I Diari della Quarantena W l’ossìmoro!

 

Non mi sono mai piaciute le figure retoriche!

Le ho detestate soprattutto dopo il mio diciassettesimo esame all’università: letteratura italiana II corso.

Già il numero 17 non prometteva nulla di buono né tantomeno il professore di cattedra, un genio letterario ma il più temuto e a detta di molti il più antipatico. Eppure ero stata già così coraggiosa al mio primo esame da matricola proprio con lui. Primo esame: letteratura italiana I corso. Primo appello, primo giorno, prima della lista per scelta. Coraggiosa, forse un po’ fortunata.

A distanza di anni non poteva ripetersi altrettanta fortuna. Mi ero convinta che forse era stato un pizzico d’incoscienza ad aiutarmi tanto da lasciar stare quell’esame quasi alla fine: il diciassettesimo. Non prometteva nulla di buono.

n. appello, n. giorno ma sempre prima della lista per scelta.

Stesso coraggio? Stessa incoscienza? No. Detestavo l’idea di aspettare, di assistere agli esami altrui, vedere gli altri ripassare o chiedere al malcapitato “cosa ti ha chiesto?” A che serviva? Ogni esame è diverso, diverso è il momento, diverso il giorno, diversa la persona.

Ecco… era il 17. A volte mi capita di “annusare” qualcosa di speciale che accadrà e così allo stesso modo mi capita di non sentire magia nell’aria. È un modo per affrontare meglio le cose. Non è rassegnazione

E poi in fondo non mi avevano mai rimandato ad un esame fino ad allora e se doveva proprio capitare sarebbe stato meglio con lui, con il terribile docente. Mi sarei sentita meno colpevole, meno responsabile.

E così fu. Caddi sulle figure retoriche, analizzando i versi di una poesia. Il professore mi mandò via…

Ecco perché detesto le figure retoriche e la (brutta) figura fatta.

Ma l’ossìmoro, no! L’ho rivalutato in questi giorni: “accostamento di parole che esprimono concetti contrari”.

Ed in questa fase di lentezza potersi dire “a presto” per me è l’ossìmoro più bello!

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