“Il grattacielo di Noto lasciamolo dov’è e com’è”

Il professionista rosolinese, sulla questione riproposta dalla Civetta, ci invia un suo articolo pubblicato su NotoInforma nel 2001: “Una trave nell’occhio, ma costruito con regolare licenza edilizia”

 

La Civetta di Minerva, 11 maggio 2018

E’ diventata veramente stucchevole la querelle sulla presenza e sull’ipotetico abbattimento del grattacielo di Noto.

Non c’è occasione, non c’è convegno o dibattito sul barocco e sui beni culturali di Noto in cui non si riproponga puntualmente il tormentone “abbattimento-sì, abbattimento-no”, forse anche al di là delle intenzioni del primo provocatore-proponente di questo singolare dibattito, il mitico Cesare Brandi. Con la “cultura” –  urbanistica, architettonica, umanistica, ecc.- obbligatoriamente schierata da una parte, si può immaginare quale, e “gli altri” a sostenere tesi più realistiche.

L’argomento è davvero diventato frusto, e non appassiona più, anche perchè potrebbe cominciare a profilarsi, a mio parere, l’ipotesi di una richiesta di indennizzo per… danno biologico dovuto allo stress psicologico continuativo subìto da parte dei proprietari di quell’immobile, nonché per la correlata riduzione di valore commerciale dei beni minacciati: se fossero azioni di borsa, sarebbero crollate cento volte!

Dico subito che il grattacielo di Noto, intrinsecamente brutto nonostante il recente restyling cromatico, è un orribile corpo estraneo conficcato in un tessuto fragile, una fastidiosa trave nell’occhio, anzi penso che sia uno dei primissimi “eco-mostri” ante litteram che siano apparsi sulla scena italiana degli ultimi 50 anni, un vulnus che offende in modo irreparabile l’immagine di Noto.

Detto questo, penso comunque che il problema dell’abbattimento o del mantenimento del grattacielo sia un problema mal posto, e ciò non tanto per motivi economici (quanto costerebbe abbatterlo, ecc.) o giuridici (fu realizzato con tanto di licenza edilizia, a che titolo si abbatterebbe, ecc.), quanto per motivi che vorrei proprio definire storico-culturali.

Perché appunto, come si usa dire oggi, “il problema è un altro”. E muove dal fatto che il grattacielo di Noto deturpa non il barocco di Noto (non è attiguo a nessuno dei monumenti barocchi, i visitatori di Noto non si imbattono con il grattacielo), ma il panorama, barocco, della città che è possibile ammirare da sud, quindi è un problema di carattere essenzialmente paesaggistico, anzi, macro-paesaggistico.

Intanto va ricordato come sia ancora praticamente in attesa di una definizione il concetto di paesaggio e di bene paesaggistico, questione non risolta a partire dalle leggi del 1939 sino al testo unico del 1999, ivi comprese le recenti linee guida del piano paesistico della regione siciliana. Tanto è vero che il vincolo paesaggistico cui il centro storico del Comune di Noto è soggetto sin dal lontano 1967 non è riuscito a proteggere non tanto Noto in sé, ma la sua raffigurazione esterna, la cartolina di Noto, ed ancora oggi, se non fosse precluso da motivi urbanistici o sismici, il grattacielo di Noto potrebbe essere paradossalmente edificato in quanto l’area in cui esso ricade risulta fuori da qualsiasi vincolo paesaggistico.

Ed in ragione di ciò appare dunque sterile e superfluo argomentare che quell’edificio è stato realizzato con regolare licenza edilizia e su chi l’ha rilasciata: anche se non lo fosse stato, i numerosi e generosi condoni che si sono succeduti avrebbero comunque sistemato le cose, senza alcun ostacolo di merito sulla questione paesaggistica. 

Se poi, come molti sostengono, si può paragonare il paesaggio ad un’opera pittorica, perché non pensare, provocatoriamente, che la veduta di Noto con il grattacielo in primo piano, dritto e squadrato, assomigli ad un quadro di De Chirico con il suo bel solido accostato ad una scena urbana, ed in quanto tale, bene culturale esso stesso?

E’ chiaro dunque che il nostro edificio monstre risulta innanzi tutto frutto di una macroscopica carenza legislativa, dovuta a normative ora incerte, ora velleitarie, che comunque, alla prova dei fatti, non riescono a tutelare ciò che merita veramente di essere tutelato.

In funzione dunque di questa impostazione paesaggistica del problema, provo spesso con me stesso a fare un doppio esercizio, un esercizio di memoria ed uno di immaginazione.

Con l’esercizio di memoria provo a ricordare, avendo la “sfortuna anagrafica” di averlo conosciuto, che cosa era, fino agli anni 50, prima del grattacielo, il panorama di Noto visto da sud: un piccolo gioiello di architetture barocche, mirabilmente assemblate, su “letto” di edilizia minore storica, il tutto adagiato su un verde declivio digradante verso il fiume, coperto di mandorli, con le spettacolari mutazioni cromatiche stagionali, un vero unicum paesaggistico, una “cartolina”.

Guardo invece che cosa è oggi il panorama di Noto visto da sud: un piccolo, superstite, nucleo di architetture barocche che galleggia su un mostruoso agglomerato edilizio informe, che si estende da  ovest ad est e dal barocco al fiume, che ha preso il posto dei mandorleti, testimonianza tangibile delle tante vie Gluck nostrane, e fra queste case conficcato il “mostro”, alto, possente e “volgare”.

Provo quindi, ecco il mio secondo esercizio, ad immaginare questo stesso panorama “senza” il grattacielo: ebbene, la cartolina che c’era non c’è più, e, con tutta evidenza, non potrà più tornare, anche perché, nel frattempo, “altri” grattacieli, e proprio “dentro” la città, sono venuti a fargli bella compagnia, ed il panorama di Noto, visto da sud, rimane di una bruttezza struggente ed irreversibile.

Eppure, a ben vedere, c’è scolpita, in questo sfigurato paesaggio, la storia degli ultimi 60 anni di questa Città e del nostro Paese: c’è innanzi tutto da “capire” le ragioni per cui tante persone “scelsero” senza costrizione, anzi pagando profumatamente, di andare a vivere a 50 metri dal suolo, c’è poi la sfida tecnologica di un nuovo materiale da costruzione che prometteva “miracoli”, c’è la tendenza del tempo di modificare la sky line delle città come era avvenuto a Milano, Torino (barocca più di Noto), Rimini, Catania, Ragusa, Modica, Avola, ecc., e il desiderio degli architetti del tempo di apporre la propria firma sul cielo, c’è il boom edilizio degli anni 60-70 con l’insopprimibile bisogno di case, c’è l’urbanistica denegata o “frenata” degli anni 70-80, c’è la tolleranza a mille (piuttosto che a zero) per l’abusivismo edilizio; c’è anche, nel caso di Noto, il primato unico di accoglienza mal ripagata di una comunità, aperta nei confronti di un gruppo etnico diverso che, ingrato, si è appropriato di un pezzo di territorio e ne ha fatto brandelli, c’è infine l’incapacità delle istituzioni e l’inadeguatezza delle leggi ad essere strumenti di governo ed a regolare il perenne conflitto fra l’interesse pubblico, apparentemente generico ed astratto, ed i bisogni concreti ed urgenti delle singole persone.

C’è dunque tutto questo, ed altro ancora, nel nuovo panorama di Noto visto da sud, e non è poco, a mio parere, per unirmi, sia pure con grande sofferenza e lamento,  ai molti ed altrettanto autorevoli sostenitori della tesi “conservativa” del grattacielo, anche perché, come si è fatto da più parti rilevare, non è da lì che bisognerebbe iniziare per restituire il barocco al barocco, ben altri e più gravi sfregi avendo subito il giardino di pietra. Ma questo, poi, è un altro e più importante discorso, sul quale sarebbe interessante ritornare.

Il “grattacielo” di Noto, dunque, lasciamolo pure dov’è e com’è, un caso di scuola su cui formare nuove generazioni di ingegneri ed architetti.

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