I Diari della Quarantena. Caro Diario

 

Caro Diario, non ci sentiamo da anni, da quando, più che per una sorta di consuetudine della mia generazione che per reale motivazione, feci la prova a “tenerti”. Ti abbandonai quasi subito, ricorderai, perché mi ero reso conto di essere più preso dalla forma che dalla sostanza dei miei racconti quotidiani. Mi concentravo su virgole e congiuntivi, smarrendo ogni volta il senso del mio racconto. La vita reale era a tal punto intensa e “vissuta” che non trovavo alcun bisogno di fermarmi con te per “raccontarmi”. Ho sempre preferito e di gran lunga gli amici, ai quali confidare i miei più intimi segreti e dai quali ricevere altrettante storie di vita e di dubbi accumulati e irrisolti. Nel tempo, riflettermi è diventato per me un esercizio legato al confronto con un altro, che si sostanzia nella rivelazione di un altro me, rivelatore del o dei miei molteplici “me”, comunque contingenti, spesso dissonanti, pur sempre in divenire. Ora sono di nuovo qui, a tentare di imbastire un discorso con te, perché gli altri sono in questo momento forzatamente distanti e mediati da eccessiva virtualità e la virtualità, mi sono accorto, la amo sempre meno, dopo l’ubriacatura iniziale. L’età, peraltro, mi ha reso molto più chiuso e schivo, anche perché sono nel frattempo invecchiato convincendomi, il più delle volte sbagliando, di dover ostentare sempre e comunque sicurezza e determinazione. Riflettersi, così, è diventato il momentaneo soffermarmi davanti a uno specchio, quando faccio la barba o quando, per puro caso, incrocio i miei occhi mentre sciacquo il viso. Ma il bisogno di dirsi è comunque rimasto in me, e con questo l’urgenza di raccontarmi per provare a comprendermi, quanto meno in superficie (in profondità può anche essere il massimo, mi dicono, ma soffro di vertigini). Ho una compagna alla quale dico di me, seppure tra mille imbarazzi e difficoltà e più su sua sollecitazione che per un mio slancio spontaneo. Spesso lei arriva a scardinarmi, mi smonta e mi rimonta e trovo che sia sano e persino appagante. Ma quanto è faticoso… In questi giorni di isolamento e di quarantena (parola che a quelli della mia generazione rievoca vecchi racconti di marinai) ho molto pensato a com’ero, a cosa sognavo, a cosa immaginavo nel mio domani e, l’avrai intuito, a come sono diventato. Ho visto tante di quelle cose in questi anni: l’uomo sbarcare sulla Luna; gli anni bui del terrorismo. Ho visto Zoff alzare la coppa del mondo in Spagna; l’Inter vincere la Champions, le squadre rivali in serie B! e ho visto cadere il muro di Berlino. Ho viaggiato in Europa col biglietto chilometrico e i traveller’s cheques nascosti nel risvolto delle mutande, ma ho anche visto l’11 settembre. Sono cresciuto con la speranza di un domani migliore, cavalcando l’illusorio benessere degli anni 80 e dei primi telefonini, ingombranti come un libro, e sono cresciuto pensando che, nonostante tutto e tutti, internet, l’euro la comunità globale avrebbero spazzato via ogni forma di egoismo e ingiustizia, per restituire dignità e prospettiva a ogni singolo individuo e…, invece, è bastato un minuscolo virus a forma di palla con le protuberanze, grande meno di un nanomillimetro, per far vacillare ogni mia più bella speranza. Il mondo si è trincerato negli egoismi più meschini. Le nazioni hanno preso a rincorrersi per accaparrarsi mascherine chirurgiche a prezzi sempre più fuori controllo, rifugiandosi nella difesa strenua, miope e suicida del proprio bilancio. La contabilità dei contagi e dei morti mi ha catapultato ogni sera davanti alla tv, lasciandomi di volta in volta sempre più incredulo, e anche io mi sono messo a costruire curve di tendenza, indici e parametri di correlazione, nel tentativo di scoprire il punto di svolta! Ma al termine di ognuno di questi strani giorni, maturo la certezza che non potrà andare avanti così ancora a lungo. Giorno dopo giorno comprendo che la quarantena mi sta offrendo l’opportunità irripetibile di diventare una persona migliore. Perché ho capito che il cambiamento, una volta fuori da casa, il riscatto e la mia rinascita dipenderanno soltanto da me e dalla mia brama inesaurita di futuro, di condivisione e di bellezza e che farò tutto questo non soltanto per me stesso, ma soprattutto per i miei figli, ai quali dovrò dare l’esempio più importante: guardare oltre il presente; avere fiducia; impegnarsi per sé e per gli altri; amare e rispettare sempre il prossimo. Ecco perché io oggi: faccio il pane e la pizza con assiduità e distribuisco agli amici il mio lievito madre; perché spiego quel poco che so o che penso di aver capito a chi me lo chiede, seppure online; perché studio tedesco su Duolingo, per tornare in Germania e riuscire a farmi capire, con un sorriso e con un auf wiedersehen pieni di soddisfazione; ecco perché mi sono iscritto e frequento corsi di formazione online; perché leggo libri al ritmo di uno a settimana; perché visito musei e mostre virtuali; ed ecco perché la sera, sul divano, crollo abbracciato alla mia compagna e con le gatte addosso, per addormentarmi con loro davanti all’ennesima serie TV; ed è il motivo per cui in smart working e su skype, congedandomi, ogni volta dico: “un abbraccio forte”: non ha più nulla di retorico o di formale o di scontato, ma corrisponde al mio bisogno autentico di vicinanza e di umana condivisione. Ed ecco perché sono tornato a dirti di me e di quanto io non veda l’ora di abbandonarti di nuovo, per tornare a dirmi agli altri senza più alcuna mediazione, anche se sento di volerti sempre bene, perché hai avuto pazienza e hai saputo aspettarmi.

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