Con poteri consolidati e distinti nel capoluogo e nei singoli Comuni. Stupefacenti, estorsioni, prostituzione e gioco d’azzardo sarebbero le principali attività delle cosche
La Civetta di Minerva, 2 marzo 2018
E’ la relazione semestrale della Direzione Investigativa Antimafia a fornire un quadro esplicito sull’attività delle organizzazioni mafiose operanti nello stivale: la pubblicazione, composta da 334 pagine e 11 sezioni, fa riferimento ai mesi che vanno da gennaio a giugno dello scorso anno e analizza approfonditamente ogni aspetto della criminalità organizzata da nord a sud.
Secondo le parole che la DIA riserva alla provincia aretusea, il malaffare siracusano, fortemente ridimensionato dalle numerose attività di contrasto delle forze dell’ordine, continua a mantenere ben salda quella pax mafiosa che ha consentito, e consente ancora, ai sodalizi locali di assicurarsi una solida e sicura operatività. In particolare, sarebbero cinque i gruppi tuttora operanti nel siracusano: i clan Bottaro-Attanasio e Santa Panagia che esercitano i loro potere nell’area urbana della città, il clan Nardo-Aparo-Trigila, il clan Linguanti operante nei territori di Cassibile e Pachino e, infine, il clan Giuliano. Una divisione, quella del territorio, che risulta essere ormai consolidata anche grazie ai rapporti con il malaffare non siracusano.
Questi sodalizi, come la trama di una ragnatela, infatti, sono caratterizzati dall’essere soggetti a connessioni con altri nomi noti della criminalità organizzata: i Cappello e i Santapaola, di appartenenza etnea, ad esempio sono storicamente legati rispettivamente ai clan Bottaro-Attanasio e Santa Panagia.
Più in dettaglio, nell’area settentrionale della provincia, che include i centri abitati di Lentini, Carlentini e Francofonte, risulta essere ancora oggi attivo il clan Nardo, la cui influenza si spinge fino alla città di Augusta. Più a sud, invece, i comuni di Noto, Pachino, Avola e Rosolini, sono da lungo corso considerati dominio esclusivo del clan Trigila. Floridia, Solarino e Sortino, che costituiscono l’area pedemontana della provincia, sono soggette alla presenza del clan Aparo.
Lo spaccio di stupefacenti, le estorsioni e il gioco d’azzardo sarebbero le principali attività perpetrate ai danni del territorio, e dei suoi abitanti, da parte dei sodalizi menzionati: proprio lo scorso 27 febbraio, una maxi operazione antidroga condotta dai carabinieri ha sbaragliato una vasta rete di spacciatori dediti alla vendita di droga. Ed è nella Tonnara, teatro del florido commercio, che operavano le sedici persone arrestate perché ritenute responsabili a vario titolo di associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti: la vendita di cocaina, hashish e marijuana veniva organizzata su turni in modo da consentire una distribuzione continuativa della droga. I canali di approvvigionamento erano principalmente due, quello catanese e quello messinese, a dimostrazione che la criminalità – giovando del concetto che l’unione fa la forza – continua a servirsi di strategie di collaborazione con i sodalizi mafiosi delle provincie adiacenti.
Altra attività particolarmente redditizia, come già menzionato, è quella che fa capo alle frequenti estorsioni che costringono la vittima a subire continue richieste di “pizzo” o di assunzioni forzate: l’imprenditore, una volta divenuto mira degli intenti criminali, può essere costretto a versare il denaro richiesto o, in alternativa, ad impiegare all’interno dell’azienda soggetti appartenenti a consessi criminosi locali. Proprio l’operazione “Piazza Pulita” del giugno 2016, condotta dalla Polizia di Stato e dalla Guardia di Finanza, aveva portato all’arresto di quattro soggetti, tra cui uno afferente al clan Trigilia di Noto, accusati di tentata estorsione e danneggiamento. Gli arrestati, sfruttando l’influenza su un imprenditore vicino al sodalizio, avevano imposto l’assunzione di alcuni operai ad una ditta aggiudicataria del servizio di raccolta rifiuti urbani nel comune netino.
Un’analisi, quella della DIA, che ha posto in luce anche uno spaccato rilevante di quello che si può definire modello comportamentale mafioso: la corruzione è radicale e alla radice, è relativa alla cultura più profonda della persona e, solitamente, di origine ancestrale. L’ambiente, la provenienza, il tessuto sociale in cui si nasce e si cresce rappresentano genericamente l’humus ideale su cui attecchisce la mentalità di riferimento. I sodalizi, in qualità di fenomeno umano, cambiano e indipendentemente dall’area geografica, rinsaldano le loro infiltrazioni nella pubblica amministrazione e, procedendo in direzione di rinnovamento generazionale, riorganizzano gli affari e le attività sulla base dell’evoluzione in seno ai mandamenti: cambiano le strategie, i capi, il business. E’ così che, pur mantenendo i tradizionali canali operativi, la mafia tenta, riuscendo lì dove la corruzione è ancora un seme da annaffiare, di avviare nuovi ambiziosi piani: le commesse pubbliche, il traffico di rifiuti, l’acquisizione di aziende.
Una contaminazione, quella della criminalità organizzata, che opera frequentemente nel mondo delle imprese, e agisce tramite un capitale sociale moderno e aggiornato che sempre più raramente ricorre alla violenza, rinunciandone per evoluzione innata, e sfruttando reti di persone in grado di affrontare la logica dei nuovi mercati agendo secondo il principio dell’osmosi anche all’interno delle istituzioni. La mafia è come Giano bifronte, guarda al passato mantenendo operativi i tradizionali canali di approvvigionamento di risorse economiche ma, allo stesso tempo, si evolve guardando avanti e con ingordigia verso le condotte da mafia 2.0.

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