Tra i mille nomi ricordati a Padova c’era anche quello di Dodò Gabriele. Giocava a calcio quando gli spararono. E aveva solo 11 anni. Anche lo sport, soprattutto lo sport, può essere isola del buon esempio
La Civetta di Minerva, 23 marzo 2019
In occasione della XXIV “Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie” che si è tenuta giovedì a Padova, organizzata da Libera e Avviso Pubblico, dove si sono letti circa mille nomi delle vittime innocenti delle mafie col discorso finale di don Luigi Ciotti, anche noi che da queste pagine solitamente vi parliamo del fenomeno sport, ma in particolare di quello locale, non potevamo e non volevamo stavolta esimerci di dire la nostra sul significato vero e intrinseco del movimento sportivo che – vivaddio – è lo stesso sia se si parli di campioni pluri-osannati e decantati dai grandi palcoscenici internazionali, sia se si assiste ad una partitella tra ragazzini nel cortile sotto casa, con le porte formate da sassi e le maglie numerate a mano coll’uniposca.
A volte, fra le partite che si devono giocare, ve ne sono alcune di gran lunga più complicate. Però, a dispetto di quelle altre, quelle per così dire canoniche, hanno un gran vantaggio, e cioè che in queste partite nessuno perde: Le partite del buon esempio!
Nelle partite del buon esempio tu puoi essere il capitano, contro ogni forma d’intolleranza, insofferenza, discriminazione. Puoi essere sponda, porto, àncora per chi non trova nessuna maglia da indossare perché magari vive ai margini, o ha paura di entrare in campo perché il suo colore della pelle possa non piacere ai suoi compagni, oppure gli manca una parte del corpo. Tutti abbiamo bisogno di sentirci, e il diritto di sentirci, normali. Ma soprattutto di essere sentiti normali. E se lo sport ci fa sognare, divertire, emozionare, commuovere, può e deve fare uno sforzo in più perché questo Paese torni a sentirsi una squadra. Magari sgarubata, tribolata, fatta da cialtroni e casinisti, ma una sola squadra!
Lo sport ha sempre saputo raccontare la bellezza di andare oltre il limite e il valore della ripartenza. La forza e la capacità dello sport è proprio questa, cioè la voglia potente e passionale di raccontare al mondo storie esemplari e spesso bellissime. Storie di chi non si arrende. Storie di chi si rialza. Storie di chi stringe i pugni per tornare a riprendersi la sua vita in una piscina, anche se non avrà mai più quella spinta propulsiva che gli veniva garantita dalla forza e dallo slancio delle sue gambe, gambe che ha perduto per sempre per mano di chi si trovava lì per caso a sparare a zonzo. E ancora storie di chi non molla di un passo davanti alla vetta di una montagna, pur con la mente e le gambe annebbiate dalla stanchezza, perché sa che su quella vetta c’è il sogno di una vita. E ancora storie di chi è stato tradito ferocemente dal palcoscenico dorato e dai lustrini della formula uno, dove ha incontrato una signora con la falce che gli ha tranciato di netto entrambe le gambe all’altezza della coscia, ma si è immediatamente tirato su diventando un esempio positivo dinnanzi al mondo intero tornando a primeggiare in discipline che sono denominate “sport paraolimpici per diversamente abili”. Appunto. Proprio diversamente abili, nel senso – aggiungerei – di immensamente abili.
Si, lo sport può davvero cambiare una vita. E ci vorrebbe proprio una presa di coscienza collettiva della straordinaria capacità che ha lo sport di portare in dono la luminescenza a chiunque vi si avvicini. La facoltà di provare a cambiare la testa (e il cuore) di chi invece prende scorciatoie, chi urla contro l’avversario, chi non accetta il verdetto. O – peggio – di chi, comodamente seduto in tribuna a sorseggiare una bevanda gassata e zuccherata, urla buu al giocatore di colore della squadra avversaria. Lo sport ha un potenziale immenso, e la speranza è che se ne accorgano in tempo fruitori, allenatori, spettatori, docenti scolastici e istituzioni per far sentire unito questo nostro Belpaese non solo quando sventola sul podio il nostro tricolore, ma anche dentro lo spogliatoio di una palestra di periferia o in un cortile disastrato, dove ogni bambino e ogni bambina comincia a inseguire la propria favola, la stessa favola per tutti, con un preciso traguardo da raggiungere, magari prima piccolissimo, ma poi sempre più grande. Una favola uguale in tutte le lingue, che non ha bisogno di tante parole, che si impara in un secondo e non si scorda mai più.
Proprio di questo si è parlato a Padova, in occasione della Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, organizzata da Libera. Si è parlato della sfida più importante che tutti noi possiamo e dobbiamo affrontare. E cioè integrare, educare, affratellare. Perché forse non tutti sanno che tra i quasi mille nomi che sono stati ricordati giovedì, c’era anche quello Dodò Gabriele. Giocava a calcio quando gli spararono. E aveva solo 11 anni.

Commenti recenti