“I primi cristiani la chiamavano giorno della nascita, perché credevano che non si muore mai, ma si nasce due volte, la seconda per sempre”. “Nessun evangelista descrisse la resurrezione del Cristo e si fece ricorso a un testo apocrifo”
La Civetta di Minerva, 30 marzo 2018
“Se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede”, afferma perentorio Paolo ai Corinti (1 Cor 15,14).
Che cosa ci dice a tale proposito il biblista Alberto Maggi?
Che nessun evangelista dà la descrizione del momento della risurrezione del Cristo. Questo fatto creò così tanto imbarazzo nelle comunità cristiane primitive che si rimediò a questa lacuna con un falso d’autore che ebbe un grande successo. Infatti, l’immagine tradizionale del Cristo Risorto, che esce trionfante dal sepolcro, con le guardie tramortite, non appartiene ai vangeli riconosciuti ispirati, ma a un testo apocrifo del secondo secolo, conosciuto come il Vangelo di Pietro: “Durante la notte nella quale spuntava la domenica, mentre i soldati montavano la guardia a turno, due a due, risuonò in cielo una gran voce, videro aprirsi i cieli e scendere di lassù due uomini, in un grande splendore, e avvicinarsi alla tomba. La pietra che era stata appoggiata alla porta rotolò via da sé e si pose a lato, si aprì il sepolcro e c’entrarono i due giovani” (Vang. Pietro 9,35-37).
Quindi nessuno ha potuto descrivere la risurrezione del Cristo.
No, per il semplice fatto che neanche un solo discepolo era presente, nonostante Gesù avesse insistentemente affermato che sì, sarebbe stato ucciso, e nel modo più infamante, la crocifissione, ma poi dopo tre giorni sarebbe risuscitato (Mt 16,21; 17,22; 20,19). Ma nessuno ci ha creduto, perché nessuno desiderava veramente la sua risurrezione. La prova che il Messia era quello inviato da Dio era che non poteva morire, perché “il Cristo rimane in eterno” (Gv 12,34). Pertanto, se Gesù era morto, e in quel modo infamante, con la morte dei maledetti da Dio (Dt 21,23; Gal 3,13), pazienza, voleva dire che si erano sbagliati, e c’era solo da attendere il vero Messia, quello che avrebbe sbaragliato i nemici, sottomesso i popoli pagani e inaugurato il regno d’Israele. Del resto non era la prima volta che qualche esaltato si era proclamato l’atteso liberatore, aveva iniziato la rivolta contro gli odiati Romani e il tutto era finito in un bagno di sangue, come insegnava il tragico epilogo delle insurrezioni capitanate dai vari Teuda e Giuda il Galileo, sedicenti Messia che convinsero la gente a seguirli, e quelli che lo fecero “furono dissolti e finirono nel nulla” (At 5,36-37).
In fondo meglio morto che risuscitato.
Infatti, perché se Gesù era morto, era segno che non era il Messia e bisognava attenderne un altro. Ma se era risuscitato, allora addio sogni di gloria, di restaurazione del defunto regno del re Davide, della supremazia sui popoli pagani, dell’accumulo delle ricchezze delle altre nazioni, come i profeti avevano vagheggiato (“Vi nutrirete delle ricchezze delle nazioni, vi vanterete dei loro beni”, Is 61,6).
Pertanto, morto Gesù, i suoi discepoli delusi cosa fanno?
Scrive Luca 24,21 “Speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele…”, così tornarono alle occupazioni di sempre, e il Risorto li deve andare a cercare uno a uno per far sperimentare loro che era veramente risorto, rimproverandoli “per la loro incredulità e durezza di cuore” (Mc 16,14; Lc 24,25). Inutilmente Gesù nella sua vita terrena aveva parlato ai suoi discepoli del regno di Dio, mentre questi capivano regno di Israele. Gesù parlava di servizio e i discepoli pensavano al potere, il Maestro insegnava a mettersi a livello degli ultimi e i discepoli litigavano tra loro per assicurarsi il posto più importante, il Signore li invitava a scendere ed essi pensavano solo a salire.
Per questo il Risorto, una volta riunito i suoi, tiene loro una sorta di corso intensivo durato ben quaranta giorni “parlando delle cose riguardanti il regno di Dio” (At 1,3). Ma niente da fare: quando l’ideologia religiosa è intrecciata con quella nazionalista, anche se si hanno orecchie per udire non si ode, e se si hanno occhi per vedere, non si vede (Mc 8,18). Infatti, al quarantesimo giorno, i discepoli, che evidentemente non erano interessati a questo tema del regno di Dio, gli domandarono: “Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?” (At 1,6). Scrive l’evangelista che a questo punto “una nube lo sottrasse ai loro occhi” (At 1,9). Il Cristo non se n’è andato, ma sono i discepoli che sono incapaci di vederlo. Chi è mosso dal potere non può percepire l’Amore, chi pensa a sé non può riconoscere la presenza dell’Altro. Ci vorrà ancora del tempo, e quando finalmente i discepoli comprenderanno che il pane non va accumulato, ma solo spezzato e condiviso, allora si apriranno i loro occhi e riconosceranno il Cristo risorto (At 24,31) che li accompagnerà nella loro missione (Mc 16,20).
Per il momento fermiamoci qui nel parlare della resurrezione. Parliamo invece della morte, cosa ci dice Gesù a riguardo?
Gesù ci ha liberati dalla morte perché questa non solo non interrompe la vita, ma ci introduce nella dimensione piena e definitiva della nostra esistenza.
Ma continuiamo a morire e pensiamo che sia una cosa tremenda!
Invece i primi cristiani la chiamavano giorno della nascita, perché credevano che non si muore mai, ma si nasce due volte e la seconda è per sempre. Sarà un paradosso ma la morte è il momento più bello della propria esistenza, perché entriamo in questa nuova e piena dimensione che non ci diminuisce, ma ci potenzia. Dentro di noi abbiamo delle energie d’amore infinite e soltanto in quel momento vibrano. Come esempio pensiamo al chicco di grano che poi esplode dando tanti frutti.
Alberto, so che tu ci parli con grande consapevolezza di ciò perché hai vissuto intensamente questi momenti. Hai subito tre interventi al cuore e sei stato preso, come si dice, per i capelli tra la vita e la morte…
Vero! È stato un momento bello che ha arricchito me e gli altri. Quando ho sentito che morivo non ho avvertito né ansia né paura ma euforia e curiosità. Ho pensato che mi mancava poco da vivere e cosa dovevo fare? Allora ho stentato un sorriso pensando che gli altri guardando il mio cadavere avrebbero detto che ero morto contento. L’ho vista quella luce.
Come dice quel grande mistico di S. Francesco, che scrisse quel famoso cantico negli ultimi anni della sua vita cieco e vivendo fra dolori atroci che chiama la morte “sora morte” insieme a sora acqua e altri componenti del creato che anch’essa gli fa parte. È quella sorella che ci introduce in quell’altra vita.
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