A Tenerife, lo giuro, avevo il mio quaderno, quello su cui scrivo i miei articoli per “La Civetta di Minerva” e un astuccio pieno di penne e matite. L’idea era di sfruttare le 4 ore e 30 minuti da trascorrere sull’aereo per raccontare, come sempre, le mie emozioni. Di questo so scrivere, di emozioni, se non ne ho, non ho nulla da trasmettere ma in definitiva le emozioni non mi mancano. Stessa cosa vale per la radio, il mio programma infatti si chiama Radios in E-motion un po’ perché il web ha la sua importanza ma soprattutto perché le emozioni con la musica e con le parole sono protagoniste dei miei programmi radiofonici. Ma di radio vi racconterò un’altra volta.
Io in realtà il quaderno e la penna non li ho nemmeno toccati fino ad oggi, ossia finché non si è delineato nella mia mente ciò di cui vi voglio raccontare. Se tutto fosse andato storto non sarei qui a scrivere nulla. Ho anticipato il lieto fine.
Capita anche a voi di pensare in retrospettiva? Succede qualcosa e pensate a tutte le condizioni che l’hanno resa possibile, se solo una di quelle condizioni fosse venuta a mancare, chissà quali sarebbero state le conseguenze.
Il regista che decide le scene da mettere nel film della tua vita, che qualcuno che ha fede, chiama Dio o affini, ha deciso la sequenza delle scene e del finale, un po’ come quando hanno rimontato Blade Runner e hanno quindi cambiato tutto il senso del film: “Tyrell mi ha detto che Rachel era speciale: nessuna data di termine. Non sapevo per quanto tempo saremmo stati insieme. Ma chi è che lo sa?” Già, chi lo sa?
Ecco che temporeggio. È che raccontarvi tutto è estremamente personale, per questo metto spazio tra i miei pensieri e il tratto della mia Bic cristal 1,6 mm scrivendo di altro. Come dovrei condividere nel modo più asettico, corretto e lineare le emozioni vissute in questi ultimi 10 giorni?
Noi in vacanza a Tenerife, ictus di mamma, Roma San Camillo, guarigione, ritorno.
Quattro virgole sono bastate. E da giorni in testa Samarcanda di Roberto Vecchioni, questa canzone mi fa sempre venire i brividi e c’è una frase che mi ha sempre turbata, il soldato cerca di fuggire della “nera signora”, dal suo destino, con il cavallo più veloce corre verso Samarcanda:
“Sbagli, t’inganni, ti sbagli soldato
io non ti guardavo con malignità,
era solamente uno sguardo stupito,
cosa ci facevi l’altro ieri là?
T’aspettavo qui per oggi a Samarcanda
eri lontanissimo due giorni fa,
ho temuto che per ascoltar la banda
non facessi in tempo ad arrivare qua.
Non è poi così lontana Samarcanda,
corri cavallo, corri di là…
ho cantato insieme a te tutta la notte
corri come il vento che ci arriverà”.
Devi essere al posto giusto nel momento giusto da ciò dipende la tua sorte, intesa come fortuna. “E se…” frega tutti, quanti “ e se…” al mese si possono dire senza risentirne troppo, ci dovrebbe essere un bugiardino degli ”e se…” prima-dopo-durante i pasti, per quanti giorni? Mia madre doveva essere lì a Roma in quel momento insieme a mia sorella per il suo appuntamento con la salvezza, non a Tenerife, non in Svizzera, non a Siracusa. E questa è stata la sua fortuna ed è salva, e adesso smetto con gli “e se…”
Io penso che siamo tutti come yogurt, se cerchi bene trovi la data di scadenza scritta in qualche angolo in piccolo, ma rispetto ad uno yogurt per noi qualcosa di diverso c’è, la data è sbiadita o scritta a metà come nei blister delle medicine parzialmente usate, come sugli scontrini su carta termica che attestano la scadenza della garanzia. Non lo sappiamo, un giorno scadiamo e fine. Questo pensiero mi aiuta ad accettare la morte, viene pure difficile scriverla questa parola, ma è così, abbiamo una data di produzione e una data di scadenza. Io sono uno yogurt, et voilà.
A Tenerife ho visto tanti inglesi anziani vissuti troppo a lungo sotto un cielo grigio correre verso Samarcanda a bordo di sedili motorizzati in affitto a 70 euro per tre giorni, credo si chiamino mobility scooter, più comodi ma meno veloci di un cavallo.
Sarò fatalista, non ho paura di viaggiare in aereo, nemmeno di un cinese che starnutisce, e poi in Italia solo questa settimana appena trascorsa si sono contate le morti di sei donne, nessuna di queste aveva la febbre, nemmeno gli uomini che le hanno uccise, nemmeno uno starnuto, davvero. Da qui però a dire che in Italia il più alto fattore di rischio per le donne siano i loro compagni però no, non lo dico, ma lo penso.
Ho scritto un pezzo triste? No, il mio è un inno alla vita, al vivi al meglio, goditi il bello che hai, stai con le persone che ti fanno star bene, amati e vivi con gusto e passione e futtitinni della data di scadenza, lascia che sia.

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