Dimmi chi ti influen(cer) e ti dirò chi sei

L’acqua di Chiara Ferragni e altre considerazioni. Per il presidente del Codacons è immorale, eppure nessuno si salva da queste nuove réclame

La Civetta di Minerva, ottobre 2018

Qualche giorno fa, una notizia ha sconvolto il web e lasciato molti internauti indignati (o, meglio, secondo la grammatica dei social network: “indinniati!”): la bella Chiara Ferragni –  già nota a quei pochissimi che, ancora, non la conoscevano per aver scelto di celebrare un fantasmagorico matrimonio a Noto, quest’estate – ha avviato una collaborazione con il brand “Evian”. Quid novi per una che è abituata a stipulare contratti a molti zeri con le più note aziende e a ricoprire di griffe persino il figlio, ancora lattante? La novità è che l’oggetto sponsorizzato stavolta è dell’acqua: una semplice bottiglia di vetro, con alcuni disegnini sopra e, al suo interno, del liquido sorgivo, trasparente, inodore e batteriologicamente puro. Al modico costo di otto euro per meno di un litro.

La notizia ha scatenato le ire di coloro che scrutano le etichette e i volantini del supermercato, alla ricerca delle casse d’acqua in offerta, ma anche di coloro che – pur non disdegnando una spesa di qualche centesimo in più, pur di bere il minor quantitativo di sodio – ritengono immorale (proprio questo termine ha usato il presidente del Codacons) pagare a questo prezzo un bene di prima necessità. Con questa mole di commenti negativi, peraltro, la faccenda ha avuto un’eco tale che sono già esaurite le offerte speciali (perché da quelle, fatalmente, ogni essere umano che vesta i panni di consumatore è attirato) che smerciano dodici bottiglie di acqua Ferragni a soli settantadue euro.

Senza entrare nel merito – saremo pure liberi di fare la plin plin del marchio che ci aggrada? – la faccenda ci permette di analizzare un fenomeno cardine di una modernità fatta di social e apparenza: quello degli influencer. Se quest’ultima è, per voi, una parola che ricorda i malanni invernali significa che non avete abbastanza dimestichezza con il magico mondo virtuale, quello delle foto al cibo, delle foto all’outfit, delle foto ai paesaggi, delle foto a se stessi mentre ci si scatta una foto. Si tratta, in realtà, di una attività talmente diffusa, talmente allettante da essere quasi diventata una professione alla quale aspirare: non stupitevi, perciò, se i vostri figli, un giorno, vi manifesteranno l’intenzione di diventare come i propri idoli, i Ferragnez. E, come per ogni professione che si rispetti, soprattutto in questo secolo, anche per essa esiste un vademecum – ovviamente online, disponibile sui migliori motori di ricerca – che illustra i vari passaggi per diventare un buon influencer.

Né deve stupire l’attenzione riversata dalle aziende su queste nuove esperienze mediatiche, posta la rilevanza che esse hanno a fini promozionali: il “Carosello” dei millennials, infatti, è costituito dalle visualizzazioni di storie – così si chiamano i brevi video registrati sui social – che contengono, tra l’altro, sottili e velate sponsorizzazioni di brand. Dietro la Ferragni, pertanto, gira un’economia succulenta, fatta di investimenti e di (social)reputazione, fatta di avvenenza e di affabulazione, un’economia della quale non esistono tuttora cifre ufficiali, ma nella quale, senza alcun dubbio, girano e gireranno molti dollari.  

Dovrebbe farci riflettere la nostra necessità di avere delle persone che ci influenzino, che ci guidino, che ci indichino le merci da acquistare o i vestiti da indossare; perché, se è vero che vip da idolatrare ed imitare non sono mai mancati, si trattava, in passato, di attori, cantanti, politici e pensatori e non di uomini e donne il cui unico ruolo è quello di ergersi a consiglieri del quisque de populo. Sembrerebbe la professione perfetta: quella per la quale non si deve fare, bensì, semplicemente, essere; eppure, non è tutto oro quel che luccica e il mondo dei follower è in grado di gasare gli influencer, con la sua ammirazione incondizionata nei loro confronti, ma anche di affossarli psicologicamente, con commenti caustici, garantiti dall’anonimato della tastiera. Gli influencer, a differenza di altri esponenti del mondo dello spettacolo, esistono fintanto che esista un’approvazione ed in quanto, comunque, si parli di loro.

È un mondo che somiglia molto alla bottiglietta d’acqua della Ferragni: dispendioso, diafano, evaporabile.

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