Avrò scritto quattro o cinque bozze da quando gli amici della Civetta mi hanno proposto di condividere una pagina del diario della mia quarantena.
Che meraviglia, oggi – ha scritto l’Alessandra dal bicchiere mezzo pieno – il sole splende alto nel cielo, la primavera si presenta nei fiori che mia madre ha piantato nei vasi del terrazzo: prendo il sole tutto il giorno. Non ne avrei mai avuto il tempo se non mi avessero costretto alla clausura.
Che palle, questo pomeriggio – ha esclamato l’Alessandra annoiata – nessuno dei romanzi che ho a disposizione mi ispira, in tv non danno niente di interessante, non riesco ad alzarmi dal divano per la lezione di work-out…
Dai che ce la fai! – ha continuato a ripetersi l’Alessandra convinta – oggi smonti e rimonti tutta la casa per le pulizie di primavera! Quando ti ricapita questa grande possibilità? Non hai nessun appuntamento, nessun impegno: il tempo è tuo!
Davvero è questo quello per cui ho sacrificato tempo, energia e passione? – si è chiesta l’Alessandra frustrata davanti al pc, la didattica a distanza (questa sconosciuta), la rete wi-fi che non va.
Mai, nel rileggere i miei pensieri, ho provato così tanto disagio: la frustrazione si alterna all’entusiasmo; la noia e il dolore da una parte, l’allegria e la frenesia del fare dall’altra. Sembrano le parole (e le giornate) di bambine, ragazze, donne diversissime tra loro.
E tutte le volte che ho provato a continuare, nessuna di queste Alessandra mi ha convinto, nessuna mi è appartenuta totalmente. In questi giorni pare che il mondo intero senta il bisogno di vomitare pensieri, parole, opere, proponimenti. Io, invece, davanti alle pagine del mio diario non so come continuare a scrivere. E non mi riconosco. Io che non smetto mai di parlare, io che non conosco il dono della sintesi nella scrittura: io non so che dire?
Dapprima mi spavento. Poi trovo un senso alla mia incapacità di dire.
Non è che in questo tempo che scorre senza tempo, invece di parlare e di scrivere ho solo bisogno di silenzio?
E il silenzio diventa catarsi. E le Alessandra in me si quietano.

Commenti recenti