Paura e delirio a Siracusa/3 – 2020 I Sopravvissuti

“Ma sì”, il geometra Forzisi era raggiante, “coraggio, ragioniere, la movida è la nuova moda. Anzi, la covida, come la chiama qualcuno…”
“La… covi…?”
“Covida, movida… quel che è. Lo fanno tutti… Non possiamo esimerci. Coraggio, è venerdì sera, buttiamoci anche noi in mezzo alla folla, per una volta. Tanto ormai si può fare. È libera tutti”.
“E sia…”, il ragionier Spinoccia, come il novantanove per cento dei suoi concittadini non metteva piede nell’isolotto di Ortigia, centro storico di Siracusa, da quando era ancora possibile parcheggiare sulla scalinata del Duomo e nei cinema si poteva fumare. Ma gli pareva brutto rifiutare l’invito del collega.

Spinoccia e Forzisi raggiunsero così Ortigia, percorsero corso Matteotti e lì dovettero fare marcia indietro. Metri e metri di filo spinato rendevano impossibile l’accesso alle vie che conducevano a piazza Duomo. Fecero perciò dietrofront, si infilarono in via Dione e rimasero incastrati con la Smart di Spinoccia nella strettissima curva all’altezza del tempio di Apollo. Lì dove la progenie aretusea si era cimentata per decenni in prove di guida pericolosa in stato di ebbrezza, Spinoccia vi aveva immolato la fiancata della sua Smart di seconda mano, di cui doveva pagare quarantasei rate.
“Ci penseremo dopo”, disse Forzisi uscendo, a fatica, dal finestrino. “Forza e coraggio, basterà un carro attrezzi, ragioniere, cosa vuole che sia?”, Forzisi si calò sopra il naso e la bocca la sua mascherina tricolore e fece un passo allargando le braccia verso le colonne del tempio. “Ora godiamoci le bellezze del centro storicooooooo…”
Era caduto in una botola che si era spalancata tutt’a un tratto.
“Altolà, chi va là?”, gridò qualcuno da un balcone sparando un colpo di avvertimento con una carabina. “La mascherina, soldato, non ha la mascherina?”
Spinoccia tirò fuori il suo equipaggiamento anti-covid, che comprendeva guanti gialli da cucina, occhialini svedesi, cappellino da poker con tendina salvafaccia cucita a mano da sua moglie Stella e infine la mascherina, ricavata da un plaid anni Settanta imbottito di carta forno.
Dopo quattro secondi era già cianotico.
“Stava andando in pattuglia, soldato?”
“Signorsì, signore”, farfugliò.
“Bene. E mi raccomando, se vede un turista… Zac!! Questi cialtroni in bermuda hanno finito di profanare le sacre pietre. D’ora in poi chi vuole passeggiare per Ortigia senza incorrere in rappresaglie dovrà dimostrare d’esservi nato e presentare la dichiarazione dei redditi!”
“Sieg Heil”, concluse Spinoccia lasciandosi trasportare. Ma la voce misteriosa si era acquietata e lungo la via si poté solo sentire una finestra che qualcuno aveva sbattuto con una certa forza e poi più niente.

Spinoccia avanzò a casaccio, senza una meta precisa, in quel silenzio imbarazzante. Solo allora si accorse che qui e lì, nei portoni che davano sulle vie principali, gli ortigiani DOC vi avevano improvvisato garitte, recinzioni elettrificate e posti di guardia. E che il pupazzo di cartapesta che aveva intravisto poco prima mentre guidava, forse omaggio di qualche artista contemporaneo alla città, non era un elemento decorativo, ma era il cadavere decapitato e rinsecchito di un turista tedesco, riconoscibile per via dei caratteristici calzari.
Spinoccia si tolse i mocassini e, a passo felpatissimo, raggiunse la marina, sperando che nessuno lo sentisse, con l’idea di mettere tra sé e Ortigia la maggior distanza possibile nel minor tempo possibile. Ma non appena attraversò la porta spagnola, come se avesse oltrepassato una barriera invisibile, si accesero le luci e partì la musica techno. Subito un p.r. muscoloso vestito di canotta bianca e pinocchietti gli mise in mano un bicchiere pieno di un liquido colorato. Spinoccia non seppe cosa dire, anche perché una ragazza bellissima, anch’ella vestita di bianco, gli mise un secondo bicchiere nell’altra mano.
Fu ritrovato la mattina dopo, al mercato, sul bancone di una nota pescheria, mentre predicava in aramaico ai saraghi e ai gamberetti, in attesa del supplizio a cui sarebbe stato condannato, ne era certo, per l’ignavia dell’impero centrale. O almeno questo è quello che disse con volto contrito al vigile urbano che lo avrebbe multato di lì a poco per aver ostruito il passaggio sulla pubblica via con la sua macchina e per l’irresponsabile assembramento sullo stesso bancone.
Ritrovò il geometra Forzisi il lunedì successivo, sano, salvo e un po’ ammaccato al posto di lavoro, ma nessuno di loro osò mai chiedere all’altro cosa gli fosse successo. La vita continuò, a Siracusa, com’era sempre andata e come sempre andrà. E tutti vissero felici e contenti e con una villetta abusiva da sanare.

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