Purtroppo, non solo questo governo giallo-rosa, ma anche la democrazia stessa appare sempre più fragile e sempre più a rischio. Il che è molto più preoccupante.
Limitiamoci a sorvolare, quasi a volo d’uccello, le ultime fasi di un lungo processo di deterioramento. In agosto ci ha provato il talebano leghista a provocare la fine anticipata della legislatura, col solo proposito di capitalizzare i consensi conquistati, con una interminabile campagna elettorale, a danno dei suoi partners pentastellati. Ma l’imprevisto colpo di coda dello scorpione Renzi è stato esiziale per lui. Ne ha vanificato il disegno di indurre Mattarella a sciogliere le Camere. Cosa che il Presidente avrebbe dovuto necessariamente fare, se avesse constatato l’impossibilità di risolvere la crisi con una nuova maggioranza. Invece la mossa renziana ha scombinato il disegno leghista. Ed ha consentito la nascita del governo giallo-rosa.
Ma, subito dopo, il vivace senatore di Scandicci è uscito dal PD per fondare un suo partito personale; certamente col proposito di assicurarsi una rendita di posizione. Con un partito che raggiungesse un 10% egli potrebbe garantire la massa critica necessaria e sufficiente a consentire la formazione di un governo di centro-destra o di centro-sinistra. A suo piacimento. O a suo interesse. Condizionandolo pesantemente! Che abbia lasciato il PD non spiace certo a chiunque si professi democratico. Anzi, sarebbe il caso di pronunziare quel famoso detto siciliano: “Acqua davanti e ventu darreri”. Ma forse il senatore che voleva far fuori il Senato (con la sua riforma, bocciata dagli italiani) ha fatto i conti senza l’oste (cioè senza l’elettore democratico, sempre meno propenso ad assecondare salti delle quaglie e piroette di furbastri). Ora dovrà anche fare i conti con la magistratura, che lo sta indagando per finanziamenti non disinteressati alla sua fondazione. Gli auguriamo di risultare innocente. Ma ci auguriamo, per il bene della democrazia, che esca di scena. Per insuccesso elettorale. Si goda la sua villa!
E all’altro Matteo, al talebano leghista, sovranista, opportunista e camaleonte, auguriamo di non tornare più ad occupare posizioni di rilievo. Semplicemente perché non ci fidiamo di lui. E dovrebbero ormai aver imparato a diffidarne anche i leader politici e persino i suoi compagni di cordata. Che potrebbero suggerirgli di trasferirsi stabilmente al Papete, magari in veste di bagnino. C’è un particolare che ci piace ricordare: dopo aver capito che il suo desiderio di correre alle urne per fare incetta di voti era andato a monte, cercò di sedurre Di Maio, prospettandogli la presidenza del Consiglio. Lo consideriamo un particolare rivelatore, da non trascurare e da non dimenticare. Tutta la sua narrazione postuma, con la quale ha cercato di mimetizzare le vere ragioni della crisi di agosto, crolla miseramente alla luce di quel particolare. Salvini era mosso solo dalla ricerca del suo particulare. Le altre ragioni da lui addotte sono solo fandonie.
Ora ha cercato di mettere sotto pressione Conte, addirittura tacciandolo di tradimento. Bene ha fatto il prof. Conte ad elencare tutti i passaggi (non ignoti alla lega) che hanno condotto il MES alla vigilia della sua ratifica finale e molto opportunamente ha sottolineato che il caporale della lega non ha una particolare propensione per lo studio dei dossier.
Salvini forse aveva altro per la testa che seguire l’iter di riforma del MES. Tuttavia la questione sollevata con troppa enfasi dal talebano rampante non è infondata. Tanto che anche il galletto Di Maio (anch’egli forse più avvezzo agli sms che alla lettura dei dossier) nutre su di essa parecchie delle perplessità, che risultano piuttosto diffuse e condivise. E che riguardano il vero oggetto del MES (salva-stati o salva-banche?) e l’eventuale utilizzo del fondo (in caso malaugurato di necessità) da parte di un paese come il nostro, che qualcuno dei gestori potrebbe giudicare immeritevole di intervento salvifico per eccesso di debito. Questi dubbi (fondati e condivisi anche da Di Maio) rischiano obiettivamente di mettere a repentaglio la sopravvivenza del governo.
Conte e Di Maio minimizzano la divergenza di valutazioni, nella speranza di superare i dissensi. Certamente confidano che Gualtieri potrà esibirsi in qualche arzigogolata dichiarazione che magari possa trovare spazio in una postilla o in una nota che renda potabile il nuovo MES e consenta di firmarlo senza far perdere la faccia a chi lo ha sempre osteggiato. Così il governo potrà certamente sopravvivere a questo ulteriore attacco da parte dello sfascioleghismo di stretta osservanza salviniana.
Ma sino a quando? Già qualcuno fa presente che forse in gennaio, a finanziaria varata, ci potrebbe essere spazio per nuove elezioni. L’idea fa venire l’acquolina in bocca a quanti intravedono la possibilità di rinviare di un anno il referendum leghista escogitato da Calderoli (che, in caso di esito favorevole, renderebbe decisamente maggioritario il nostro sistema elettorale) e soprattutto a quanti intravedono nelle elezioni ravvicinate la possibilità di far saltare (per una legislatura, durante la quale potrebbe accadere di tutto) la riduzione di 345 seggi in Parlamento. Vuoi vedere, caro lettore, che un manipolo di sciagurati, pur di mirare con maggiore probabilità ad una rielezione, infrangerà le indicazioni di voto di qualche capogruppo e manderà tutto alla malora? E forse la prospettiva potrebbe non spiacere troppo nemmeno a Di Maio, che potrebbe lasciarsi sedurre dalla possibilità di sedere a capotavola, al posto di Conte.
Una cosa è certa: le elezioni sono il sacramento della democrazia; ma non risolvono nulla, se i partiti in lizza non hanno offerte nuove e plausibili. Talvolta possono essere ripetute più volte senza che si raggiunga una situazione di governabilità. E la mera governabilità affidata ad una maggioranza numerica, “di contratto” o di necessità, non risolve granché. Occorrono idee nuove e persone nuove. Nel PD e nei partiti in genere non pare che siano ben accolte le prime; e neppure che siano accolti a braccia aperte i quarantenni, i trentenni, le sardine… Saremo lieti di essere sconfessati da fatti concreti di segno opposto. Nei vecchi partiti si muore di asfissia e di arroccamento attorno a visioni stantie, arretrate… E i nuovi partiti, che zampillano improvvisi, non propongono nulla di nuovo: Più Europa (Sì, ma quale?), Italia viva (Viva? O vivacemente e follemente follower di Renzi, che ha già deluso parecchio?).
Si vorrebbe che proponessero idee nuove e che avessero più a cuore le sorti della democrazia che le ambizioni personali di personaggi poco convincenti. Ma è già tanto se giovani e meno giovani scendono nelle piazze per ammassarsi come sardine col solo intento di gridare il loro disgusto al personaggio più pericoloso e più arrogante. Riuscirà qualche forza politica a capire quella lezione e a recepire quella voglia di partecipazione? Cercherà di valorizzare o solo di strumentalizzare le sardine? Lo vedremo.

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