Madre Adele Scibilia (Orsoline) educatrice d’altri tempi

Una docente, che fu sua allieva (la “Selvaggia”), tratteggia la figura carismatica della suora. Diceva:  “Niente è più bello dell’Amore verso gli altri”

 

 

La Civetta di Minerva, 30 marzo 2018

Due occhi neri, acuti che sanno penetrare nel tuo sacrario, per condividere sentimenti, ansie, desideri: fu questa la prima impressione di un incontro che sarebbe durato tutta la mia vita, se il tempo non vi avesse messo un fermo inesorabile.

Mi stringevo, ancora dodicenne, alla mano di papà quando la conobbi: Suor Adele Scibilia, allora forza e motore delle Orsoline della Sacra Famiglia. Il viso scabro, quasi macerato dai pensieri, il corpo scattante di chi ha trovato la propria forza interiore, la voce modulata nei toni di chi ha insegnato per una vita, scandiva un “feeling” che affascinava coloro che le erano vicine. Perché dal suo abito monastico nero, emanava forza e virtù che ancora non mi abbandonano.

Belle erano le sue curiosità scientifiche, le citazioni in latino, in italiano, tratte dai Padri delle Chiesa, dalle opere dantesche di cui era profonda conoscitrice, dai filosofi antichi o moderni come Marx, Harnett, Heidegger. Vidi e compresi un mondo che mi sarebbe rimasto ignoto, limitata come ero dal mio provincialismo: amai autori che mi erano estremamente poco graditi, verso i quali non sarei mai riuscita a nutrire la più piccola delle simpatie.

Suor Adele Scibilia di Monterosso, nobile per natali e per ideali, era stata compagna di mia madre con la quale aveva diviso i banchi durante la loro giovinezza nell’Istituto Magistrale di Modica. Scavando nel profondo del proprio immaginario, ella raccontava che Suor Adele era una ragazza affettuosa, chiusa in se stessa, afflitta da una grande timidezza che non le consentiva di esprimersi al meglio. La sua personalità sarebbe esplosa a Milano, mentre frequentava l’Università Cattolica a contatto con padre Gemelli di cui sarebbe divenuta una delle discepole predilette.

Nei lunghi anni del nostro rapporto che si svolgeva in forma di colloqui familiari nel suo studio, la Santa Madre mise a mia disposizione le esperienze acquisite nel corso del suo iter scolastico da semplice insegnante di filosofia a Preside, durante il quale intere generazioni si erano formate. “Niente è più bello del Bene, niente è più bello dell’Amore verso gli altri, niente è più grande dell’Amore verso Dio…” e lì citazioni, osservazioni create e vagliate dalla sua mente acuta di filosofa.

E tra una risata e l’altra, perché il nostro carattere proiettato verso il futuro ci spingeva a sperare… in noi, negli altri, nella società di cui facciamo parte, continuava ad ammannirmi consigli affettuosi che non sarebbero mai venuti meno e che mi hanno permesso di fare scelte mature e felici. Mi chiamava “La Selvaggia”, soprannome che ho accettato senza curiosità e indugio. Qualcuno mi suggerì che era un complimento, e grande anche: l’ennesima espressione di un affetto che non si sarebbe dilavato neppure dinanzi all’opera graffiante del tempo.

Sono trascorsi altri anni: io sono diventata madre, per lei cominciava il declino fisico lentissimo ma inesorabile “come è nella natura delle cose” – diceva inalberando un sorriso e una risatina, accompagnata da un “figlia mia”.  Rimasero tuttavia intatte la sua lucidità mentale e la sua straordinaria vitalità che, pur claudicante ed ottantenne, la indussero a proporsi quale accompagnatrice turistica della Chiesa di San Filippo Neri ad un numeroso pubblico che le era corso incontro ad osannarla.

In seguito i nostri colloqui si diradarono ma non mancò mai di essermi vicina al punto che ogni visita era il preludio di un incontro capace di ridisegnare la mappa della mia vita. Quante volte ho incontrato Suor Adele che passeggiava in Via Vittorio Veneto, mentre combatteva “eroicamente” contro il vento che minacciava di travolgerla. Indomita si reggeva con forza alla ringhiera sino a quando, un triste giorno, un soffio più forte degli altri la divelse, causandole un intervento chirurgico che la rese claudicante per sempre.

La ricordo distesa in una forzata inattività nel suo studio classico e severo, circondata dai libri che sempre l’avevano accompagnata, dalla presenza delle sue ex alunne e dei suoi amici che erano venuti a salutarla, a cui, regolarmente, non dimenticava di impartire lezioni di vita, di scienza, di filosofia e di esperienza.

Quale profonda conoscitrice del regolamento scolastico è stata più volte al mio fianco per chiarirmi concetti, prassi dell’iter legislativo che investe le funzioni del docente e dei discenti. E non mancava di introdurre, in uno slancio amoroso che tutta la illuminava, qualche citazione del Vangelo che contenesse la Parola di Dio, di quel Dio a cui aveva consacrato l’intera sua vita, superando le paure proprie degli uomini, quando devono affrontare tra tanti dubbi le conclusioni delle proprie scelte.

Ero rientrata da poco in seno alla comunità delle Orsoline che Suor Adele fu ricoverata in ospedaledove andai a trovarla. La vidi là, in stato confusionale che stentava a riconoscermi, che mi confondeva con altre, che mi chiamava con altri nomi. Le era venuto meno quello slancio, quel quid che l’aveva caratterizzata per l’intera sua vita, che aveva sottolineato i nostri incontri: solo allora compresi che Suor Adele era uscita dal mondo in punta di piedi così come vi era entrata, lasciando in retaggio un sorriso arguto in un’espressione smarrita perché a conclusione della sua vita era ritornata adolescente, ritrovando in sé il fanciullino che è in noi.

Avrebbe affrontato da lì a qualche anno quel Giudice Supremo al quale aveva donato ogni respiro della sua esistenza, lasciando a noi, all’intera comunità che molto l’aveva amata, le paure e i dubbi delle creature che vivono le angosce del “Poi”.

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