Non ci sono più i giovani di una volta

E nemmeno i pettini, gli orologi, le agende e i lacci delle scarpe. I “ggiovani” di oggi sono proprio differenti, fatti in un altro modo, socialmente e antropologicamente. Per esempio…

La Civetta di Minerva, 13 aprile 2018

I giovani di oggi non sono come quelli di una volta, che ora sono adulti. Anzi vecchi. Ma non per questione di età, cioè perché i giovani di prima adesso sono cresciuti e quindi non sono più giovani e quindi sono diversi. No. Sono proprio differenti, fatti in un altro modo. Socialmente, caratterialmente, comportamentalmente (si può dire?) antropologicamente. Proprio un’altra cosa.

Per esempio. Quando io ero giovane (ragazzo) le misure delle scarpe variavano da numero 39, 40, 41, 42 massimo. Solo quelli giganti, spilungoni o cicciottoni portavano il numero 43 o 44. Adesso tutti i ragazzi, ma proprio Tutti, portano 43 o 44 di piede. Siano essi piccoli di statura, normali o giganti. Spilungoni e cicciottoni. Inoltre, noi portavamo le scarpe allacciate. Anzi c’era tutta una tecnica per allacciarle meglio e più velocemente. Adesso i ragazzi portano le scarpe slacciate, anzi, manco sanno come si fa ad allacciarle.

Quando io ero giovane si portava la camicia dentro i pantaloni, e si cercava di tenerla in modo che non facesse pieghe sulla pancia o dietro. Adesso le camicie si portano fuori dai pantaloni. Anzi non si portano proprio. Adesso ci sono solo T shirt. Estate e inverno, T shirt o maglie. Oppure felpe. Noi avevamo l’abbigliamento estivo e quello invernale, insomma ci vestivamo in maniera diversa col cambiare del tempo e della temperatura e dopo Pasqua e prima del 25 aprile facevamo il cambio di stagione. Oggi, invece, i ragazzi portano lo stesso abbigliamento indifferentemente in estate e in inverno e nei loro cassetti ci trovi mischiate  t shirt e felpe, maglioni e pantaloncini corti.

A proposito, quando io ero giovane, ci piaceva indossare gli abiti stirati per bene. Invece di questi tempi, i giovani il ferro da stiro manco lo conoscono. Si mettono le camicie (quelle poche volte che se le mettono, per i ricevimenti) prese direttamente dallo stendino (tanto sopra ci va il maglione o il giubbotto), i pantaloni li mettono piegati sotto il materasso e l’indomani se li mettono belli stirati (secondo loro).

Quando ero giovane io, prima di uscire ci si pettinava, si stava davanti lo specchio qualche minuto, per azzizzarsi un po’. Questi invece escono che sembrano appena susuti ro lettu. Non conoscono pettine, e nemmeno specchio. Spesso nemmeno il rasoio. Radersi non è più una cosa normale e per noia o per indifferenza quasi tutti portano la barba. Incolta. A pensarci bene, i giovani di oggi, molti di loro, non hanno manco i capelli. Già a 20 o 25 anni sono calvi o quasi. Noi invece si andava fieri di essere capelloni e se appena appena spuntava una chiazza incipiente si cadeva in depressione, questi sono tignusi e non gliene frega per niente.

I ragazzi che ricordo io si chiamavano Peppe, Ciccio, Paolo, Lucia, Maria Rita, Pina, al massimo Romualdo o Donatella. I ragazzi di oggi, invece, li sento chiamare Kevin, Sharon, Brian, Masha, Boh. Chissà se esiste un giorno del calendario a loro dedicato e se qualcuno festeggia l’onomastico.

Quando io ero giovane, eppure poco tempo fa, si usava l’orologio. E tutti, ma proprio tutti, lo portavamo al polso. Quasi sempre a sinistra, pochi (io per esempio) per darci un contegno lo portavano al polso destro. Era uno stile, e a secondo delle occasioni usavi un orologio diverso ed era un modo di essere. Loro adesso manco sanno come è fatto un orologio (tanto lo vedo sul cellulare, o sulla moto). Anzi, a dire il vero non gli interessa sapere manco che ora è. E nel loro immaginario l’orologio è un numero digitale lampeggiante su un display. Che ne sanno di cassa, corona, cinturino.

Ai miei tempi, da ragazzo, avevamo le agende, i diari, i taccuini. A scuola il diario era d’obbligo per segnare i compiti, ma ci si scriveva di tutto. Dai testi delle canzoni ai titoli dei film visti. Poi si passava alle agende e c’era una ricerca accurata per scegliere quella giusta, giornaliera, settimanale, mensile. Insomma si scriveva gli appuntamenti, quel che si faceva, quel che si pensava. Si prendevano appunti nelle riunioni o per gli eventi. E anche la scrittura manuale era un esercizio di stile, ci si riconosceva dalla forma del tutto personale. E la scelta delle penne aveva il suo senso.

Oggi, i giovani non sanno cosa sono le agende e nemmeno le penne, non gli interessa scrivere un appunto, un testo, o un pensiero. Tanti non sanno manco scrivere, scrivono a stampatello, scopiazzando la tastiera e non hanno uno stile personale. Figuriamoci se scelgono con cura la propria penna. L’agenda … Immortalare un ricordo, andarla a riprendere mesi e anni dopo, sfogliarla e rivivere quel momento anche solo nella mente. Tenere i ricordi.

Ma queste sono cose da vecchi. Di quelli che prima erano giovani. Adesso ci sono i “ggiovani”. Che ne possiamo capire noi?

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