La situazione, le prospettive possibili e le delusioni probabili. La transizione verso un nuovo paradigma non sarà rapida né semplice. Non sarà un pranzo di gala!
La Civetta di Minerva, 18 maggio 2019
Probabilmente l’esito delle elezioni europee vedrà una consistente avanzata delle forze nazionaliste e delle destre. Ed anche una cospicua presenza dei cosiddetti populisti nel nuovo PE. Ma l’abbraccio (imbarazzante!) delle forze politiche tradizionalmante contrapposte (PPE e PSE) riuscirà, con ogni probabilità, a neutralizzare le nuove chiassose e diverse minoranze, alcune delle quali animate da interessi nazionalisti contrari al rafforzamento dell’Unione. Già oggi gli interessi nazionali della Germania e della lega anseatica prevalgono rispetto a quelli dei Paesi mediterranei. Nihil novi!
Il successore dell’indegno Juncker verrà espresso dal gruppo politico europeo più votato alle elezioni. Pertanto chiunque ne prenderà il posto e gli altri eurodittatorelli della Commissione non saranno, con ogni probabilità, migliori o più avveduti o più lungimiranti dei predecessori. Forse neanche peggiori. Apparterranno all’establishment. Nihil novi!
E le forze emergenti (che cresceranno numericamente ma non saranno maggioranza) non sembrano animate da seri intenti riformatori e costruttivi. Esprimeranno con più forza e con maggiore litigiosità interessi nazionali sempre più divergenti. Ma non sembrano avere idee chiare sulle questioni da affrontare costruttivamente e in un’ottica europea. Nihil novi!
Intanto i problemi si aggravano: la crisi non è affatto finita (come si è cercato di chiarire a pag. 9 del precedente numero di questo quindicinale); la situazione debitoria attanaglia sempre di più alcuni stati; nessuno sforna strategie percorribili di riduzione del debito; le disuguaglianze crescono, rendendo i ricchi sempre più ricchi, impoverendo il ceto medio e minando sempre più la coesione sociale degli stati e dell’Unione; si continua a osannare l’obiettivo della crescita (al punto da esultare per la notizia statistica del ritorno dell’Italia ad uno striminzito + 0,2); e si continua a parlare in termini di produttività (che crescerebbe anche se si realizzasse la stessa quantità di produzione con meno addetti, cioè in presenza di un minor numero di occupati); e, in effetti, gli sviluppi dell’automazione e della cosiddetta intelligenza artificiale lasciano presagire una ulteriore riduzione della torta-lavoro nel prossimo futuro.
Ovviamente nessuno può pensare di imboccare o di suggerire la via di un neo-luddismo, ma è insensato ignorare i suggerimenti del prof. Domenico De Masi, che bisognerebbe cercare di tradurre in scelte politiche: suddividere il lavoro (e il tempo lavorativo) in modo tale da ridurre ai minimi termini la disoccupazione e provvedere a un dignitoso reddito incondizionato a chi non possa lavorare o trovare lavoro. Ma per i panciapiena questo argomento è tabù. E i pentastellati hanno dovuto subordinare all’accettazione di un lavoro (difficile da trovare) l’assegnazione del reddito, che inizialmente doveva essere solo “di cittadinanza”. Ora è più “di inclusione” o di incentivo al lavoro. Meglio che niente.
Ma il problema segnalato dal prof. De Masi rimane. E se si dovesse constatare che in certi casi, nonostante il navigator possa sfoderare un fiuto da cane da tartufo, il lavoro non si trova, che succederà? Si revocherà comunque il reddito? Vedremo. Il problema esiste.
Fa ben sperare la notizia che si stia cercando di estendere da subito il reddito anche a coloro che perdano il posto. Ma bisogna anche evitare di offrire un doppio reddito a chiunque abbia delle entrate o un lavoro in nero. A tal fine forse bisognerebbe anche considerare l’opportunità di eliminare totalmente il contante e il segreto bancario, rendendo automaticamente nota al fisco ogni entrata ed ogni uscita da un conto corrente personale, collegato al codice fiscale di ciascun cittadino. In tal modo sarebbe possibile realizzare una tassazione costituzionalmente progressiva delle entrate (da stipendio, pensione, onorario, incasso da attività commerciale, ecc.), da un prelievo poco più che simbolico per chi percepisca entrate sotto i mille euro mensili ad aliquote progressivamente più alte in relazione al crescere dei redditi; con opportuni scaglionamenti da lasciar proporre – non decidere! – agli esperti.
E sarebbe ugualmente agevole realizzare un prelievo automatico da ogni spesa, rapportato alla tipologia di prodotto o di servizio acquistato: da un simbolico 2% su pasta e pane sino ad un 50% ed oltre su Rolex ed altri prodotti di lusso o su beni del tutto voluttuari. Le cifre sopra segnate sono da intendere come meramente esemplificative. Inoltre il prelievo fiscale potrebbe avvenire in tempo reale ed automaticamente, su ciascun movimento bancario effettuato tramite accreditamento di stipendio (o pensione) o tramite compravendita di beni e servizi. Un software opportuno canalizzerebbe direttamente al fisco la percentuale di prelievo prestabilita (crescente al crescere del reddito individuale; diversa sulle spese, in relazione alla tipologia di prodotto o di servizio acquistato).
Ovviamente ci beccheremo dai panciapiena, dai berluscones (e dai neoliberisti di tutto il mondo, uniti e solidali tra loro) il solito insulto liquidatorio: siamo populisti. Può darsi. Ma forse un sistema di tassazione come quello solo ad exemplum ipotizzato potrebbe mettere fuori gioco il lavoro nero, l’evasione fiscale, l’esazione del pizzo ed altra robetta simile. Forse varrebbe la pena di collegare ad un terminale unico presso il MEF tutti i POS o gli sportelli bancari e il conto personale del contribuente, rapportato biunivocamente al codice fiscale. Forse!
Alla politica l’ardua sentenza. Ma la politica probabilmente è la prima ad aver interesse ad occultare fondi e finaziamenti. E anche su questa sortita ci beccheremo (persino dai fascioleghisti, che hanno il carbone bagnato in tema di finanziamenti) l’insulto di populisti. Ma essere insultati da Salvini & c. potrà essere solo motivo di orgoglio. Altri strilleranno e si strapperanno i capelli, lamentando la fine del segreto bancario e vituperando l’idea di rendere trasparente di fronte al fisco ogni entrata ed ogni spesa del cittadino.
Ipocriti! Trascurano che già oggi siamo tutti spiati dal sistema commerciale e dai media dei quali ci serviamo: siamo noi stessi a fornire dati sulle nostre preferenze, sui nostri interessi, sulle nostre amicizie, sui nostri rapporti sociali, sui nostri orientamenti politici… E lo facciamo quotidianamente, servendoci dei network, esprimendo commenti, cercando prodotti attraverso la navigazione in rete o accettando le condizioni che ci vengono poste tutte le volte che attingiamo notizie da internet.
Inoltre le banche (private!) sanno tutto dei nostri movimenti e delle nostre disponibilità. E possono proporci investimenti in prodotti finanziari o anche polizze assicurative di un pelo vantaggiose rispetto a quelle che paghiamo (con assegno o con pos, cioè secondo importi non segreti) alla concorrenza. Solo al fisco dovremmo occultare introiti e spese reali? Probabilmente berluscuniani e leghisti (antistatalisti ed allergici al fisco) la penseranno così. Ma i cittadini che paghiamo le tasse e che abbiamo tutto l’interesse a prosciugare il pantano in cui guazzano gli evasori e i percettori del pizzo la dovremmo pensare diversamente. Dovremmo essere ben felici di pagare meno (senza invocare una incostituzionale e indifferenziata flat tax!) e di far pagare di più ai furbi che hanno evaso spudoratamente, come qualche luminare della scienza medica che ti fa pagare una somma x per una visita ma te ne fattura la metà, mostrandosi persino contrariato.
O dovremmo essere fieri di poter mettere fuori gioco gli esattori del pizzo, che sarebbe difficilmente esigibile attraverso pagamenti elettronici, noti al fisco e tassati in tempo reale. Ma ci aspettiamo opposizioni e critiche da parte dei panciapiena e siamo persino ansiosi di accertare da quali parti politiche proverranno le proteste più violente.
Intanto gli insulti volano quotidianamente tra cinquestelle e sfascioleghisti salviniani, che non hanno digerito l’inevitabile e giusta estromissione dal governo del loro sottosegretario Armando Siri. E sono in molti ormai gli osservatori politici che vaticinano l’imminente rottura del contratto di governo. Situazione che potrà difficilmente portare a nuove elezioni anticipate (invise ai parlamentari pentastellati, per ragioni personali facilmente intuibili, ed al capo dello stato, per motivi di prudenza e per senso di responsabilità), ma che dovrebbe trovare uno sbocco abbastanza logico ed auspicabile attraverso una coalizione tra M5S, PD e galassia della sinistra plurale, in funzione di politiche sociali e di coraggiose riforme innovative anti-establishment. Renzi permettendo, poiché il divoratore di popcorn, personalmente ridimensionato, dispone ancora di un consistente battaglione di fedelissimi parlamentari e potrebbe vanificare una soluzione come quella sopra ipotizzata per puntare in direzione di una scellerata alleanza “nazarena” con il cavallerizzo. Che sarebbe esiziale per il PD e deleteria per la tenuta della democrazia.
Come sarà deleteria per l’Unione la probabile santa alleanza euronazarena tra PPE e PSE. Ma queste forze esprimono interessi consolidati ed impermeabili alle esigenze di cambiamento e quelle emergenti veicolano nuove istanze ma non hanno un progetto comune condiviso e ben delineato. Come sostiene Marco Bersani, la transizione verso un nuovo paradigma non sarà rapida né semplice. Non sarà un pranzo di gala! Costituirà, anzi, un ulteriore fattore di destabilizzazione. Sarà un processo di trasformazione, rischioso anch’esso, ma necessario. E comunque meno rischioso di una intollerabile asfissiante immobile permanenza nel pantano della situazione attuale. Poiché l’ignavia di alcuni, che vi si sono adagiati, potrebbe provocare esiti rivoluzionari. Imprevedibili.

Commenti recenti