Finora solo disinteresse e inazione ma il dipinto versa in condizioni conservative ed espositive critiche”
Questione complessa quella del dipinto di Caravaggio, chiesto in prestito dal Mart, Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, di cui è presidente Vittorio Sgarbi, per un progetto di conservazione e valorizzazione, attraverso l’importante stanziamento di 350mila euro, di cui un loan fee al Fec, Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno, ente proprietario dell’opera, di 100mila. Quindi una “sponsorizzazione”, come previsto dall’articolo 120 del Codice dei Beni Culturali. Il progetto prevede la realizzazione di tutti gli interventi diagnostici e conservativi necessari e di una mostra negli spazi del Museo di Rovereto. Comprese le indagini ambientali nella chiesa dov’è attualmente esposto, S. Lucia alla Badia, che in quella d’origine, S. Lucia al Sepolcro, alla quale, previo parere dei tecnici, dovrebbe essere restituito alla fine dell’intervento e al rientro dalla mostra (e su questo aspetto dovremo tornare). In particolare, nella richiesta di prestito al Fec, del 21 gennaio 2020, il direttore del museo, Gianfranco Maraniello scrive: “Il progetto espositivo non ha solamente uno scopo di valorizzazione e ricerca, ma anche e soprattutto conservativo”. E aggiunge, “va ricordato che l’opera da anni manifesta la necessità di un intervento conservativo e che le direttive ministeriali – nello specifico la circolare n. 29 in relazione all’articolo 48 del Decreto Legislativo 42/2004 – ritengono l’approfondimento della conoscenza di un’opera e l’occasione per restaurarla una delle motivazioni rilevanti per concedere in prestito un’opera”.
Proviamo a parlarne senza affrontare il presupposto di fondo, l’opportunità o meno che le opere d’arte viaggino da una parte all’altra del mondo perché, in questo dibattito, entrerebbero in gioco principi opposti eppure egualmente condivisibili e perché nello specifico si tratta di un caso assai infrequente di prestito legato a un “restauro”. Un solo esempio: quello dell’universalità dell’arte, del suo appartenere all’intera comunità umana, che dovrebbe consentire a tutti di fruirne direttamente, vis-à-vis, e quello, sul fronte opposto, di chi osteggia il turismo delle opere d’arte per una serie di motivazioni.
Rileviamo solo che ai termini di legge, in genere, l’istituto del prestito esiste e ammettiamo quindi, per semplificare, che l’accordo nato tra il Fec, la Provincia autonoma di Trento, la Diocesi e le istituzioni territoriali regionali non debba essere messo in discussione, se il presupposto è che tutto si svolgerà nel rispetto delle norme di tutela.
E qui nasce l’altra questione: il capolavoro di Caravaggio può affrontare un tale viaggio?
Chi dovrebbe deciderlo se non gli esperti? Una presenza richiesta espressamente qui a Siracusa proprio dall’ente massimo di tutela del nostro patrimonio artistico, la Soprintendenza ai Beni Culturali.
La dottoressa Irene Donatella Aprile ha infatti sottoposto il proprio eventuale parere favorevole al trasferimento della tela solo a seguito dei risultati che verranno fuori dal sopralluogo, qui a Siracusa, del massimo Istituto italiano di rilevanza internazionale, l’Istituto Centrale del Restauro, un appuntamento fissato per i primi di marzo e ritardato, per l’emergenza covid, a fine giugno.
A fugare i dubbi sotto questo aspetto, va chiarito che obiettivo del sopralluogo sarà preliminarmente la verifica dell’attuale status del dipinto. Le ultime informazioni scientifiche risalgono alle indagini effettuate nel 2005 dal Crpr, Centro Regionale Progettazione e Restauro di Palermo, che avevano rilevato diverse criticità conservative (su cui torneremo in un prossimo articolo). Quindi, tra il dicembre 2015 allo stesso mese del 2016, dallo stesso Centro fu condotta una campagna di monitoraggio microclimatico, sia all’interno della Chiesa di Santa Lucia al Sepolcro che in quella della Badia, al fine di acquisire i parametri ambientali per un intero anno solare.
Compito del pool di esperti, guidati proprio dal direttore dell’ICR, Luigi Ficacci, che sarà anch’egli presente a testimonianza della delicatezza dell’operazione, sarà comprendere se e quale intervento conservativo si dovrà eseguire sul quadro per consentirne l’eventuale spostamento.
Un intervento che si svolgerebbe in un cantiere aperto di restauro, un’esperienza cui i Siracusani non hanno mai partecipato, unica a quasi 50 anni dallo storico restauro condotto dall’Icr nei suoi laboratori romani.
“Dopo i tanti articoli su “Il Giornale dell’Arte” almeno dal 2016 per ricordare a tutti, esperti e non, la necessità di tutelare in ogni modo, quanto prima, questo capolavoro dell’ultimo Caravaggio, dopo una conferenza al Palazzo Bellomo nel 2017 per accendere i riflettori sul quadro, e dopo aver verificato la sostanziale inazione di tutti – ricorda la storica dell’arte Silvia Mazza – solo durante il breve periodo, pochi mesi, dell’assessorato di Vittorio Sgarbi alla Regione Sicilia, chiamata nel suo Ufficio di gabinetto, ho visto la reale possibilità di fare qualcosa di davvero concreto. Con lui avevamo fissato per metà aprile 2018 un appuntamento “operativo” a Siracusa ma già ai primi del mese Sgarbi decideva di rimettere il proprio mandato al Presidente Musumeci e tutto si è fermato.
Poi, inaspettato, l’estate scorsa ho ricevuto da lui l’invito a collaborare al progetto di valorizzazione e conservazione del dipinto di cui si faceva promotore il Mart, Sgarbi ne era intanto diventato presidente. Io non so quanto a Siracusa si conosca questo progetto che non si è avuto il tempo di presentare in una conferenza stampa per la quale si attendeva il sopralluogo Icr e la presenza del direttore Ficacci. Le notizie ‘incontrollate’ dell’ultima settimana sono state alimentate da una polemica a priori, non interessata a verificare i reali contenuti del progetto. Mi sarebbe piaciuto, invece, che il mio coinvolgimento nel progetto, in cui rivesto il ruolo di coordinatore tecnico delle procedure inerenti l’intervento conservativo e il prestito, fosse stato visto come una garanzia. Avrebbe dovuto parlare per me la mia storia giornalistica e il mio impegno attivo nel promuovere momenti di confronto pubblico, molti dei quali proprio a Siracusa, nella convinzione che la partecipazione dei cittadini e delle comunità sia la chiave per accrescere la consapevolezza del valore del patrimonio culturale e che tale consapevolezza possa, in definitiva, contribuire al miglioramento della qualità della vita della collettività.
Veniamo al progetto. Il museo di Rovereto si impegna a farsi carico dei costi relativi alle indagini diagnostiche con cui l’Istituto Centrale del Restauro di Roma potrà stabilire l’effettivo stato conservativo del dipinto, e qualora, come sembra, necessiti di un intervento conservativo, a coprire i costi anche di quest’ultimo, come pure delle indagini condotte dai tecnici per accertare le condizioni ambientali di entrambe le chiese; e ancora se serva una teca di cui si è già parlato in passato; o se si possano adottare misure alternative, per esempio, come quella di condizionare una porzione dell’ambiente espositivo. Il Mart si impegna anche a sostenere “la valorizzazione dell’opera sul territorio della Regione Sicilia”, coinvolgendo lo stesso Comune di Siracusa. In cambio chiede l’esposizione del dipinto presso i propri spazi per una mostra della durata di tre mesi, che, per citare Sgarbi, ‘cuce insieme passato e presente, Nord e Sud, il genio di Michelangelo Merisi a quello di Alberto Burri’. Una recente circolare della Dg Archeologia Belle arti e Paesaggio del MiBACT, strumento d’indirizzo utile a fornire chiarimenti in tema di prestiti, distinguendo tra le ragioni per cui prestare o non prestare un’opera, tra le prime inserisce proprio quella di “cogliere l’occasione per restaurarla”.
Quanto all’iter amministrativo, il prestito dell’opera sarà concesso dal Fec, previo parere della Soprintendenza, una volta che quest’ultima avrà acquisito la relazione tecnica dell’Icr, e dell’Arcidiocesi, che già si è espressa favorevolmente. Tengo molto a sottolineare l’importanza del coinvolgimento del massimo Istituto italiano in materia di restauro, quale ulteriore elemento qualificante la correttezza e qualità del progetto del Mart. Non è affatto così scontato. Per la recente movimentazione dell’Antonello da Messina non è stato fatto. Fin dai miei articoli dedicati all’argomento, invece, ho cercato il parere qualificato dei suoi tecnici. Come quello di Roberto Ciabattoni (Laboratorio di fisica), che fa parte del pool di funzionari coordinato dal direttore Ficacci, che verrà a Siracusa, insieme a Fabio Aramini (fisico); Marco Bartolini (biologo); Carla Zaccheo (restauratrice) e Carlo Cacace (Carta del Rischio). Mi lasci dire, una squadra formidabile, alla quale ci si rimette per ogni decisione in merito al quadro e al luogo espositivo che ne garantisca la conservazione. Il coinvolgimento del prestigioso Istituto romano, peraltro, era stato già previsto da Sgarbi Assessore, che mi aveva incaricato di redigere già allora, in quanto componente del suo Ufficio di Gabinetto, formale richiesta del parere. Vorrei evidenziare anche che nella Soprintendenza a guida Aprile ho trovato un interlocutore istituzionale davvero attento alla tutela.
Il prestito è limitato a tre mesi soltanto come stabilito dal FEC, mesi invernali in cui i flussi turistici sono quasi assenti qui in Sicilia. E si è pensato anche a creare una copia dell’opera: la realizzerebbe la stessa ditta che ha fatto quella della Natività di Palermo il cui originale, come si ricorderà, è stato rubato, forse su ordine di qualche mafioso, nel 1969. La copia sostituirà l’originale per i tre mesi e poi resterà alla città che, potrà, per esempio, darla in prestito al posto dell’originale, come la copia del Manto di Ruggero dalla Fondazione Ratti di Como, realizzata in occasione della mostra sui Normanni a Palazzo Venezia a Roma nel 1994, per superare le serie problematiche di conservazione dell’originale custodito presso il Kunsthistoriches Museum di Vienna.”
“Non ho mai condiviso la logica della emergenzialità – chiarisce poi -. Ci si dimentica di un capolavoro, lo si lascia anche deperire e poi si fanno le barricate, come nella primavera del 2017, contro l’ipotesi del suo trasferimento al G7 di Taormina. L’importante è che resti a casa, anche se in casa non lo si custodisce e valorizza adeguatamente. Sono trascorsi ormai tre anni dalla Conferenza sul tema che avevo promosso al Bellomo e il dipinto è stato lasciato lì dove temperature e umidità relativa hanno superato il limite ottimale, con percentuali che arrivano fino al 100%, secondo i dati allarmanti rilevati dal monitoraggio microclimatico effettuato tra il 2014 e il 2015 dal Centro Regionale per la Progettazione e il Restauro (CRPR) di Palermo, e resi pubblici per la prima volta proprio in quell’occasione.
La proposta di conservazione e valorizzazione dell’opera da parte del Mart si qualifica come una sponsorizzazione, importante dato che in passato il Fec ha sottolineato i costi elevati delle operazioni richieste dalla Soprintendenza, di cui non poteva farsi carico, date le risorse limitate di cui dispone (per il presidente Eike Schmidt servirebbe il triplo dei fondi attuali).
Vale la pena sottolineare, una sponsorizzazione, caso più unico che raro in Italia, fatta da un’istituzione culturale di prestigio. Un museo che finanzia indagini diagnostiche e un intervento conservativo che con tutta probabilità si renderà necessario (per le vernici alterate, per le modalità di stesura di queste ultime, per la presenza di una macchia di incerta origine sul retro, e anche solo perché sono trascorsi decenni dall’ultimo restauro con la certezza che l’opera sia rimasta a lungo in condizioni microclimatiche proibitive, come dalle indagini del Crpr) è cosa diversa da un brand di calzature come Tod’s che sponsorizza il restauro del Colosseo. Sebbene di questi tempi sia fondamentale l’apporto finanziario dei privati, è cosa ancora ben diversa da una marca di scarpe sportive che fa da sponsor al concerto di un dj che trasforma il Parco archeologico di Selinunte in una mega discoteca.
Se i musei italiani escono duramente provati dalla chiusura imposta dalle misure di contenimento del Covid-19, tant’è che in molti non sono ancora riusciti ad aprire e molti altri non riusciranno a farlo in tempi brevi, il Mart è in grado di mantenere il suo impegno preso prima dell’emergenza sanitaria, per un progetto di valorizzazione e conservazione a favore, prima di tutto, dell’opera nella città che lo custodisce, Siracusa, e più in generale della Sicilia. In cambio chiede, come previsto da circolari e linee guida del Mibact, utili strumenti di indirizzo in tema di prestiti pure nella Regione autonoma, di poter esporre il dipinto nei propri spazi museali. Privarsi del dipinto per pochi mesi significa in realtà salvarlo. O si preferisce che continui inesorabile il suo innegabile deterioramento?”

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