“Ma che fai ancora qua? Tornatene al Nord, qua ormai siamo spacciati”

Da Siracusa a Trento… e ritorno? Una terra che consiglia ai suoi figli di andare da un’altra parte non crede più nella sua rinascita

 

La Civetta di Minerva, 26 ottobre 2019

Sono andata via da casa mia cinque anni fa, quasi sei. Sono andata via dalla Sicilia perché volevo tornarci, con la forza e le competenze tali da contribuire al suo progresso, nel senso pasoliniano del termine. L’ho lasciata con questa giustificazione, la stessa che tanti si sono dati prima di me e che sempre meno si daranno in futuro. Perché in effetti io, quasi sei anni fa non avevo per niente voglia di andare via da casa mia. Non capivo, e non capisco tuttora forse, per quale ragione debba essere così difficile ritagliarsi un posto a casa propria. E anche oggi, dopo quasi sei anni, ogni volta che torno in Sicilia e si avvicina l’inevitabile momento della successiva partenza mi si scombina lo stomaco e penso a tutti gli stratagemmi che potrei mettere in pratica per evitare l’inevitabile. Poi arrivo dove devo arrivare e mi sento bene, vedo il futuro schiudersi e intravedo lo spiraglio che a casa mia è sempre tappato.

Adesso scrivo da Trento, esattamente dal capo opposto da dove sono partita. La mia vita gravita intorno a questo posto da quasi sei anni e ormai, con forse un po’ di rimpianto, posso dire che qui mi sento veramente a casa mia. Avere due case, di questi tempi, non è affatto sorprendente. Eppure sono convinta che – se anche a livello inconscio – generi non poca confusione nella testa di chi deve dividere a metà i propri affetti, le proprie abitudini, i propri pensieri. Adesso che la mia vita gravita intorno a questa città da quasi sei anni sento di aver tradito la mia giustificazione.

Andare per poi tornare, questo è stato il mantra, l’obiettivo. Però io adesso di andare via e di tornare non ne ho per nulla intenzione. A scanso di equivoci: ci ho provato a tornare indietro. Ci ho provato a togliere il tappo dallo spiraglio, ci ho provato a riabituarmi all’assenza di senso civico, al torpore, alle persone che ignorano le regole, al totale disinteresse nei confronti del bene comune. Mors tua vita mea. Così funziona a casa nostra. Ci ho provato a cercare nei posti, nelle persone, nelle parole, un qualsiasi anelito verso un futuro che possa essere diverso. E mentre cercavo dalla mia seconda casa è arrivata l’ennesima conferma. Sono stata ammessa a un Master di II livello, al Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università degli studi di Trento, in Previsione Sociale.

E che cos’era questa previsione sociale? – mi chiedevo mentre provavo a decidere se inviare o meno la candidatura. Ad essere sinceri, l’ho capito realmente solo dopo aver partecipato alle prime lezioni. «Il primo master in Italia sugli studi di futuro!», così c’era scritto sulla locandina online. «Ma dai – ho pensato – che cazzata». Poi scorrendo le pagine ho trovato dell’altro: «Il master forma professionisti capaci di elaborare soluzioni robuste per problemi complessi». E già il mio interesse cresceva. Provare a immaginare – sulla scorta di dati e teorie consolidate – cosa potrà succedere nel futuro in uno specifico campo di interesse. Sviluppare delle strategie che ti permettano di essere pronto e preparato quando questo futuro arriverà e, se non dovesse arrivare, rafforzarsi comunque dell’esperienza acquisita. Mi sono sembrate parole confuse, certamente intriganti, ma ad ogni modo difficili da connettere alla realtà. Dopo aver cominciato realmente però tutto è diventato più chiaro e, approdata nuovamente a Trento dentro quelle aule, ho rivisto lo spiraglio.

Allora, a pensarci bene, ho capito perché ad un primo impatto mi aveva tanto disorientata. Noi, come società intendo, non ci siamo proprio abituati a pensare al futuro. È così pieno di variabili sconosciute e di pericoli mostruosi che non ci passa neanche per la testa di immaginarcelo. Pur provandoci nemmeno ci riusciamo: possiamo pensare al domani, certo, ma purché sia un domani immediato, le cui conseguenze non escano dal nostro raggio di controllo e comprensione. Spesso mi chiedono: «Dove ti immagini tra dieci anni? Cosa starai facendo?» E che ne so io, non so dove sarò tra un mese, figuriamoci tra dieci anni! Quante volte ci siamo ritrovati a pensare queste cose, a pronunciare queste parole.

Viviamo in uno stato di incertezza perenne, dove i punti fermi sono pochi e neanche tanto buoni. Tutto vacilla nella nostra società. Figuriamoci che da un po’ di tempo a questa parte qualcuno ci sta anche costringendo a fare i conti con il fatto che certa non è nemmeno la terra sulla quale posiamo i nostri piedi, neanche l’acqua che beviamo, le montagne che ci abbracciano e la pace che abbiamo conosciuto. E noi questo in fondo non lo riusciamo ad accettare veramente, perché è troppo. Immaginare una terra dove le città scompariranno nelle profondità marine in tempi relativamente brevi è troppo anche per il più spinto degli appassionati di fantascienza. Così sbattiamo la porta in faccia a questo futuro distruttivo e ce ne torniamo a farci gli affari nostri, ancora un po’ più demoralizzati di prima. Siamo talmente abituati a vivere nel magma dell’incertezza e della caducità che abbiamo smesso di vedere – per così dire – l’altra faccia della medaglia. Tanto noi che possiamo farci? Chi siamo per contribuire a determinare un vero cambiamento? E poi, se tutto va bene, quando Venezia sarà sommersa dal mare saremo già sotto terra e non sarà più un nostro problema. Dei nostri figli, forse. Però oh, mors tua vita mea, così vanno le cose.

Invece no. Di nuovo nelle aule di Trento mi ricordo scavando nei meandri della coscienza collettiva che esiste un’altra strada. Imparo ancora una volta che sì, forse è troppo tardi per dare vita a una società che possa valere la pena definire tale, ma non mi viene in mente nient’altro che mi permetta di assolvere alla funzione della mia esistenza. Che esagerazione, vero? Quasi mi imbarazzo a mettere nero su bianco un pensiero tanto impopolare di questi tempi. Poi torno in classe e mi spiegano che il mondo in cui vivo sta collassando, che i cambiamenti che attraversano le nostre società sono talmente rapidi e consistenti che dovremo abituarci a reagire velocemente, con consapevolezza e senza crisi di panico. Mi fanno vedere delle previsioni al 2050. Mi faccio un conto veloce, io sarò ancora qui. Maledetto individualismo che non mi lascia in pace. La popolazione mondiale crescerà di circa due miliardi e mezzo di unità, in Italia il tasso delle nascite calerà ancora, raggiungendo ormai definitivamente il livello conosciuto come quello oltrepassato il quale una società può definirsi bella che spacciata, in Europa mediamente tre persone su dieci saranno vecchie. Si, vecchie, non anziane, perché avranno più di 85 anni. «Questo succederà sicuramente – mi dice il mio Professore con cattedra UNESCO sui sistemi anticipanti – L’unica cosa che possiamo fare è cercare di trovare delle strategie che ci permettano di affrontare al meglio questi cambiamenti». L’unica cosa che possiamo fare è ritornare a pensare al futuro, per provare a migliorare il nostro presente.

Penso alla mia casa, alla Sicilia. Ci sarà un motivo se questo master lo fanno a Trento e non a Catania. Lo so che ci sono tante ragioni di carattere tecnico e politico. Ma sono quelle più rilevanti? Non è forse più importante il fatto che abbiamo smesso completamente di credere nella possibilità di costruire un futuro migliore? Non conta di più che ogni singola volta che torno a casa non ci sia persona che incontro che non mi dica: «Ma che ci fai ancora qua? Tornatene al Nord, là sì che ci sono possibilità, qua ormai siamo spacciati».

Quando sono qua al Nord non mi manca il mare, non mi mancano gli scogli del Plemmirio, neanche il lungomare Alfeo, non mi manca Piazza Duomo e non mi viene mai voglia di mangiarmi una arancina o un cannolo alla ricotta. Non vado in cerca nostalgica di siciliani per parlare in dialetto o per sprofondare nell’autocommiserazione pensando che la nostra Sicilia bella ci ha lasciati andare via. Non mi fa più male tutto questo. Mi fa male pensare alla me stessa di quasi sei anni fa, che terrorizzata è salita su un aereo che la portasse al Nord. Mi fa male pensarla tanto triste, quasi disperata dal dover andare via, eppure farsi forza ripetendosi che tutto avrebbe avuto un senso. «Vado via ma poi torno, con la forza e le competenze necessarie per aiutarti a progredire, cara Sicilia». Mi fa rabbia che io ho studiato Sociologia e Servizio Sociale e che sto seguendo un master di II livello in Previsione Sociale perché queste erano le competenze che io volevo mettere al vostro servizio. Mi fa rabbia che anche quando vi offro il mio aiuto in cambio di niente mi facciate aspettare settimane per un appuntamento, vi dimentichiate di mandarmi i documenti di cui voi stessi avete bisogno, mi lasciate ad aspettare una telefonata per giorni.

Mi fa rabbia che quando dico che voglio rimanere mi guardate come se avessi deciso di sacrificare la mia vita al martirio e mi dite che l’unica cosa che posso fare è andarmene un’altra volta. «Perché?», mi chiedo. Perché non esiste il senso del futuro, perché una terra che consiglia ai suoi figli di andare a seminare da un’altra parte è una terra che ha smesso di credere nella sua rinascita. Io no però e farò in modo di farmi trovare pronta quando tra qualche anno qualcuno verrà da me a dirmi che vuole tornare. Mi farò trovare pronta e nelle condizioni di rispondere: «Bentornato, è da tanto che ti aspettavo. Cominciamo, che il lavoro da fare è tanto, ma vedrai che ne varrà la pena».

 

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