Tamponi a tutto il personale della Sovrintendenza e del Paolo Orsi: l’unico modo per salvarsi
Ad oggi sono 28 i casi positivi conteggiati nella provincia di Siracusa, 282 in Sicilia con 129 ricoveri, ma nel momento in cui si fissano, di certo i numeri sono già cambiati in peggio.
È davvero drammatico. A Siracusa i ricoverati sono 12, quanti in quarantena è difficile dirlo ma per le notizie che abbiamo non meno di un centinaio.
Due le situazioni più critiche in città, sulle quali sui social si è scritto di tutto, facendo i nomi dei pazienti – “c’è intorno una curiosità morbosa di conoscere i nomi degli appestati!” è stato un commento – e dando l’impressione che quasi si volesse scatenare una vera caccia all’untore di manzoniana memoria. L’impressione, perché non crediamo che sia stata questa la volontà dei tanti in vario modo intervenuti pubblicamente quanto piuttosto quella di pensare che, uscendo dalla (in realtà doverosa) riservatezza, si aiutasse gli eventuali “contatti” a conoscere, a riconoscere, il pericolo e poter mettere così in campo i possibili rimedi.
Una finalità in qualche modo precauzionale, quindi, comprensibile (seppure non condivisibile) dato il clima di paura, e angoscia, con cui le persone, forse la maggior parte, stanno affrontando e vivendo questa inedita, e del tutto impensabile, emergenza.
Sappiamo che, sia in relazione al caso che ha riguardato il personale del Museo Paolo Orsi e della Soprintendenza che del reparto di cardiologia dell’Umberto I, l’azienda sanitaria locale ha disposto che i colleghi di lavoro dei contagiati iniziassero un periodo di quarantena, ha chiuso gli uffici della Soprintendenza e del Paolo Orsi fino al 31 e avrebbe provveduto a far sanificare gli ambienti dove il virus si è diffuso.
Costretti a un isolamento ben più restrittivo, totale, rispetto a quello che tutti noi condividiamo, chi ha avuto contatti diretti con i contagiati vive momenti di preoccupazione crescente, di panico al primo brivido. È stato detto loro che dovranno comunicare al servizio sanitario “se stanno male” e qualcuno ha già manifestato sintomi, quale la febbre, non necessariamente però da addebitare al corona virus, ma intanto del personale che lavorava al Museo, oltre ai due casi iniziali di cui si è tanto parlato, tre sono stati ricoverati: ai primi due si è infatti aggiunto da pochissimo il terzo.
Almeno una parte di loro dovrà sottoporsi al tampone e così si aspetta, in un contesto che ad alcuni sa di improvvisazione, che venga il proprio turno; se verrà.
Ed è su questo che vogliamo provare a riflettere. È vero: si dice che, dati i tempi di incubazione del virus, una prima rilevazione potrebbe dare inizialmente esiti negativi e pertanto non essere sufficiente a certificare il reale stato di salute. Eppure, per tutti coloro che hanno condiviso tempi e spazi con chi si è ammalato, sarebbe un sollievo avere una seppure incerta risposta, una risposta che a nostro avviso sarebbe giusto e corretto dare.
Conoscere gli ambienti in cui il personale della Sovrintendenza, o dell’Ospedale, ha lavorato per giorni, mentre il virus si nascondeva e iniziava a fare il suo lavoro da parassita; valutare quanto sia stato stretto per ciascuno il contatto con i contagiati è fondamentale per stabilire a chi fare il tampone per un primo screening.
Può essere utile il paragone con l’infezione da tubercolosi: quando si scopre un caso, per esempio, in una classe, è di prassi l’esame diagnostico per tutti gli alunni non solo di quella particolare aula ma per lo più esteso a tutti coloro che hanno operato nell’edificio scolastico, oltre ai parenti più stretti.
Ci sembra che così debba essere anche in questo caso. Se è vero che è difficile realizzare la proposta del governatore del Veneto Zaia di estendere a tutta la popolazione di quella regione il test tramite tampone, in questi casi, quando il campione interessato è tutto sommato ristretto, procedere a tale esame è l’unico modo veramente efficace per evitare un diffondersi del contagio, come hanno insegnato le esperienze cinese e coreana per prime.
Un’iniziativa che non può essere dell’Asp locale ma di cui, sicuramente, la stessa Asp potrebbe farsi promotrice presso l’assessorato regionale che ne ha competenza, soprattutto alla luce di un dato noto ormai a tutti: il rapporto dei contagiati asintomatici rispetto ai sintomatici è di uno a cinque.
Il virologo Andrea Crisanti, convinto sostenitore di una diversa strategia dei campionamenti a fronte di una così grave epidemia, ha spiegato come, se nel comune padovano di Vo non si fosse fatto tempestivamente, al primo decesso per covid 19, il tampone a tutti i residenti, l’iniziale tasso di soggetti positivi del 3% in 20 giorni sarebbe salito al 18-20%. Il vero rischio per tutti è nel fatto che il numero totale dei contagiati non corrisponde alla realtà dell’estensione dell’infezione!
Ed è proprio questo l’errore che non si deve, non si può fare, finché siamo in tempo, a Siracusa, in Sicilia, nelle regioni ancora non investite in pieno dall’epidemia. Non fare una corretta prevenzione ora, dopo il duro sacrificio dei cittadini del nord Italia, sarebbe rendere ancora più tragiche quelle morti.
Se l’Asp non si farà carico di questo, se l’assessorato regionale non comprenderà di essere di fronte a una scelta in realtà obbligata, ci si assumerà la responsabilità di guidare una macchina senza freni.

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