Sui 2,3 milioni di beneficiari del Rdc, l’Inps ne ritiene occupabili 791.351 ma gli assunti sono solo il 3,6%
Sul precedente numero di questo giornale la vice direttrice ha esposto il suo punto di vista, solo per alcuni versi contrapposto alle tesi che appresso esporrò illustrando un altro aspetto del tema oggetto della nostra attenzione. Nulla di più normale rispetto ad una problematica controversa che si presta a valutazioni diverse. Per questo motivo, essendo il nostro giornale un quindicinale di opinione e non “ideologico” propongo questa mia valutazione per stimolare un dibattito basato sui dati emersi finora e spingere ad affrontare la problematica ben oltre le argomentazioni tipiche dei sostenitori o dei detrattori dei provvedimenti di cui trattasi.
Un paradosso segna l’attuale dibattito sul Reddito di cittadinanza. La critica più diffusa consiste nel sottolinearne negativamente la natura assistenziale. Il Rdc, si dovrebbe basare su un mix di contributi economici e progetti personalizzati costruiti dai servizi territoriali, innanzitutto Comuni e Centri per l’impiego; entrambi però non si dimostrano in grado di elaborare progetti per i beneficiari per cui il Rdc si è, finora, ridotto a puro contributo economico. La necessità di assicurare un minimo di sostegno economico ai bisognosi e avviarli a percorsi di inclusione sociale e lavorativa è una delle debolezze del nostro welfare. Se la spesa complessiva sostenuta dalla comunità per il Rdc, è nella media europea carente si rivela la capacità di farla pervenire ai poveri veri e i casi, più o meno estesi, di truffe di cui si comincia ad avere notizia ne danneggiano la credibilità. Un tentativo, sia pure tardivo, si è avuto con il Reddito d’inclusione (Rei), peraltro parziale e insufficiente per aggredire il problema.Pur non di meno bisogna dare risposte a questa necessità sociale con politiche opportunamente indirizzate a chi è senza le risorse necessarie a garantirsi la sussistenza.
Oggi si insiste molto nella necessità di incrementare direttamente l’occupazione il che è sicuramente una necessità ma è solo una parte del problema perché solo in alcuni casi si possono (re)introdurre nel lavoro masse di persone prive di competenze spendibili, a meno di pensare che, oggi, in una società sviluppata una marea di manovali possa trovare utilmente lavoro o che comunque il lavoro necessario in una società complessa possa essere solo quello non qualificato. Ammesso e non concesso che gli enti locali riescano ad utilizzare la massa dei beneficiari del RdC, contribuendo così a smascherare la moltitudine degli approfittatori, solo una parte di essi riuscirà ad essere impiegata (non occupata) nei lavori di pubblica utilità necessari nelle nostre città sempre più trascurate nelle piccole necessità quotidiane (diserbamento, colmatura delle buche e simili). Il vero problema risiede nella carenza di una competenza di qualunque natura in gran parte delle persone che percepiscono il beneficio.
Tecnici del settore ingegneristico, operai specializzati nella lavorazione dei metalli, addetti ai macchinari dell’industria tessile sono, ad esempio, le professionalità più difficili da trovare e le imprese faticano a reperire molti profili necessari al loro sviluppo. A fotografare questa situazione paradossale è il sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Anpal, che mette in luce tali contraddizioni e molte asimmetrie, con forti differenze territoriali. Quanto ai profili introvabili, spiccano quelli tecnici (61,2%) (addetti alla programmazione di macchine a controllo numerico e tecnici per la gestione, manutenzione ed uso di robot industriali), seguono gli operai specializzati nella lavorazione di metalli (58%) tra cui fonditori, saldatori, fabbri, gli addetti a macchinari dell’industria tessile (50,3%), gli ingegneri (49,8%), gli operai di macchine automatiche (49,7%), gli elettromeccanici (47%), installatori, montatori, manutentori di macchinari per impianti. Si conferma quindiche alla crescita della domanda si accompagna una maggiore difficoltà di reperimento di professioni tecniche.
Secondo lo studio svolto è «l’esiguo numero di candidati ma, al tempo stesso, una preparazione non in linea con le richieste da parte delle imprese con il possesso di specifiche competenze e qualificazioni» che manca, a partire «dalla capacità di stare al passo con l’innovazione; cioè emerge con chiarezza la carenza nel rapportotra istruzione e mondo produttivo per sviluppare le competenze richieste dalle imprese. Questo è il dato che evidenzia la contraddizione tra aumento della disoccupazione e la carenza di personale lamentato da molte imprese. Inoltre si registra un aumento della rigidità nella possibilità di reperire la forza lavoro. A questi dati si aggiungono le ombre che emergono dall’introduzione del reddito di cittadinanza: infatti degli oltre 2,3 milioni di beneficiari, sono solo 791.351 quelli considerati occupabili dall’Inps, tra questi gli assunti al 10 dicembre 2019 sono stati 28.763, pari al 3,6%. Inoltre, va detto che non si sa quante assunzioni siano legate direttamente al Rdc, essendo avvenute a partire da aprile, mentre i navigator sono stati “operativi” nei centri per l’impiego solo da settembre-ottobre e solo da metà novembre è disponibile il modello Inps per consentire ai datori di lavoro di accedere all’incentivo fiscale a loro dovuto quando assumono a tempo indeterminato i beneficiari del Rdc. Ovviamente si tratta di dati ancora parziali, destinati a modificarsi nel tempo.
Il 2018 che avrebbe dovuto essere l’anno del cambiamento, è stato, invece. l’anno del grande raffreddamento, per la delusione del reddito di cittadinanza e, soprattutto, per l’evaporazione della ripresa economica che aveva caratterizzato i 13 trimestri precedenti. La discontinuità politica non ha pagato e il 2019, secondo l’analisi del Censis, è stato l’anno dell’incertezza; di contro la frustrazione per le retribuzioni stagnanti e l’ansia da inadeguatezza hanno mortificato il ceto medio e l’assenza di una logica di sistema ha lasciato soli i ceti produttivi con un terziario a bassa produttività e una pubblica amministrazione lumaca.
In questo contesto il decreto dignità ha avuto un rilevante impatto sul mercato del lavoro con la frenata dei rinnovi dei contratti a termine. Con il decreto dignità, in sostanza, alla scadenza dei 12 mesi invece di rinnovare il contratto a termine, diventato più oneroso e a rischio di contenzioso (per le causali), molti datori di lavoro hanno preferito assumere un altro lavoratore. Il che potrebbe sembrare un dato positivo; ma da quanto emerge dai dati Istat tra luglio 2018 e ottobre 2019 (ultimo dato disponibile) i dipendenti a termine sono stati 56mila in più, ma il saldo tra assunzioni e cessazioni con contratti a termine registrato dall’Inps mette in luce che si è passati da un saldo netto positivo di 33.770 contratti a luglio 2018 ad una caduta a -20.133 di ottobre 2019. Lo stesso fenomeno è accaduto per la somministrazione, dove si è passati nello stesso arco temporale da un saldo positivo di 16.747 rapporti di lavoro ad uno negativo di -76.892. La stretta sui contratti a termine è stata compensata solo in parte dall’incremento dei contratti a tempo indeterminato e delle stabilizzazioni, visto che il saldo netto complessivo tra nuovi contratti e cessazioni a ottobre 2019 è pari a -53.935 rapporti di lavoro, contro il + 135.077 di luglio 2018. In una congiuntura economica caratterizzata dalla stagnazione, con le prospettive ricche di incertezze, molte imprese invece di stipulare contratti stabili hanno preferito optare per contratti flessibili. Il decreto dignità ha reso maggiormente appetibili tipologie contrattuali meno costose per le imprese (contratti stagionali, lavoro intermittente, partite Iva) e meno tutelanti per i lavoratori, esattamente l’opposto del proposito originario che mirava a contrastare la precarietà.
Rilevanti cominciano ad essere gli effetti sociopolitici: la spoliticizzazione si diffonde nella società (astensionismo, bassa partecipazione, sfiducia) mentre frane, smottamenti e disastri, più o meno naturali, si ergono a simboli della fragilità del nostro paese che nei prossimi dieci anni rischia il declino socioeconomico. Eppure, osserva il Censis, nell’Italia socioeconomica c’è un “furore” vitale, una brace che cova sotto le ceneri, che ancora scalda e sprigiona tendenze positive. “La riscoperta della vocazione manifatturiera, le start-up dei giovani che non hanno perso l’ambizione e la voglia d’esplorazione, la maggiore sensibilità sociale per l’ambiente e per un’economia circolare non solo consumista, ma rigenerativa, l’aumento del risparmio e della liquidità disponibile per famiglie e imprese, sono reazioni molecolari di resistenza e resilienza sociale ed economica della gente di questo Paese. ma non sono però in grado di creare e imprimere una logica di sistema-paese su cui incombono il grave ritardo tecnologico e la trasformazione demografica (invecchiamento, diminuzione della forza lavoro attiva ecc.)” mentre la tecnologia sta cambiando il funzionamento dei sistemi sociali.
Possiamo automatizzare la nostra manifattura rendendola 4.0, ma se la burocrazia della PA, il sistema educativo, il welfare e il terziario non si adeguanotutte le fatiche di resistenza e resilienza sociale andranno frustrate e il paese diverrà sempre più pessimista, triste e sconsolato a cui si aggiungerà un’ancor più estesa emigrazione (altro che immigrati) tra i giovani.
Se lo spazio pubblico è visto solo in funzione dell’interesse privato, personale, non c’è speranza di costruire una logica di sistema che sia in grado di tenere assieme una società sfarinata in quanto a identità e interessi, rispondere a queste problematiche con un sussidio a pioggia potrà solo aumentare l’ignavia e la pretesa che qualcuno pensi a te senza indagare su come possa essere sostenuto un modello assistenziale di siffatta natura.
“In breve, mercato e società spingono e non si arrendono, ma i leader e i politici sono confusi e stentano da anni a prospettare una direzione di marcia e a prendersi la responsabilità delle necessarie decisioni. Troppo rapiti dal successo mediatico che li rende maestri di battute azzeccate e di slogan ammiccanti, ma poveri di capacità di governo. In questo modo ribadiscono la propria superiorità, conservano i propri privilegi e lasciano il Paese alle acrobazie di vivere senza coordinate, senza una geometria del buon senso.” Questo l’amaro commento del rapporto Censis sui disagi del nostro tempo.

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