l’ambiente circostante, che non è mai separabile per il suo carattere di colloquio col monumento e che, restaurato, potrebbe diventare uno dei più bei parchi di Sicilia”.
Il commento dell’architetto De Martino giunge a seguito di un intervento dell’Assessore comunale alla cultura Giusy Sirena, che sulla propria pagina Facebook si dice sostanziamene d’accordo con le scelte progettuali che porteranno alla demolizione parziale del complesso.
“Ho avuto modo, nel corso degli ultimi tre anni – racconta l’Assessore Sirena – di confrontarmi con tecnici della Sovrintendenza e di partecipare a tavoli tecnici nei quali si è discusso sulle modalità e sui tempi di intervento per il recupero del Castello. Mi sento di affermare che l’idea progettuale di base, e cioè la rimozione delle superfetazioni relative all’impianto del carcere, avvenuto negli ultimi decenni del XIX secolo, è pienamente condivisibile e dovrebbe esserlo da quanti hanno avuto modo di approcciare la normativa e le linee guida che regolano il restauro dei beni architettonici. Alcune scelte potrebbero risultare incomprensibili e contestabili, se non si conosce l’ambito in cui le scelte stesse maturano e non si conosce la filosofia di base che regola l’attività del progettista di un restauro così imponente e delicato. Riportare il Castello alla volumetria alla quale è pervenuto dopo gli interventi realizzati fino al XVII secolo risponde al principio, condiviso da gran parte degli studiosi di restauro e conservazione dei beni culturali, nonché alle indicazioni del MIBACT, di un “intervento diretto sul bene attraverso un complesso di operazioni finalizzate all’integrità materiale ed al recupero del bene medesimo, alla protezione ed alla trasmissione dei suoi valori culturali”. Senza voler sminuire il valore storico del penitenziario impiantato sul Castello Svevo, certamente risulta essere ben più determinante, per la trasmissione di valori storico-culturali, riportare il Castello stesso alla sua dimensione originaria, che ha mantenuto inalterata fino al 1890, e alla sua precipua vocazione di baluardo militare.
La scelta, quindi, di operare nel senso sopra descritto, a mio avviso, va ampiamente sostenuta, sia per le motivazioni di carattere storico-culturale sia per garantire la migliore conservazione dell’edificio ed evitare la perdita definitiva di una struttura architettonica di così alto pregio”.
Le parole dell’Assessore sono chiare, ma non risolvono i dubbi che in queste ore si stanno diffondendo tra la cittadinanza, stupita e incredula per quanto sta per accadere.
A fornire ulteriori elementi di riflessione sulla vicenda contribuisce Giuseppe Carrabino, presidente della “Società Augustana di Storia Patria” che segue da tempo le vicende le maniero federiciano.
“Chi ha avuto modo di entrare nel Castello – racconta Carrabino – a distanza di tempo dal restauro realizzato negli anni ’90, ha visto che gli spazi oggetto di quell’intervento sono in condizioni deplorevoli e che le volte sono puntellate. Questa situazione dipende dal fatto che il Castello sta scivolando a mare a causa del peso della struttura sovrastante. Ho avuto modo di visitare la struttura fino a poco prima del sequestro ed ho appurato che gli interventi di restauro sono stati vanificati e che alcune profonde fessurazioni si sono aperte nuovamente sulle pareti. Per questo motivo l’intervento sembra necessario. Il sequestro, poi, è stato deleterio, perché ha impedito ogni accesso sia alle aree interne che a quelle esterne al Castello, impedendo anche piccoli interventi di pulizia e favorendo, così, l’ammaloramento della struttura”.
A proposito del futuro del Castello dopo questo primo intervento, Carrabino aggiunge: “A mio avviso, l’aspetto positivo del progetto originario è il fatto che lo stesso preveda, già dopo il completamento del primo lotto, la fruizione della struttura. Quando venne approvato, si disse di realizzarvi il Museo del Mediterraneo, sarebbe invece più opportuno utilizzare gli spazi recuperati per il Museo della Piazzaforte, così da collocarlo nuovamente nei suoi locali naturali e riportare ad Augusta gli oggetti oggi custoditi presso il Museo dello Sbarco di Catania. La nota dolente della vicenda, invece, è quella riguardante la seconda parte del processo di recupero, che non è stata finanziata poiché manca un progetto concreto. Bisognerebbe capire di chi è la responsabilità di tale mancanza. Abbiamo perso 5 milioni non per colpe della politica, ma perché un progetto non esiste. Da questo punto di vista la Sovrintendenza dovrebbe fare chiarezza.”.
L’abbattimento delle sovrastrutture carcerarie del Castello Svevo di Augusta sembra quindi un male necessario, utile per scrivere una nuova storia per uno dei simboli della città. Per far ciò, è necessario che alla “fase 2” del recupero si dia concretezza il prima possibile e non si lasci annegare la struttura nell’eterno limbo che avvolge i monumenti augustani.
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