“Giordano incompatibile con funzioni giudiziarie a Siracusa”

La delibera della Prima Commissione del CSM ha radici nel passato, nei “favori a esponenti dell’economia locale”

La Civetta di Minerva, 8 giugno 2018

“Ritiene la Commissione che il complesso degli elementi probatori acquisiti c onsenta di affermare che il dottor Giordano non possa esercitare, in piena indipendenza ed imparzialità, alcuna funzione giudiziaria nel circondario di Siracusa … Il Consiglio, pertanto, delibera il trasferimento d’ufficio ai sensi dell’art.2 regio decreto n.511 del 31 maggio 1946 del dott. Francesco Paolo Giordano, attualmente procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Siracusa, per incompatibilità con ogni funzione giudiziaria nel circondario di Siracusa; delibera altresì di comunicare la presente delibera alla Terza Commissione, per quanto di competenza”.

Questo è stato deciso il 16 maggio 2018 dalla prima commissione del CSM chiamata a deliberare in merito all’esposto che otto su undici sostituti procuratori del Tribunale di Siracusa – Margherita Brianese, Salvatore Grillo, Magda Guarnaccia, Davide Lucignani, Antonio Nicastro, Vincenzo Nitti, Tommaso Pagano, Andrea Palmieri – hanno presentato il 29 settembre 2016 avendo “osservato fatti e situazioni così gravi da ingenerare preoccupazione per le sorti dell’amministrazione della giustizia nel circondario di appartenenza, dovuti ad infiltrazioni ed interferenze da parte di soggetti portatori di specifici interessi economici ed imprenditoriali, tali da condizionare l’attività investigativa e giurisdizionale dell’ufficio in cui gli stessi lavorano”. Lo stesso esposto, ampiamente documentato, inviato anche alla Procura di Messina che dovrà valutare eventuali elementi di reato.

E che tutto, ancora una volta, si colleghi al passato, alle inchieste giornalistiche del dicembre 2011, senza interruzione di continuità (quella che invece alcuni osservatori amano sostenere), lo dice il relatore consigliere Napoleone facendo riferimento alla sentenza n.1679/2015 della Corte d’appello di Messina (successivamente confermata dalla Corte di Cassazione) con la quale l’allora procuratore della Repubblica di Siracusa Ugo Rossi ed il sostituto Maurizio Musco erano stati condannati per abuso d’ufficio.

Proprio in quell’occasione infatti la Corte d’appello ebbe a rilevare, e censurare, che l’azione giudiziaria si era in alcune circostanze piegata a favore “di esponenti dell’economia locale, garantendo a costoro e ai loro collaterali trattamenti di favore”: “ad avviso degli esponenti tale “virulenta capacità di condizionamento” è ancora attuale” si legge nella delibera di qualche giorno fa.

Otto sostituti costretti a inviare al supremo organo della magistratura prima una comunicazione più ridotta (inizialmente i fatti esposti alla Procura di Messina – 10 diverse vicende processuali raccontate in 30 pagine – erano “coperti dal segreto istruttorio e come tali non direttamente ostensibili”) e poi il testo integrale “a seguito della constatata inefficacia delle plurime iniziative e segnalazioni, operate per via istituzionale e volte a consentire 1’adozione di cautele e misure anche organizzative utili a prevenire indebite interferenze nell’azione giurisdizionale”.

Pagine e pagine fitte di testimonianze e fatti che fotografano la realtà in cui un’inconsapevole comunità, esclusi i diretti interessati e coinvolti, ha continuato a svolgere la propria attività quotidiana, imprenditoriale e lavorativa, senza rendersi conto di quanto accadeva nell’edificio più importante della città, il luogo in cui il vivere civile trova (dovrebbe trovare) la sua concreta possibilità di attuazione, la garanzia dei diritti e dei valori che lo sostanziano.

Nelle pagine che pubblichiamo integralmente in questo numero, come sui grani di un rosario, si recita un calvario doloroso dove la giustizia è stata piegata, sacrificata agli interessi di una consorteria che è difficile definire con pochi aggettivi e le cui caratteristiche hanno sicuramente trovato migliore definizione nelle dichiarazioni rese ultimamente dall’avvocato Piero Amara, il vero unico dominus, ai pubblici ministeri di Milano Roma e Messina che solo a fronte di quest’ampia (e speriamo completa) ammissione di colpevolezza e chiamata in correità di molti hanno concesso gli arresti domiciliari. Una storia ancora tutta da scrivere, eventi che dovrebbero appartenere al passato da riscrivere invece dalle origini e che riguardano non solo il capoluogo ma anche Comuni come Augusta e chissà quali altri.

Le audizioni della Prima Commissione

6 ottobre 2016: audizione del dottor Salvatore Scalia, procuratore generale di Catania, sull’esposto di cinque magistrati nei confronti del dottor Giancarlo Longo e sui rapporti “non buoni” con il procuratore capo Francesco Paolo Giordano “anche perché vari sostituti avevano impugnato un provvedimento del procuratore che aveva modificato i criteri organizzativi interni dell’ufficio”.

13 ottobre 2016: audizione del dottor Vincenzo Barbaro, procuratore facente funzioni della Repubblica di Messina, che ha confermato l’esistenza di un procedimento penale iscritto a modello 21 e pendente nei riguardi del dottor Longo.

17 gennaio 2017: nuova audizione di Barbaro che nell’occasione ha consegnato copia integrale del dettagliato esposto a firma degli otto sostituti; esposto sul quale ha riferito che stavano proseguendo le indagini, ancora coperte da segreto.

11 aprile 2017: il dottor Giordano invia una segnalazione al CSM, oltre che all’Ispettorato ministeriale e alla Procura di Catania, chiedendo “accertamenti sull’esposto asseritamente a firma di otto magistrati” dell’Ufficio affermando che, con la presentazione dell’esposto, sono state violate “gravemente varie disposizioni della legge sostanziale e processuale” non essendo stato egli preventivamente avvertito. Chiede quindi “approfonditi accertamenti” a tutela sua e dell’Ufficio “per verificare la sussistenza dei cennati profili di responsabilità disciplinare a carico degli otto magistrati firmatari dell’esposto, anche per fugare qualsivoglia sospetto di inquinamento possa essere stato adombrato”.

11 e 12 maggio 2017: la Prima Commissione ascolta, presso gli uffici giudiziari di Siracusa, gli otto sostituti firmatari dell’esposto, il procuratore aggiunto, il presidente del Tribunale, il presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati e il prefetto.

18 maggio 2017: la Prima Commissione delibera di aprire nei confronti del dottor Giordano un procedimento per incompatibilità ambientale e/o funzionale. Nella stessa seduta si decide di aprire altro procedimento nei riguardi dei sostituti Longo e Musco, per quest’ultimo per incompatibilità funzionale.

19 giugno 2017: audizione del procuratore Giordano che deposita “una corposa memoria difensiva”

21 novembre 2017: nuova audizione dei sostituti autori dell’esposto ancora “materialmente” in servizio presso la Procura di Siracusa (tutti tranne la dottoressa Guarnaccia trasferitasi alla Procura di Catania).

21 dicembre 2017: la Prima Commissione delibera la chiusura della fase istruttoria e dispone il deposito degli atti ad essa relativi”.

16 maggio 2018: la Prima Commissione delibera il trasferimento d’ufficio del procuratore capo Giordano demandando il provvedimento finale alla terza commissione alla quale compete il collocamento nella nuova sede.

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