Sono già passati 30 giorni da quando la sera dell’8 Marzo è comparso in TV il premier Conte annunciando la chiusura di tutta Italia, il famoso lockdown. Sembra passata un’eternità.
Questa emergenza ha stravolto le nostre vite, le nostre abitudini, ha spiazzato tutti, dai medici senza DPI e senza corsi di formazione per gestire l’epidemia ai palinsesti televisivi.
Ci ha fatto conoscere termini medico-scientifici mai sentiti, insegnato tutto sui vari tipi di mascherine, presentato virologi ed epidemiologi; ci ha fatto riscoprire alcune parti dimenticate delle nostre case. Ci ha tenuto incollati allo schermo televisivo per l’appuntamento ineludibile delle 18 con la consueta lettura del bollettino della Protezione Civile
Ma soprattutto ha cambiato la concezione del tempo, del nostro tempo.
Eravamo abituati a parlare del futuro come di un evento quasi certo, scontato. Parlavamo del domani come una cosa già quasi avvenuta. Ed è proprio questo che ci è stato strappato dal virus, non possiamo più parlare del domani, ma ci costringe a parlare dell’oggi, del presente.
Ci stiamo accorgendo che quello che, un tempo, davamo per scontato non lo è affatto. Sembrerebbe una banalità, ma non lo è. Chi di noi oggi è in grado di prevedere cosa farà fra una settimana, domani o stasera stessa? Eppure fino a qualche giorno prima dell’esplosione del virus, tutto questo era per noi un’ovvietà.
Ad oggi, con il diminuire (!) dei contagi, si parla ripetutamente della tanto agognata Fase 2. Ripartire, ripartire e ripartire. Ormai è sulla bocca di tutti. Come auspicio, come voglia di riscatto. Penso, invece, che dovremmo cambiare termine e usare: ricominciare. Sì, ricominciare da zero. In questi giorni ci siamo resi conto che reale e virtuale non sono la stessa cosa.
Certo, la tecnologia ci ha aiutati a colmare il vuoto fra noi e gli altri. Videochiamate, lezioni a distanza e chi ne ha più ne metta. Ma vogliamo paragonarli ad un abbraccio, a una stretta di mano, agli odori e ai suoni, ad un caffè o un aperitivo in compagnia dei nostri cari?
Ricominciare ad investire sulla sanità pubblica, sulla scuola, sulla ricerca e l’innovazione. Torneremo a riempire il vuoto e il silenzio di questi giorni. Tornare avrà un significato diverso. Tornare a vedere un film avrà uno strano effetto. Torneremo a riempire quelle piazze vuote trasmesse negli spot pubblicitari, ci renderemo conto di quante bellezze abbiamo in Italia.
Magari, inizialmente, lo faremo muniti di guanti e mascherine, finché non si troveranno cure e vaccini specifici. Solo dopo, ci renderemo conto di essere fortunati a fare ciò che prima facevamo abitualmente senza problemi, senza distanziamenti e protezioni. Non rimanderemo più impegni, progetti di giorni in giorni, ma impareremo a far tutto a tempo debito, ma non perché avremo paura del futuro, solamente perché lo vedremo con occhi diversi.
Saremo noi a scandire il tempo, stavolta, in meglio

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