I Diari della Quarantena. Le catene dell’imbecillità. Non abbiamo un vaccino contro il dilagare delle fake news

 

Sono scecco: sono scecco in chimica, sono scecco in biologia, sono scecco in fisica, sono scecco in matematica. Temo che non sia un problema soltanto mio. Mi sono formato in una scuola che non mi ha dato una istruzione scientifica di base, degna di questo nome. Giuro che ho studiato. Non è dipeso da me. Non ho fatto lo scientifico, è vero. Ma se parlo con i miei amici che hanno frequentato quel liceo, non è che, a distanza di anni, li trovi messi poi così bene. Annaspano anche loro.

Non è solo una questione di conoscenze (tipo: spiegami la differenza tra massa e peso; oppure: quale indicatore distingue una sostanza acida da una basica? O ancora: che differenza esiste tra un batterio e un virus? E via di questo passo). No: è soprattutto una questione di metodo.

Non abbiamo acquisito (parlo in via generale) una abitudine mentale che ci porti ad affrontare la vita quotidiana distinguendo tra fatti e opinioni, tra probabilità e possibilità, tra deduzioni logiche e false inferenze, tra argomentazioni fondate e ragionamenti sconclusionati; insomma: tra discorso e chiacchiericcio. E così, nell’era della esplosione comunicativa, non abbiamo un vaccino che ci immunizzi contro l’epidemia degli “ho sentito dire che …” o dei “tu non ci credi, ma …”; contro il dilagare delle fake news e dei complottismi. Si annodano senza posa le catene dell’imbecillità. Bisogna metterci una pezza.

Mi ricordo i problemi della seconda elementare, del tipo: “La mamma va al mercato e compra 700 gr. di mele a 120 lire al kg; 800 gr. di pere a 150 lire il kg; 1,2 kg di arance a 90 lire il kg. Quanto resto le darà il fruttivendolo se la mamma lo avrà pagato con un biglietto da 500 lire?”. Si cominciava scrivendo perbenino i “dati del problema”; si illustrava il “procedimento del calcolo” e si arrivava alla “soluzione” che (vivaddio!) era una e una sola.

Ecco, forse bisognerebbe ripartire da lì, con pazienza e senza fretta; perché, mi sa, che ci siamo persi per strada.

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