Non basta l’assoluzione di Massimo Carrubba. È tempo di risposte certe

La Magistratura sia rigorosa e non lasci zone d’ombra

 

In un paese normale, con una Magistratura terza rispetto agli altri organi dello Stato, le motivazioni della sentenza assolutoria emessa in favore dell’ex sindaco di Augusta dovrebbero aprire due scenari assolutamente logici e necessari.

Primo scenario: la Procura prende atto delle valutazioni del Tribunale, le contesta e pone all’attenzione della Magistratura giudicante di secondo livello nuovi e più concreti elementi di prova per supportare una tesi accusatoria poiché, secondo la valutazione del Tribunale: “Non è stato possibile accertare l’intervenuto accordo tra il Carrubba e i vari esponenti del clan Nardo sul territorio del Comune di Augusta”.

Oppure, secondo scenario, si avvia una indagine per sapere se svarioni, costruzioni accusatorie forzate e le conclusioni dell’indagine amministrativa sono state il frutto di ordinaria superficialità da parte degli inquirenti; questo perché è stato l’insieme delle risultanze delle attività di indagine presentate dagli inquirenti a indurre la Procura all’incardinamento di un processo indiziario costruito su indizi inesistenti con tesi precostituite il cui effetto, di fatto, è stato quello di togliere di mezzo fastidiosi pubblici ufficiali che col loro agire, volenti o nolenti, si contrapponevano a disegni predatori di gran lunga più corposi di un appaltuccio da quattro soldi.

Come si è visto dal dibattimento e dall’esame degli elementi a supporto dell’accusa (utilizzando le stesse parole del tribunale) “L’imputato Carrubba non ha mai avuto contatti diretti con nessuno dei soggetti che già all’epoca erano noti esponenti del clan” … “e ha intrattenuto rapporti di cortesia con (altri) soggetti, senza che tuttavia sia mai stato provato, al di là di ogni ragionevole dubbio, l’intervenuta conclusione di un accordo con i suddetti soggetti”.

Nell’illustrare le conclusioni e nel descrivere le motivazioni in una sentenza di ben 243 pagine, il Tribunale non dimostra remore nell’affermare che: “L’accusa mossa a carico del Carrubba, pertanto, pare più frutto di un massiccio travisamento di alcune conversazioni intercettate, che dell’effettiva sussistenza di contatti illeciti del Sindaco con i diversi esponenti del clan” e che l’ipotesi dell’accusa secondo cui i 297 voti di differenza al turno di ballottaggio tra Carrubba e Stella “…sarebbero derivati proprio dall’essersi il Carrubba messo a disposizione del Clan… non ha trovato riscontro nell’istruttoria svolta”; infine, per la vicenda relativa alla locazione dell’immobile di Puccio Tabita (altro elemento a supporto di un presunto scambio di favori con i gruppi criminali), la sentenza stabilisce come “l’infondatezza dell’accusa … assume carattere di tutta evidenza” … posto che “le circostanze rappresentate, provate dalla documentazione in atti prodotta dalla difesa, dimostrano già di per sé non solo la legittimità della procedura seguita per la selezione dell’immobile… ma anche che il Carrubba non ebbe mai ad interessarsi della vicenda o a far pressioni per fare ottenere il contratto a Tabita. Pertanto non si comprende in che modo l’imputato avrebbe potuto favorire il Clan Nardo. L’ipotesi dell’accusa è rimasta totalmente priva di riscontro…”.

Inoltre, si legge sempre nelle motivazioni della sentenza, l’esposto di Pippo Amara, sul quale si è anche fondata l’inchiesta “… appariva effettivamente privo di fondamento”.

Questi i passi salienti della sentenza che demolisce in modo radicale ogni ipotesi accusatoria e giunge alla conclusione che l’imputato Carrubba vada assolto “per non aver commesso il fatto”. La sentenza poi passa ad esaminare la posizione dei vari imputati mettendo in luce pratiche e sistemi in uso presso il mondo del malaffare tutte tese a coinvolgere, compartecipare e realizzare collusioni con una parte di quel mondo di mezzo pieno di personaggi presenti nella vita politica che con la Politica propriamente detta hanno ben poco a che fare, concentrati come sono a cercare un cavallo vincente, chiunque esso sia, per avere interlocuzioni e garantirsi affari e profitti.

Se non fossero sconvolgenti, alcuni colloqui tra questa banda bassotti e noti avvocati o sedicenti mediatori andrebbero studiati nelle scuole per capire come spesso l’indifferenza, la superficialità e la presunta equidistanza dalle varie opzioni politiche (“Tanto su tutti i stissi”) costituisca un naturale terreno di coltura per la criminalità, il malaffare e il malgoverno; terreno in cui alcuni cittadini/elettori si trasformano da vittime in carnefici a causa del proprio superficiale approccio a temi delicati e dirimenti come quelli affidati, in un regime democratico, alla Politica.

Ricapitolando, sostanzialmente dalla sentenza emerge che l’inchiesta parte da un esposto di Pippo Amara e si sostanzia appunto in un “massiccio travisamento” di alcune conversazioni intercettate.

Nello svolgimento del processo, inoltre, è emersa una notevole quantità di presunti elementi di prova non esibiti perché smarriti dagli inquirenti, pasticci e altro che, se non fossimo in presenza di un contesto inquietante, potrebbe essere il canovaccio per una commedia degli equivoci.

Se quanto visto si mette in parallelo con quanto emerso, ed è in emersione, nel cosiddetto “Sistema Siracusa”, tutto ciò solleva non pochi interrogativi e richiede una disamina puntuale e puntigliosa delle varie fasi dell’inchiesta penale ma anche delle conclusioni della Commissione di accesso che portò allo scioglimento del consiglio comunale di Augusta (peraltro più volte portate criticamente all’attenzione dell’opinione pubblica da parecchi attori della vita politica: dall’on. Piscitello allo stesso Carrubba).

Le domande che si pongono nascono da alcune semplici considerazioni: Augusta non è un paesino dell’entroterra siciliano dedito alla pastorizia, al turismo domenicale o all’economia agricola minore; nel suo territorio e in quello limitrofo sono presenti stabilimenti industriali, attività economiche ed interessi di proporzioni ciclopiche nei confronti dei quali una mancata autorizzazione, una permanente distrazione sui temi della sicurezza e dell’ambiente, una gestione del territorio rispettosa degli interessi generali possono determinare la perdita di profitti considerevoli e spesso gli amministratori e i cittadini di questi Comuni sono stati oggetto di aggressioni virulente che non hanno disdegnato di coinvolgere anche chi doveva vigilare (vedasi processo Oikoten, mare rosso o similari).

La tecnica è sempre la stessa: si procede con lettere anonime, articoli compiacenti di giornalisti (!) prezzolati, depistaggi, scoop costruiti a tavolino e simili architetture la cui summa, negli ultimi anni, abbiamo imparato a conoscere dalla stampa nazionale.

Si utilizzano procedure e tecniche, formalmente dentro le norme ma che, gestite da grandi vecchi, assistiti spesso da commentatori poco accorti (o peggio, velinari, o ancor più stipendiati dai vari “registi”), assicurano il “battage” pubblicitario necessario a fuorviare l’opinione pubblica a cui non par vero di poter immolare il politico di turno senza distinzioni di censo, storia personale ed appartenenza politica, in modo da consolarsi nel giudizio catartico “son tutti ladri” costituendo, così, il terreno di coltura per ulteriori nuovi massacratori della vita pubblica.

Quindi Augusta Melilli e Priolo costituiscono un triangolo dove vi sono interessi diffusi molto consistenti ed è qui che la Magistratura deve essere rigorosa dipanando ogni dubbio e aiutando le altre istituzioni a fare chiarezza senza lasciare zone d’ombra.

In caso contrario per ogni “affaire” non riuscito se ne costruiranno altri e altri ancora, in un massacro permanente della coscienza civile e della civiltà giuridica del nostro vivere civile. Questo bisogna sapere per chiudere la partita, altrimenti avremo sprecato una quantità enorme di denaro pubblico per fare ciò che i grandi vecchi, che da sempre muovono gli affari sporchi del territorio, non erano riusciti a fare con i soliti strumenti di ricatto e dell’intimidazione che tanto hanno condizionato la vita della nostra provincia e dell’intera nazione.

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