Per fare chiarezza su falsi miti ed errori comuni, riconoscere il fenomeno, difendersi e aiutare vittime e carnefici
La Civetta di Minerva, 26 ottobre 2019
Sei un bullo! Questo è bullismo! Frasi che sentiamo ripetere quotidianamente, ma è sempre vero? Come facciamo a riconoscere una situazione potenzialmente pericolosa? Individuare un disagio giovanile è un compito importante e spetta a tutti. Assistere ad atti di bullismo senza porre rimedio è un errore grave che può portare, in casi rari, a conseguenze estreme. La domanda è: cosa possiamo fare? Ne parliamo con il dott. Francesco Cannavà psicologo clinico augustano, specializzato in psicologia forense e disagio giovanile, referente Nazionale per il protocollo d’intesa tra Consiglio Nazionale Ordine Psicologi e Kiwanis Italia- San Marino per i progetti di contrasto al cyberbullismo, autore e referente di progetti di inclusione e prevenzione negli istituti scolastici siciliani.
Chi è il bullo? Possiamo fare un identikit per evitare di commettere errori?
Il bullo è generalmente un soggetto con ridotte capacità empatiche e difficoltà relazionali, che mette in atto comportamenti di prevaricazione o aggressione nei confronti di una vittima prescelta in modo consapevole, volontario e continuativo, soprattutto in contesti con presenza di spettatori, a cui è principalmente rivolta la scena di aggressione, allo scopo di ottenere attenzione, timore, rispetto e determinare una forma distorta di leadership.
Tendenzialmente, possiamo definirlo come un soggetto che non riesce a definire sé stesso se non attraverso l’interazione dominante sull’altro: cerca la prevaricazione sulla vittima e l’approvazione o meglio la “sudditanza psicologica” degli spettatori, che vengono fortemente invitati a diventare complici o sostenitori delle azioni di scherno, offesa o aggressione. In parole semplici il bullo è un soggetto che non sentendosi accolto o integrato, spesso per problematiche proprie di autostima e capacità relazionali, crea una dinamica di attacco verso la vittima che canalizza l’attenzione dei presenti sul suo ruolo di dominio sull’altro, deviandola dalle proprie fragilità, alla disperata ricerca di una rassicurante sensazione di rispetto e dominio della scena.
Sembra quasi che il bullo possa addirittura essere una vittima. L’angoscia, l’ansia, il risentimento possono portare a questi comportamenti?
Il bullo è già una vittima, talvolta della famiglia, altre volte della società. Alcuni bulli sono il prodotto di atti di prevaricazione subiti in momenti in cui erano più fragili e se la società (amici, compagni, genitori, professori…) non si è accorta della sua sofferenza, può sviluppare un sentimento di sfiducia sociale associato ad un bisogno di rivalsa e vendetta. Una volta uscito dalla situazione che lo limitava rendendolo bersaglio (deficit fisici, obesità, magrezza, imbarazzo, emotività, insicurezza, difficoltà di interazione sociale), il soggetto può decidere di utilizzare la stessa scena sociale che lo mortificava per rivalersi su un soggetto prescelto come “strumento” di dimostrazione della sua riconquistata “forza”. Così la scena può trasferirsi dal cortile alla scuola, al lavoro, alla coppia, alla politica, ai social.
Talvolta sono i modelli disfunzionali genitoriali che producono il bullo, che sin da piccolo subisce o assiste a comportamenti di accusa, denigrazione, aggressione intrafamiliari ma anche extrafamiliari (tra un familiare e altri parenti, vicini di casa, colleghi ecc…) strutturando comportamenti impostati sull’aggressività a scopo di rivalsa personale.
Come si riconosce il bullismo? È davvero tutto bullismo?
Assolutamente no, il bullismo è un fenomeno complesso che si distacca dal singolo attacco, sia questo a scopo di scherzo, scherno o aggressione. L’attenzione rivolta oggi al fenomeno a seguito dei tragici risvolti di cronaca sta associando nella mente comune delle persone, ogni fenomeno aggressivo al bullismo, ma è un errore.
Si parla di bullismo quando si evidenzia consapevolezza di ledere la vittima, volontà di arrecare disagio, ridotta o nessuna empatia per la sofferenza del bersaglio, frequenza e continuità delle azioni bullizzanti, ricerca di pubblico e pretesa di sostegno e approvazione dell’azione. Tutto il resto è mera, vecchia aggressività umana.
Ultimamente un altro termine fa capolino: microbullismo, cosa si intende con questo termine? Un bullismo meno grave?
Potremmo dire che i microbullismi siano le prove tecniche: sono piccole azioni di attacco o prevaricazione, spesso definite scherzi o ripicche per presunti torti ricevuti, caratteristici dell’età infantile e preadolescenziale. Frequentemente sono destinati ad un pubblico ridotto e fidelizzato. Servono al bullo in erba a valutare la reazione sociale alle proprie azioni e mettere alla prova le proprie capacità di prevaricazione. Vengono compiute tendenzialmente sempre sulla stessa vittima, talvolta servono persino a scegliere la vittima ideale. Per esempio in alcuni casi di bambini e bambine che ho seguito, il/la bullo/a attaccava o prendeva in giro diversi compagni fino poi a focalizzarsi sul più lamentoso e meno supportato dagli altri compagni. Intervenendo sui microbullismi si argina il fenomeno sul nascere, si possono gestire le dinamiche disfunzionali di inserimento nel gruppo e si può riabilitare un soggetto privo di capacità relazionali equilibrate fondate sul rispetto reciproco e sull’empatia.
È un fenomeno di genere? Esistono più bulli o bulle? Insomma la sessualità ha un ruolo?
In Italia il fenomeno del bullismo femminile è in crescita, alcuni modelli sociali presenti tra televisione e social media non aiutano. Nel mondo fisico il primato degli attacchi bullistici è ancora maschile, benché le ragazze adolescenti seguono a ruota, ma se il fenomeno si sposta su internet, trasformandosi in Cyberbullismo, maschi e femmine sono statisticamente equilibrati. Ciò perché il mezzo connesso alla rete, sie esso PC o smartphone, consente l’interruzione del contatto empatico e rende ininfluente la forza fisica, scatenando tutta la rabbia e il cinismo dei leoni da tastiera.
Perché al tempo dei nostri nonni non c’erano il bullismo? O forse c’era ma aveva un altro nome?
Il bullismo è sempre esistito nelle nostre società, ciò che sta cambiando è la fragilità delle vittime in contesti sociali sempre meno empatici e capaci di arginare il disagio. Si parla poco, non si fa esperienza sociale nelle vie e nei cortili, si sono ridotti i giochi d’interazione e competizione che insegnano la vita fuori dai campi sportivi controllati e normati. Si vive meno la famiglia e di conseguenza non si leggono in tempo i segnali di disagio. La scuola è troppo intenta ad insegnare nozioni e non abbastanza pronta o preparata ad insegnare le relazioni.
Possiamo fornire dei suggerimenti per famiglie, studenti e scuola? Un vademecum da seguire per evitare errori.
Le famiglie devono creare e mantenere un canale di comunicazione empatica e affettiva con i propri figli che consenta loro di esprimere indiscriminatamente ogni emozione, bella o brutta che sia. In particolar modo i genitori devono farsi esempi di comportamenti empatici e affiliativi, fondati sul rispetto di sé e dell’altro. Inutile spiegare ai figli cosa è giusto mentre si agisce in modo sbagliato sugli altri (dentro o fuori dalla famiglia). Gli studenti devono essere sostenuti nel processo di apprendimento accanto al processo di sviluppo del proprio sé sociale, dato che la scuola è il primo e principale ambiente sociale in cui vivono fuori dalla famiglia. Vuol dire predisporre attività dirette alla conoscenza ed al rispetto di sé e delle proprie peculiarità e capacità, accanto a percorsi di integrazione e inclusione sociale. Deve essere mantenuta la cooperazione Alunno-Scuola-Famiglia con la presa in carico sociale dei casi ove la famiglia non rappresenti un elemento di tutela e supporto adeguato e sufficiente.

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