Autonomia differenziata, si vuole ridurre il ruolo dello Stato

Senza prevedere la prevalenza dell’interesse generale. Si sostiene che i territori più ricchi hanno diritto di disporre di maggiori risorse da spendere

 

 

La Civetta di Minerva, 18 maggio 2019

Continuiamo ad occuparci del tema della “autonomia differenziata” poiché al ministero dell’Economia si è tornati a lavorare sulle bozze delle intese con le tre Regioni del Nord, a cui si è aggiunta la Cam­pania per essere parte nella trattativa, per tentare di offrire ai nostri lettori una visione quanto più puntuale ed estesa della problematica in argomento vista l’importanza che questo tema potrebbe assumere nel determinare la definitiva disarticolazione del paese.

La questione, oltre la propaganda e le interpretazioni partigiane legate al dibattito politico in corso, è di tale portata che converrebbe avviare un esame molto approfondito anche rispetto alle autonomie precedentemente concesse, molla non secondaria che ha innescato l’ulteriore rincorsa verso un allargamento dei poteri. Un esame oggettivo, anche solo superficiale, rivelerebbe, a mio avviso, l’errore politico compiuto dal centrosinistra, a suo tempo, nell’improbabile tentativo di togliere spazio alla Lega Nord, in una fase storica in cui emergevano spinte autonomiste miste a suggestioni secessioniste nelle regioni settentrionali.

A fronte di decentramenti utili e razionali, si pervenne a un articolato confuso e foriero di suggestioni che, di fatto, hanno consentito di dare spazio alla possibilità di quanto ora richiesto. Nella riforma fatta a suo tempo si sarebbero dovuti inserire solo i princìpi generali del nostro regionalismo e sancire che le relazioni tra i diversi livelli di Governo sarebbero stati regolati in base al principio di sussidiarietà, salvo la prevalenza dell’interesse nazionale in caso di conflitto, lasciando alla legge ordinaria l’artico­lazione concreta del principio.

Il metodo più semplice, razionale e corretto per finanziare gli Enti decentrati in uno Stato unitario do­vrebbe essere quello di prevedere trasferimenti pro-capi­te eguali per tutti gli enti, salvo op­portune correzioni che si faccia­no carico di situazioni particolari, consentendo un’autonoma potestà impositiva sui propri residenti per spese ulteriori che la politica locale avesse voluto decidere. Se questi princìpi fossero alla base delle autonomie richieste, penso che nessuno avrebbe da recriminare. I problemi principali derivano dalla nuova formulazione dell’art. 117 del­la Costituzione che, mentre prevede, elencandole in modo tassativo e puntuale, le funzioni legislative dello Stato, declina un poco meditato elenco di materie concorrenti e una competenza residuale a favore delle Regioni per ogni materia non espressamente citata.

L’obiettivo è, in sostanza, quello di limitare, contenere, ri­durre il ruolo dello Stato e del Go­verno centrale, senza prevedere la pre­valenza dell’interesse generale e poteri sostitutivi in capo al Governo centrale. Inoltre, in proposito, il dibattito è do­minato da due equivoci di fondo: la convinzione molto diffusa che le Regioni del Nord di­spongano oggi di risorse minori rispetto a quanto sarebbe “giusto”, mentre il secondo discende dall’idea secondo cui i territori più ricchi avrebbero diritto a disporre di maggiori risorse da spendere. Il primo nasce da una rappresentazione errata della realtà, in quanto la spesa pro-capite delle Regioni settentrionali è già oggi superiore a quella delle Re­gioni del Sud di circa i1 30%, men­tre la pressione tributaria complessiva risulta in non poche Regioni del Sud analoga e talvolta superiore a quelle del nord (dati facilmente reperibili da qualunque serio istituto di statistica).

Il secondo equivoco trascura che in uno Stato unitario ciò che è importante è che i ricchi e i poveri paghino le stesse imposteindipendentemente dalla circo­stanza di risiedere in città diverse; del resto nessuno si spingerebbe a sostene­re, seguendo la stessa logica, che in una stessa città, ad esempio Roma, gli abitanti dei Parioli, con redditi di gran lunga superiori a quelli di Centocelle, abbiano diritto a rice­vere maggiori servizi!

Uno dei principali pro­blemi italiani è l’ina­deguatezza del siste­ma rispetto alle necessità della crescita economica. Si discute di tutto ma si dimenticano gli ef­fetti prodotti dalla infausta riforma del titolo V della Costituzione, fon­te di conflitti, frammentazione dei poteri, ritardi dei processi decisio­nali. Si progetta, anzi, di accrescerne la confusione e l’irrazionalità, aumen­tando il grado di autonomia di sin­gole Regioni senza un disegno e una logica coerente che non sia quella di disarticolare progressivamente il funzionamento della Repubblica.

La riforma del titolo V dovrebbe essere, quindi, l’argomento cen­trale nella discussione politica e non lo spingere l’acceleratore negli errori compiuti. In verità il governo precedente pose il problema nel tentativo di rivedere quanto modificato ma, a causa della molteplicità delle modifiche costituzionali proposte, delle ragioni politiche che videro tutti i conservatorismi (intesi nel senso letterale del termine) unirsi, della tutela di interessi consolidati nel tempo e di altro (di cui non voglio parlare per non deviare dall’argomento oggetto della nota), il tentativo fallì, rimandando nel tempo ogni ipotesi riformatrice dell’organizzazione statale e delle sue strutture democratiche.

Nella discussione sul fe­deralismo, l’obiettivo fondamenta­le di alcune rappresentanze politi­che del Nord è sempre stato quello di ottenere una quota più rilevante del gettito fiscale derivante dalle attività collocate al Nord a scapito ovviamente delle altre Regioni. (anche se in taluni casi, come nel siracusano le produzioni e i relativi problemi sono qui e il reddito viene posto in capo a dove le aziende hanno la sede fiscale n.d.r.). Non è un caso che queste regioni abbiano sempre chiesto maggiori quote delle imposte erariali per i loro ter­ritori, e mai maggiore autonomia fiscale.

Oggi l’obiettivo rimane sostanzialmente lo stesso: più potere e soldi a Nord, a scapito delle altre Regioni. L’autono­mia amministrativa e gestionale c’entra poco o niente con le richieste all’ordine del giorno sul tavolo del governo. Infine: una delle considerazioni dei sostenitori della “riforma” delle autonomie differenziate è che tutto quanto richiesto sarebbe «senza nuovi o mag­giori oneri per la finanza pubblica».In una prima fase, questa forma di autonomia sarebbe “a costo zero” per definizione, perché insieme a competenze e personale lo Stato gi­rerebbe allo Stato un assegno della stessa cifra oggi spesa per le stesse funzioni. Tanta neutralità, secondo il progetto, finirebbe pe­rò, dopo un anno, quando andrebbe appunto garantito alla Regione un finanziamento pari almeno alla spe­sa media pro capite italiana. E sicco­me in molti settori, a partire dal­l’istruzione che rappresenta quello più ricco, la spesa statale in Lombar­dia e Veneto è inferiore alla media nazionale, questo meccanismo spo­sterebbe un miliardo al Nord. Come pure in altri settori, senza voler considerare il problema dei costi “standard” affrontato nella nota che abbiamo pubblicata sul precedente numero del giornale e che non riprendo.

Oggi la trattativa in corso si è incagliata soprattutto su cinque temi: Infrastrutture, ambiente, salute, Beni culturali e lavoro. Così, il mini­stero delle Infrastrutture è contrario all’ipotesi di re­gionalizzare le concessioni di strade, autostrade e ferrovie, quello dell’Ambiente non vuole cedere sulle regole per le bonifi­che e soprattutto cedere competenze su Via e Vas per le autoriz­zazioni degli impianti industriali e le trasformazioni edilizie, quello della Salute non demorde su ticket e tariffe, mentre i Beni culturali non mollano le competenze sulle Soprintendenze e, infine, il Lavoro non vuole interferenze su­gli ammortizzatori sociali. Tutto ciò senza parlare dell’ipotesi di regionalizzare i ruoli degli inse­gnanti, che, da soli, assorbirebbero quasi tutta la questione delle risorse disponibili, oltre alla pericolosità che assumerebbe per l’unitarietà del Paese l’istruzione e la sanità differenziata di cui abbiamo diffusamente parlato nei precedenti numeri del giornale: Per adesso è tutto bloccato, ma statene certi, dopo le europee, questi saranno i temi sul tappeto.

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