È quanto accade più o meno ogni pomeriggio, da circa un paio di mesi, in piazzetta dei Mergulensi, tra via dei Santi Coronati e via Montalto
La Civetta di Minerva, 18 maggio 2019
Quattro bancali in legno, una rete di recinzione e – ovviamente – un pallone. Basta poco per ottenere un campo da calcio. Anzi, pochissimo. Basta poco per tirare due calci a un pallone, per sentirsi dei piccoli Messi o Cristiano Ronaldo, per abbandonare qualunque pensiero e soprattutto per mettere da parte gli smartphone. Questo è quanto accade più o meno ogni pomeriggio, da circa un paio di mesi, in piazzetta dei Mergulensi, tra via dei Santi Coronati e via Montalto.
E tutto ciò potrebbe presentare delle belle note poetiche nell’immaginario dei millenials che tornano a giocare in strada, se quel campo immaginario e quella rete di delimitazione non fosse nata per interdire il passaggio nelle vicinanze di una casa pericolante. Una palazzina in pietra abbandonata da tempo, a rischio di crollo, che già da tempo è, o forse era, sotto l’occhio dell’amministrazione comunale. Ma ogni volta che ci capita di passare da lì tornano in mente certi pomeriggi che passarli a giocare nei cortili e nelle strade era considerato non solo una cosa normale, bensì un grande privilegio.
Altro che casa pericolante. Perché quando si trattava di un vecchio pallone che rotolava, non c’erano divieti e rischi che tenevano. E allora andava bene tutto, i cortili diventavano coacervi di pura vita. Si potevano chiamare aie, baggi, cuttigghi, puzzu luce, col brecciolino, mattonati, pietrosi, polverosi, erano comunque dei veri e propri contenitori di eternità. Quante ginocchia graffiate scivolando su un pallone di gomma sempre sgonfio. Storie consumate lontane dal mondo dei “grandi”. Infanzia che si dilatava nei confini di quattro cantoni, delimitati da un vecchio aratro abbandonato. Giocando e vivendo nei nostri angoli segreti, dove in un attimo si era al “Bernabeu”. E i sogni lì creati, li lasciavamo volare un attimo prima che la calura estiva ce li inghiottisse, facendoli sciogliere dalla sua indolente afa.
Ritornano così in mente viaggi di fantasia persi, smarriti, senza più il tempo di rincorrerli. Voci, urla, strepiti, risate, vagiti nati a rallegrare l’anima. Infiniti pomeriggi, ora colorati da arcobaleni, ora inzuppati dalla pioggia. Cortili di ricordi, cortili di memorie, cortili di vita vera. E allora, ripensandoci, forse è meglio lasciarli giocare ancora un altro po’ tranquilli, quei ragazzi della piazzetta dei Mergulensi, perché il gioco vale la candela.
Sì, perché la palla è forse il primo gioco che veniva e viene ancora oggi regalato ai figli maschi. E con la palla tornano quei brividi a fior di pelle che in realtà non erano mai andati via. Sono sempre rimasti lì. Il calcio in strada rinasce infatti, ancor oggi, ogni volta, in ogni parte del mondo, perché quando un bambino ci gioca, per strada, con porte improvvisate, il calcio allora diventa davvero di tutti. Anche chi vi scrive aveva circa 9 anni quando col cugino più grande si andò al De Simone – allora ancora Vittorio Emanuele III° – per la prima volta. Ma fino ad allora il nostro unico rapporto col calcio era infatti quello che giocavamo noi, per strada, nei cortili e nelle piazze. Addirittura certe volte si usava la parte laterale delle automobili posteggiate considerandola la linea di porta. Da ruota a ruota, cioè. Praticamente i tiri o si paravano, o nel peggiore dei casi – oltre al gol preso – al malcapitato portiere toccava pure il compito d’infilarsi sotto a mo’ di gatto per recuperare il pallone. Con la concreta possibilità che lo si trovava scoppio dopo appena un paio di reti segnate.
Si cominciava la mattina presto d’estate, quando nel cielo le nuvole danzavano ancora leggere al soffio pavido di una lieve brezza mattutina. E la gioia e la complicità che si aveva con tutti coloro che con noi condividevano quelle lunghe giornate di calcio in strada non la si può fotografare con gli smartphone di oggi, ma se si chiudono gli occhi, forse, un po’ la si può rivedere.
Grandi storie ma anche storie di tutti i giorni. Il calcio di strada ci insegnava prima di tutto il rispetto per l’avversario e l’importanza delle regole. E ovunque per le strade anche oggi, se rotola ancora un pallone, il calcio si trasforma in un mezzo per educare, in uno strumento sociale per aiutare i ragazzi dei quartieri più sfortunati a mediare, a cercare un’alternativa alla violenza. È così da sempre, soprattutto in Sudamerica ma – perché no – può essere ancora così pure nelle nostre disastrate periferie. Perché il calcio di strada diventa il calcio di tutti. E allora chiunque vi gioca, come per magia, diventa uguale agli altri. Senza alcuna distinzione sociale o etnica.
E pure tanti campioni, ora osannati e pluridecorati, lì in strada sono diventati giocatori. Anche perché per giocare in strada le regole sono semplici. Attraverso il dialogo, regolato col pari e dispari, di due componenti che si scelgono le squadre. Si fanno le porte (bastano due sassi) e via. Il gioco è fatto. E poi è bello alla fine prolungare quel pomeriggio con gli allegri e sfottenti resoconti e coi commenti finali. La potenza del dialogo attraverso il calcio. L’unica lingua universale. E quindi a volte non farebbe male ritornare tutti un po’ bambini. Per ritrovare quella leggerezza che ci faceva danzare sulle nuvole, che ci faceva prendere un vecchio bidone del detersivo per lavatrici, aggiustarlo con delle foglie di fico e degli arbusti secchi, in modo che fosse adatto e pronto a portarci sin sulla luna.
Quel senso di leggera libertà che ci faceva sentire imbattibili. Bastava alzarsi, attraversare il cortile investito da quel fascio potente e accecante di luce solare, raggiungere i compagni che erano già lì, pronti per rendere ogni momento una magia. E così non c’era più alcuna paura, ci si trasformava insieme negli uomini delle streghe, quelli che si appollaiano sui tetti e tengono compagnia ai gatti aspettando che i giganti dormano. I cattivi pensieri dei più forti, il punto nevralgico dei vetri infrangibili, quelli che sanno mandare in mille pezzi le paure e le preoccupazioni che i grandi provavano invano a trasferirci nella speranza di frenarci.
La vita era una bellissima donna senza artifizi, con qualche ruga d’espressione appena accennata e gli occhi talmente limpidi da attrarre irrimediabilmente e allo stesso tempo stesso fare soggezione.
E quando qualcosa c’investiva e provava a turbare quella leggerezza di spirito, si saliva sul motobecane bianco e il cuore ritornava pieno di speranza e di progetti, perché c’era da credere a tante di quelle cose che ci sembrava d’avere l’eternità nel petto.
Ora nel petto ci sono fiori di cardo e lana di vetro, ma con un po’ di coraggio s’ingoiano e ci si guarda in uno specchio di consapevolezza, con la capacità di scorgere qualcosa di puro nascosto dove neppure immaginavamo potesse essere rimasto e miracolosamente illeso, indenne da ogni dolore. Forse è questa alla fine la bellezza di quei giochi in strada. Forse, dopotutto, è questo il senso dell’esistere.

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