Tiziana Biondi: “Ci accusano di voler omosessualizzare i bambini”

Intervista alla vicepresidente di Stone Wall: “Assurdità diffuse per fare di un pensiero diverso un mostro”, “L’amore, fin dalla formazione scolastica, va riconosciuto in tutte le sue forme”

 

La Civetta di Minerva, 6 aprile 2019

Questa settimana anche noi della Civetta – che delle battaglie sociali ha sempre fatto una bandiera – volevamo prendere spunto dall’ormai famoso congresso della famiglia tradizionale che si è tenuto a Verona. E visto che – vivaddio – in Italia ci sono state anche parecchie contro-manifestazioni, volevamo dar voce anche a chi, e per fortuna sono tanti, riguardo questo argomento va da sempre controcorrente. Uno di questi fieri e – soprattutto – attivi esponenti, l’abbiamo qui con noi oggi, e si tratta di Tiziana Biondi LGBT, vice presidente dell’associazione Stone Wall, che sull’argomento ha accettato di scambiare due chiacchiere.

Buongiorno, Tiziana. Possiamo darci del tu?

Certo, è un piacere per me. E ti ringrazio per l’opportunità che mi dai di dar voce così anche alla “cosiddetta” minoranza.

Bene, presentati allora. Per chi ancora non ti conoscesse

Mi chiamo Tiziana Biondi, ho 46 anni e mi definisco un’educatrice non formale e più precisamente un’operatrice sociale. Sono la co-formatrice e – adesso – la vice presidente dell’Associazione Stone Wall di Siracusa, che si occupa di dare sostegno psicologico e legale a quelle persone LGBT (acronimo di lesbiche, gay, bisessuali e transgender), nonché impegnata sul territorio e non solo nella prevenzione e contrasto dell’omo-trans-fobia, ma soprattutto ci tengo a promuovere un’educazione al rispetto di tutte le differenze. E per far questo lavoriamo molto all’interno delle scuole medie e superiori, o quanto meno cerchiamo di farlo, pur tra mille difficoltà. Mi definisco donna lesbica, femminista ma anche un’attivista per i diritti civili e umani. Mi piace sottolineare il mio motto, che uso molto anche nel mondo social dove sono molto attiva, che è Tutti inclusi, nessuno escluso; Liberi di, liberi da.

Grazie Tiziana. In questi giorni si è fatto un gran parlare di proteggere la famiglia tradizionale, ma ci permettiamo di far notare che nessuno ha ancora avuto la decenza di spiegarci quale sia questa famiglia. Ma se i nostri genitori ci hanno insegnato che l’importante in una famiglia è volersi bene, perché allora si fa la guerra a persone che si vogliono bene, cercando di strappare via il nome che altrimenti li definirebbe? Perché si parla di tradizione, ma nessuno mai parla di come certi eventi siano di base anticostituzionali perché discriminano dei cittadini puntando a privarli di diritti civili?

In effetti, il discorso di famiglia tradizionale e famiglia naturale descrive un concetto che non esiste, perché la famiglia come tutti ben sanno è un costrutto sociale, che da quando è nato l’uomo, ovviamente, si è sempre evoluto. Questi signori purtroppo sembrano invece essere ancora saldamente ancorati ad un retaggio mentale a dir poco retrogrado e anacronistico, con chiare tracce patriarcali, ma nel senso peggiore del termine, e cioè nella sua forma misogina e sessista. Ma soprattutto mi tocca dire che le origini di questo pensiero risalgono (ahimè) ad una educazione religiosa piuttosto rigida, quell’educazione che prende spunto dalle radici profondamente cattoliche, ma che evidenzia una visione piuttosto distorta di quel pensiero cristiano, dove si evince che la famiglia tradizionale è semplicemente di un tipo solo. Quello canonico, appunto. Dici bene infatti quando fai riferimento al significato di questa benedetta famiglia tradizionale, e cioè quella dove la donna è molto spesso succube dei voleri e delle regole imposte dal marito. Però a questi signori forse è sfuggito un dato allarmante. E questa si che è una vera emergenza. E cioè che soprattutto in Italia cresce sempre più il fenomeno del femminicidio (termine orribile), che presenta ogni giorno esempi semplicemente agghiaccianti. È infatti notizia di questi giorni che altri due casi si sono verificati nell’arco di poche ore.

Ma la notizia che volevo evidenziare è che se si prova a digitare su qualsiasi motorino di ricerca di Internet, le parole due femminicidi nell’arco di poche ore, non viene fuori l’ultimo caso, bensì dei titoli di giornali che si riferiscono all’anno scorso, poi all’anno prima, eccetera. Questo a dimostrare non solo che il fenomeno c’è e che non va sottovalutato, ma è largamente diffuso e tristemente sempre in crescita. Ma in questo congresso sembra che di tale argomenti non si è fatto menzione. E io la trovo una cosa grave e inaccettabile per un Paese civile come ci vantiamo di essere. Quindi ritengo che prima ancora di affrontare discorsi che tendono alla difesa del concetto della vita già a partire dall’embrione presente nell’utero delle donne, con la pretesa di decidere loro cosa debba o non debba fare la donna, gli esimi relatori del congresso di Verona dovrebbero innanzi tutto difendere la vita della donna stessa, schiava di questa sotto cultura maschilista e patriarcale che poi è alla base della violenza stessa. E che non se ne sia fatta menzione denota un’ipocrisia inaccettabile da parte degli organizzatori. E questo la dice lunga sul come certi eventi vengono strumentalizzati da una determinata e precisa corrente di pensiero politico. Il fatto poi del perché si attacchino altri tipi di famiglie, altri esponenti della popolazione LGBT, è facilmente comprensibile. Perché questi esponenti infatti sono stati fra i primi, insieme alle femministe, a cercare di decostruire i ruoli e gli stereotipi di genere e hanno sempre attaccato quella ideologia patriarcale e sessista di cui sopra.

Eri presente al congresso di Verona? In quale modo hai seguito il suo evolversi?

No, non sono potuta essere presente fisicamente, ma ho ovviamente seguito molto da vicino le varie dirette che ci sono state sul web. E a proposito di questo mi dispiace che queste dirette non siano state mandate anche dagli organi di informazione, diciamo così, più tradizionali, come le emittenti TV. Si, è vero che ci sono stati parecchi servizi, ma la completezza delle informazioni è stata fornita solamente in rete, con molte dirette video, appunto, con parecchie interviste arricchite da tante immagini fotografiche. È sotto gli occhi di tutti dunque che il congresso di Verona ha avuto un’eco mediatica molto rilevante, e i relatori sono giocoforza venuti allo scoperto e si sono mostrati per quello che sono e per quello che pensano. Però a mio avviso questa intenzione ha avuto un effetto boomerang sugli organizzatori, perché la loro missione, la loro marcia verso certa mistificazione della realtà attuale, alla fine si è rivelata un autentico flop al livello di numeri. Invece per quanto riguarda la contro manifestazione, quella organizzata dal movimento femminista (l’hashtag era Verona trans femminista, Verona libera e Italia laica), dalle LGBT e da tutte quelle associazioni che hanno veramente a cuore i diritti civili e umani di tutti, nonché veramente il rispetto della donna, questa è stata al contrario un grandissimo successo, con numeri altissimi. Si parla infatti di oltre centomila persone, tanto che gli organizzatori stessi hanno dichiarato che l’evento è andato anche oltre ogni più rosea aspettativa. Quindi il risultato è che il movimento femminista e LGBT sono vivi e vegeti e di sicuro mai abbasseranno la guardia verso quei movimenti pro life, come li chiamano loro (il termine fa sorridere, come se qualcuno invece fosse contrario alla vita…), che vanno sempre tenuti d’occhio, perché alleati e sostenuti da certi governi conservatori e ideologicamente di destra.

Ecco, proprio riguardo a certe ideologie politiche, non ti sembra che si stiano facendo notevoli passi indietro rispetto alle rivoluzioni e ai movimenti giovanili del ’68?

Io penso che si stia tentando di farli fare, questi passi indietro. Ma in realtà i passi indietro non si sono fatti. Mi spiego meglio: l’errore che è stato fatto da tutte le associazioni che si battono per i diritti umani è l’aver dato come acquisiti certi diritti conquistati. Ma la realtà invece è che basta un attimo perché questi diritti vengano nuovamente calpestati e non garantiti. Quindi quello che viviamo oggi è un momento di resistenza (mi piace chiamarlo così), proprio perché questi diritti conquistati con le lotte studentesche del ’68, appunto, sono messi ogni giorno sotto attacco da correnti di pensiero opposte politicamente. Ciò non vuol dire che siamo destinati a perderli nuovamente questi diritti, ma è inutile negare che esiste anche questa possibilità. Quindi serve la resistenza e l’impegno di tutti, perché l’esserci col cuore non basta più. Tante volte infatti mi sento dire «io sono vicina alle vostre battaglie col cuore», ma questo è un momento in cui tutti bisogna resistere anche fattivamente, e non solo moralmente. Con una presenza massiccia nelle piazze e un impegno concreto, sociale e politico.

E mi sembra pure doveroso. Dall’altra parte della Manica, invece, si è votato in favore dell’insegnamento nelle scuole di tematiche LGBT e dinamiche familiari inclusive. La fredda, industriale Albione riconosce che una famiglia è fatta da persone che si amano, mentre in Italia (terra romantica e passionale) sembra che le famiglie non debbano essere una questione d’amore, ma di burocrazia, formalità e semantica. Ma allora noi latini italici, figli di Rodolfo Valentino e di Romeo e Giulietta, abbiamo davvero scordato cosa vuol dire amare? E concludi coi tuoi auspici e – se ne hai – qualche idea su quale iniziativa potrebbe ancora invertire questa tendenza:

Tocchi un tasto dolente. È vero, al di là dei confini italiani, in Francia e non solo, già certe tematiche sono inserite in maniera curriculare all’interno delle scuole, nei programmi didattici. Da noi in Italia invece siamo fermi ancora alla mistificazione dell’inesistente teoria del gender che vorrebbe associazioni come le LGBT impegnate nella omosessualizzazione dei bambini e dei ragazzi. Stiamo parlando cioè di concetti assurdi che vengono inculcati alla gente per fare di un pensiero diverso un mostro. A questo siamo. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Quindi moltissimo c’è ancora da fare in questo senso, anche se in Italia esistono già moltissime associazioni che si occupano quotidianamente di educazione e rispetto dei diritti di tutti. Anche nelle scuole. Una di queste, che mi piace sottolineare, è un network, nato cinque anni fa, che si chiama Educare alle differenze, che è stato sempre molto presente riguardo questi temi sociali, tanto da diventare poi un’Associazione nazionale che racchiude molte di queste realtà associative che si occupano appunto, seppure con molte difficoltà, di promuovere l’educazione alle differenze all’interno delle scuole. Perché saremo ripetitivi, ma è proprio dalle scuole che bisogna cominciare ad educare i giovani ad abbattere questo stereotipo e il pregiudizio del diverso, come già succede da anni in tutti gli altri Paesi cosiddetti civili. Perché finché la gente non capirà che per avere riconosciuti pari dignità e pari diritti dovrà acquisire più coscienza e consapevolezza politica, le cose non cambieranno.

Se invece il cittadino medio riuscisse ad avere più consapevolezza della nostra classe politica e di quello che essi rappresentano, potrebbe facilmente capire che quella dignità e quei diritti civili non potrebbe mai trovarli riconosciuti nelle idee dei rappresentanti della Lega, di Fratelli d’Italia e di tutti gli altri gruppi politici che rappresentano oggi la destra italiana. Con questo non voglio dire che a sinistra siamo messi benissimo, perché attualmente la sinistra in Italia è molto disgregata e in un momento come questo servirebbe invece più unità d’intenti. E l’unità presuppone anche che il maggior partito di centro sinistra che in questi anni si è molto snaturato, ritrovi presto le proprie origini. In riferimento a questo, sono molto critica rispetto alla presenza dei cap dem all’interno del partito stesso, che spesso si sono rivelati una zavorra che ha snaturato quella che era l’idea dei principi di sinistra. Quindi noi tutti dobbiamo riuscire, a dispetto di tutte le prove e di tutti gli impegni che quotidianamente dobbiamo affrontare, nei limiti del possibile, a non abbassare mai la guardia e dobbiamo cercare di stare sempre al fianco delle associazioni e di quelle realtà che quotidianamente e a fatica si battono affinché l’amore venga riconosciuto in tutte le sue forme e i diritti civili e umani siano veramente diritti di tutto e di tutti.

Da leggere

Siracusa, la paralisi di una generazione: viaggio tra declino demografico, record di scoraggiamento ed esodo dei giovani laureati

1. Le fonti della crisi Questo viaggio nei numeri della condizione giovanile a Siracusa è …

COLLABORA CON NOI

SIRACUSA DIFFERENZIA

IL BAR SOTTO IL MARE

Migranti

homepage

Lavoro

I Diari della Quarantena

La Civetta in gabbia

La parola ai lettori

Articoli recenti

VIDEO

Commenti recenti