CNR: “I fanghi nella rada di Augusta si possono spostare”

Ad affermarlo è stato Fabrizio Bianchi, dell’Istituto di Fisiologia Clinica del Centro Nazionale Ricerche, nel convegno su “Inquinamento e salute umana”. Tutto il contrario di quanto si scrisse in una sentenza del 2007: “Dragare è rischioso”..

 

La Civetta di Minerva, 13 aprile 2018

Dopo la pubblicazione nel 2015  di “Inquinamento e salute umana: il caso studio della Rada di Augusta”, CNR Edizioni, che suscitò tanto interesse e di cui abbiamo più volte parlato in questo giornale, in ideale continuazione di quello studio, martedì 27 marzo presso il salone “Rocco Chinnici” del Municipio di Augusta, organizzato dal Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), si è svolto un convegno di presentazione del progetto del Cisas (Centro internazionale di studi avanzati su ambiente, ecosistema e salute umana), finanziato dal Miur e a cui collaborano moltissimi enti tra cui Arpa, Asp e università siciliane. Il convegno, intitolato “Ambiente e salute nella rada di Augusta: una relazione da conoscere”,ha presentato i primi dati di una complessa azione di ricerca scientifica finalizzata alla comprensione dei fenomeni di inquinamento ambientale e del loro impatto sull’ecosistema e la salute umana.

Si partirà da un numero, statisticamente significativo, di casi studio, tra i quali Augusta-Melilli-Priolo, ma anche Milazzo e Crotone. Mario Sprovieri, dell’Istituto per l’ambiente marino costiero del Cnr, ha spiegato che il progetto mira a comprendere quali siano i processi di interazione del contaminante dall’ambiente sulla salute dell’uomo e ha rivelato che sono state  eseguite analisi di sedimenti della rada, del prodotto ittico, ma anche sui capelli, il sangue e le urine di un gruppo importante di augustani: “Abbiamo cominciato con il mercurio, ma cercheremo di verificare anche come altri inquinanti passino dal pesce all’organismo umano e dall’ambiente all’uomo e come questi contaminanti interferiscono con il metabolismo a livello cellulare dei tessuti e che tipo di malattie generino”.

Il progetto che ha la durata di tre anni, è stato avviato nell’ottobre del 2016 ed è in fase avanzata per il comparto ambiente mentre è ancora nella fase iniziale per quello epidemiologico (a buon punto, invece, è quella relativa al reclutamento delle mamme selezionate alla trentaquattresima settimana di gestazione e seguite fino al primo anno di età del bambino; gli accertamenti prevedono al momento del parto il prelievo del cordone ombelicale e della placenta per verificare se su questo target di popolazione ci sono fenomeni di impatto dei contaminanti dalle matrici diverse, dal cibo, dall’aria sulla salute del feto e della mamma). Uno degli aspetti più interessanti del lavoro in corso – continua il ricercatore – è quello legato all’aria, soprattutto perché, guardando la normativa, tutto sommato ci troviamo in condizioni non estreme con i parametri rilevati. Lo studio che stiamo portando avanti è quello di accertare eventi di contaminazione su una parte del particolato presente nell’aria e quindi gli eventuali effetti di questa componente sulla salute della popolazione, studio che finora non era mai stato fatto e dove sono evidenti fenomeni di impatto delle polveri più sottili presenti in atmosfera che possono avere un impatto rilevante sulla salute dell’uomo e in particolare nell’apparato respiratorio”.

Per quanto riguarda i risultati prodotti dalle centraline presenti sul territorio è stata riscontrata una corrispondenza pari all’80% dei dati trasmessi dai vari enti. “Al termine del progetto è probabile che ci saranno gli elementi necessari affinché il decisore politico agisca; …”si sta cercando di andare al di là di quelle che sono le debolezze di una classica indagine ambientale che presenta tanti buchi, spesso legati al fatto che la norma non è perfettamente in linea con le necessità di un territorio; in questo caso stiamo focalizzando l’attenzione su un territorio specifico e lo stiamo guardando nella maniera più profonda possibile e io credo che il decisore politico o la magistratura faranno ciò che sarà più opportuno, non potendosi più trincerare dietro l’indimostrabilità della correlazione tra inquinamento e danni alla salute e all’ambiente”.

L’ideale, secondo Sprovieri, sarebbe una revisione della normativa legata alle diverse matrici ambientali: aria, suolo, mare, in un’area a rischio come questa, ma anche ottenere azioni che permettano di incidere determinando il controllo epidemiologico continuo che consenta di capire  lo stato di un territorio e della sua popolazione. “La caratteristica di essere stata un petrolchimico rende unica l’area industriale di Augusta-Priolo e Melilli rispetto a quelle di Milazzo e Crotone, ciò per la presenza di un numero rilevante di composti organici di diversa tipologia, anche perché si continua a sversare dentro la rada, materiale non depurato anche da terra visto che siamo in assenza di un sistema di depurazione civile. Ad Augusta si produce il 37% del pil della Sicilia e il 5% del pil dell’Italia quindi è un territorio ben osservato e questa attenzione deve determinare un maggior impegno nell’operare la necessaria bonifica della rada. Noi stiamo dicendo che  una delle sorgenti di impatto è certamente la contaminazione storica presente all’interno della rada di Augusta. 700 mila metri cubi da spostare, cosa che si può fare.

Dopo la relazione di Mario Sprovieri sono intervenuti: Fabrizio Bianchi dell’Istituto Fisiologia clinica del Cnr,” Fabio Cibella, dell’istituto di Biomedicina e Immunologia molecolare del Cnr; Andrea De Gaetano dell’Istituto di Analisi dei sistemi e informatica “Antonio Ruberti” del Cnr che hanno illustrato vari aspetti della ambiziosa sfida nella quale sono impegnati i ricercatori dei quattro istituti del Cnr insieme a un numerosissimo gruppo di collaboratori appartenenti alle più importanti istituzioni legate al mondo della ricerca italiano; tutti impegnati ad investigare i fenomeni di inquinamento ambientale e il relativo impatto sull’ecosistema e sulla salute umana, partendo dalle aree di Augusta/Priolo, Milazzo e Crotone, identificate come Siti di interesse nazionale.

Un allarme è stato lanciato dal convegno posto che, nonostante la stretta vigilanza operata dalla Capitaneria di porto, continua a essere praticata la pesca di frodo nella rada che alimenta un mercato sotterraneo nella zona di Augusta e di Priolo, per cui le persone, spesso  ignare, si cibano di prodotto ittico seriamente contaminato anche dai farmaci sversati a mare per l’assenza del depuratore.

Al convegno sono intervenuti anche Achille Cernigliaro, del Dipartimento attività sanitarie e osservatorio epidemiologico dell’assessorato regionale della Salute, Franco Tisano, responsabile del registro tumori dell’Asp, Corrado Regalbuto della struttura territoriale di Siracusa di Arpa Sicilia.

Non era previsto in scaletta, ma è intervenuto anche il procuratore capo di Siracusa, Francesco Paolo Giordano, su cui abbiamo riferito nel numero precedente del giornale e che  ha rivelato una sconvolgente notizia e cioè che quando si insediò come procuratore ha trovato “una sorta di ospedale da campo per interventi-tampone nei casi di emergenza” nulla di sistematico né di organico all’accertamento dello status  ambientale, tanto che si è visto costretto ad organizzare  un gruppo di lavoro sia di polizia giudiziaria sia di magistrati, sostenuto da “una task force di consulenti nazionali”.

Quanto asserito getta una nuova luce, inquietante, sulla richiesta di archiviazione del 13.1.2007 di un filone dell’inchiesta denominata Mare Rosso quando si scrisse che la presenza di mercurio nei pesci della rada, per quanto grave, fosse nella media “…non tale conseguentemente da integrare il delitto di avvelenamento contestato” e sull’affermazione conseguente secondo cui: “La baia si è autopulita e dragarla è rischioso”. A questo punto, stando alle dichiarazioni del Procuratore, è lecito chiedersi in base a quali elementi si pervenne a quelle conclusioni.

Oggi si è affermato esattamente il contrario di quanto sostenuto allora. Ad affermarlo è stato Fabrizio Bianchi, dell’Istituto di Fisiologia Clinica del Cnr, secondo il quale non si può perdere più tempo per l’area Sin (acronimo di Sito di interesse nazionale) di Priolo, che deve essere necessariamente bonificata, indipendentemente dall’impatto che esso ha direttamente sulla salute. ”La bonifica del sito è, infatti, una prevenzione primaria che eliminerebbe quei fattori che portano alla malattia“. A questo punto, una considerazione è sacrosanta: continuino pure le ricerche scientifiche, si moltiplichino pure i convegni, ma si proceda subito con la bonifica del porto; altrimenti  allarmi, manifestazioni, dichiarazioni saranno solo il corollario ad un mare di chiacchiere il cui obiettivo sarà quello di testimoniare un interesse ed un impegno di facciata che è buono solo a “fare cinema” da parte dei rappresentanti politici del territorio.

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