L’Ultima cena spiegata da Frate Alberto Maggi

 

Frate Alberto Maggi in questo periodo pasquale vogliamo riprendere e riscoprire, anche sinteticamente, i versi dell’ultima cena e capire da lei biblista il loro attuale significato?

Certamente, parliamo dell’ultima cena che ci racconta Matteo. Bisogna sapere che ogni evangelista descrive la vicenda in maniera diversa; questo perché i vangeli non sono cronache, ma teologia, riguardano la fede, sono ciò che ognuno di quei teologi ha voluto trasmettere teologicamente. I vangeli servivano alla crescita delle comunità, non rappresentavano un semplice raccontino, ma un cammino di fede.

Veniamo a quella oramai divenuta sera, come si svolse?

Dobbiamo porre una premessa: quella cena pasquale fu totalmente diversa da quella ebraica, lo vedremo nei vari passaggi che ripercorremmo. Innanzitutto, non è presente l’agnello pasquale, nessun sacrificio neppure d’animale deve esserci, poi tutti devono essere accolti, anche Giuda che lo tradirà. Difatti, il suo comportamento è differente: quando Gesù dirà “qualcuno di voi mi tradirà” tutti gli rispondono “sono io Signore”?”, solo Giuda ribatte “sono forse io Rabbi”?

C’è una netta differenza fra chi riconosce la sua divinità (Signore) e chi lo vede come maestro (Rabbi). Inoltre, quella paura dei discepoli proviene dalla loro non compiuta accettazione delle beatitudini, specialmente della povertà. Essa è una roccia, una sicurezza. Gesù continua: “colui che intingerà nel piatto…”, qui notiamo un’ulteriore trasgressione ai precetti ebraici: nelle cene ebraiche ognuno mangiava nel suo piatto qui è unico per tutti. Gesù continua “… meglio se quell’uomo non fosse mai nato”. Capisce Gesù, per quel che riguarda Giuda, una sua sconfitta – non è riuscito a farlo allontanare dalle tenebre – Giuda per pochi denari sprofonderà nell’oscurità. L’evangelista presenta Gesù uomo pieno, Giuda uomo svuotato che per paura di ciò che possibilmente accadrà – il suo arresto, già percepito – preferisce tradirlo. Alla risposta di Giuda Gesù risponde “tu lo dici”. Sarà la stessa frase che pronuncerà al sommo sacerdote e a Ponzio Pilato.

La dirà a Pilato che gli domanderà “sei tu il re d’Israele”

Si, con quella frase voleva dire: ragiona liberamente, pensi che io sia un rivoluzionario (per gli ebrei il Messia, il loro re, sarebbe apparso incitando il popolo a sconfiggere i romani). Per cui nell’episodio con Giuda significa: lo dici solo per tua convenienza non da mente libera.

Il momento importante della cena, cioè l’eucarestia?

Scrive Matteo: Gesù prese un pane, non il pane. Qui sta a significare che non agisce secondo un codice scritto, un vincolo di legge, ma l’alimento per nutrirsi e un pane, inoltre non azzimo come prescriveva la legge, fatto in casa dalle donne. Bisogna considerare che l’agnello veniva portato al tempio per essere benedetto dai sacerdoti. Qui è Gesù il pane che libererà definitamente dalla morte gli uomini per una nuova pasqua e non ha bisogno di andare in un tempio. È lui il tempio. La scelta che egli fa è quella della vita: offre la sua vita a tutti. Il pane presente sulla tavola è quello che conosciamo come arabo: tondo, uguale da qualsiasi parte si prenda.

Una proposizione di unità, d’uguaglianza?

Senz’altro, invece con l’agnello c’è una gerarchia: le persone più importanti ricevevano le parti migliori e poi a seguire. Con lui non ci sono privilegi. Poi Gesù lo benedisse, significa il riconoscere nel creatore l’origine del pane che non è in nostro possesso, lo spezzò e lo diede ai discepoli: loro lo presero, mangiarono. Questi due verbi sono un unico gesto.

Non c’è la congiunzione?

Esatto, cioè significa che non puoi prendere e mangiare il pane senza assimilarlo. Difatti, Giuda, già lontano come pensieri, lo prenderà, ma non lo mangerà. Anche in questo momento è presente un’altra trasgressione alla cena ebraica tradizionale: la non purificazione delle mani. Era un rito molto importante per gli ebrei, per l’evangelista ciò significa che chi mangia con Gesù è purificato. C’è da capire un altro aspetto non preso in considerazione da secoli nella chiesa, anche se esisteva in quella dei primi tempi. Scrive Matteo: Gesù prese “questo pane”, ma pane è maschile, mentre “questo” in greco – lingua che usa Matteo – è neutro. L’evangelista vuole riferirsi a tutto.

Cioè?

Lo spezzare, prendere, mangiare della comunità è “questo” il corpo del Cristo questa è la vera eucarestia non la sola ostia. La comunità con questa azione accoglie Gesù, spirito santo, diventando pane per tutti gli altri, muovendosi verso gli altri continuando la sua opera salvifica.

Allora per i credenti non è il prendere l’ostia, ma impegnarsi, assimilando quel pane, a continuare quell’attività nel dire a tutti qual è la vera libertà umana?

È questo che dovrebbero profondamente capire i credenti. Lo riafferma anche san Paolo nella prima lettera ai corinzi scrivendo “voi siete corpo del signore”. Poi prese il calice e ringraziò.

Perché usa il verbo ringraziare mentre prima con il pane aveva detto benedire?

Dobbiamo capire che benedire – shalom – era la parola ebraica, mentre il verbo ringraziare era d’uso fra i pagani. Egli vuole incarnare l’universalità del suo messaggio. C’è ancora un’altra differenza con la tradizione: era proibito avere un unico calice, ma in quella sera quel calice assimila il dare la vita. Poi, quando pronunciò la frase “questo è il mio sangue”, risultò molto urtante, sconvolgente – per il mondo ebraico era proibito bere sangue – per quell’espressione molti discepoli si allontaneranno dal cristianesimo.

Ma ci fu un momento storico nella vita d’Israele che parla di sangue

C’è l’episodio di Mosè con il sacrificio del vitello e l’aspersione del suo sangue sugli ebrei. Nell’ultima cena la vittima non è neppure un animale, ma Gesù e nessuna aspersione ma il berlo cioè l’assimilarlo. È ciò che ci rende come lui – figli di dio – in una nuova e universale alleanza. Gesù battezza in spirito santo cioè inzuppa non in acqua ma nel divino e Matteo continua con “versato in condono dei peccati”.

Questa frase a cosa si riferisce?

È il cancellare una direzione sbagliata che si è intrapresi. Con la nuova alleanza dove il tempio perde di significato: è inutile è Gesù che si offre all’uomo per la liberazione dal peccato. Si è liberi da dottrine, perché lui vuole la nostra autentica libertà sgombra da pregiudizi, egoismi, etc. che non ci rendono pienamente liberi. Nel tempio si andava a offrire sacrifici e offerte a dio tramite i sacerdoti per Gesù tutto ciò è finito è lui che si offre all’uomo senza giudicarlo. Infine Gesù dirà “d’ora in poi non berrò al frutto della vite”.

Perché l’evangelista non lo chiama vino?

Gesù nella cena non mangia né beve, è lui che si fa alimento e con il frutto della vite Matteo vuol far ricordare la parabola del vignaiolo e dei servi malvagi: quando infine il padrone invia il figlio i servi decidono d’ucciderlo

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