Elezioni: tutti ad agognare l’uomo forte, il decisionista

Assecondiamo un corso della storia dei popoli già vista e che ha prodotto solo tragedie

 

La Civetta di Minerva, 2 marzo 2018

Nell’elettorato italiano prende sempre più spazio la suggestione dell’uomo forte e si afferma la presunzione del Super Io. Dopo la lunga crisi che l’Europa e, peggio, l’Italia hanno sofferto, sulla stampa, sui social ed ovunque si possa esprimere una idea, o meglio ancora una reazione istintiva, si manifestano con sempre maggiore ampiezza, due opinioni: una prima che accredita la necessità e l’auspicio che si affermi la figura di un leader potente, che possa sistemare le cose e metta col suo carisma tutto “apposto”; e una seconda secondo la quale è lecito che ciascuno di noi esprima un’opinione (o meglio una sentenza) su tutto, indipendentemente dalla conoscenza, seppure sommaria, del tema oggetto di interesse: è il fenomeno che fece esprimere ad Umberto Eco la famosa considerazione sulla libertà di parola agli imbecilli. Quest’ultimo fenomeno sostiene il successo di trasmissioni televisive di dubbio gusto nonché quelle che inseguono le vicende di cronaca, meglio se cronaca nera con addentellati più o meno veri con la politica; in esse la morbosa curiosità di ciascuno si esercita con la pretesa di voler essere giudice imparziale, mentre proliferano i blog su cui in due parole si liquidano questioni complesse e dove non si esercita nè la prudenza nè, tantomeno, la modestia di non sentirsi all’altezza del compito.

L’esigenza di auspicare l’intervento dell’uomo o dell’ominicchio della provvidenza è ricorrente nella storia del nostro paese e, solo per limitarci agli ultimi 40 anni, ogni fase delle crisi ne ha visto idealizzarne uno: Berlusconi, Di Pietro, Renzi, Grillo e via dicendo. Prevale, cioè, nei tempi di crisi, l’idea che sia possibile inventarsi l’uomo giusto che offra soluzioni semplici ed immediate per ogni cosa e a qualunque livello, senza mediazioni. Nel nostro piccolo ciascuno di noi, o meglio molti di noi, dietro la tastiera del computer, diventiamo sapienti fustigatori di costumi, ingegneri del traffico, moralisti, filosofi, amministratori, politici e così via, in grado di dare soluzioni rapide e concludenti ad ogni cosa. Ormai l’opinione pubblica si può dividere in due grandi categorie: chi queste soluzioni, nella sua piccola comunità, le dispensa a piene mani, tramite fb affidando quelli del Paese al superpolitico di riferimento e chi contesta tutto e tutti esercitandosi in uno sfascismo fine a se stesso che distrugge tutto “tanto poi qualcuno sistemerà le cose” .

Senza voler essere catastrofico, non ci si può esimere dal notare che l’umanità non è nuova, sia pure in forme diverse, a questi modi di pensare e di essere. Questa mentalità post-crisi è conforme alla dottrina del “decisionismo” del teorico politico tedesco Schmitt che, entrato nel partito nazista nel 1933, sostenne che il processo decisionale sovrano è l’elemento centrale dell’intero processo politico. Secondo Schmitt, il modo col quale i dirigenti politici arrivano alle loro decisioni è di secondaria importanza rispetto al fatto che una decisione sia stata presa. Così accade che, inconsapevoli, assecondiamo un corso della storia dei popoli già vista e che ha prodotto solo tragedie.

Gli uomini forti hanno la tendenza a presentarsi come gli unici veramente in grado di risolvere un problema specifico. Per il presidente delle Filippine, ad esempio, ciò significa dichiarare “guerra alla droga”, operazione che di fatto ha portato a migliaia di esecuzioni extragiudiziarie. Putin e il presidente turco Erdogan legittimano le loro politiche inquadran­dole nell’ambito della guerra al terrorismo. Il primo ministro ungherese Orbàn, invece, colloca la sua politica nel solco di una risposta indispensabile alla crisi finanziaria interna. Nel nostro piccolo, Grillo e i suoi seguaci esorcizzano i mali del Paese confinandoli ad un problema di Onestà. Tutti costoro promuovono l’idea per la quale tutti gli altri problemi che investono le società si trasformano in crisi che esigono un intervento immediato, efficace e senza inutili tentennamenti e senza andare tanto per il sottile, ottenendo consensi e sostegno.

Un sovrano “ha bisogno” di agire con la forza per proteggere gli interessi particolari a rischio. Spes­so, questo implica di compiere gesti simbolici. Il protezionismo odierno promosso dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump non è poi tanto diverso. Sfortunatamente, questo criterio ha creato un clima politico nel quale le norme invalse sono state erose poco alla volta, senza che altre nuove ne prendessero il posto. Il giornalista britannico di origine sovietica Peter Pomerantsev lo ha detto come meglio non si potrebbe nel titolo del suo libro sulla vita post-sovietica: ”Nulla è vero e tutto è possibile”.

E’ una fase difficile per il mondo e per il nostro paese, per questo in queste elezioni io voterò per il Partito Democratico, con i suoi limiti e le sue contraddizioni, nessuno se ne stupirà, ma lo ribadisco data la delicatezza di questa campagna elettorale. Ma io non penso di votare il meno peggio, io voto il meglio che c’è. E il meglio che c’è è il PD. Secondo la mia opinione, naturalmente. Non ho anatemi da scagliare contro nessuno: non sono il capo di qualche setta. Sono un laico. E sono contro gli avventuristi incompetenti, questo sì. Anche a liste chiuse, rinnovo il mio sostegno al PD.Mi spiace della scelta di Maria Elena Boschi nel mio collegio, non per i motivi che qualcuno può pensare, perché non sono un ipocrita, ma non la condivido perché col mio territorio non c’entra nulla. Si vince e si perde anche dentro la propria area di riferimento e bisognerebbe farsene una ragione.

Rispetto alle fratture che vi sono a sinistra dico che non giovano in questa difficile partita elettorale. Dal mio punto di vista, è il momento di rinserrare le fila attorno al PD, poi si vedrà. Credo che quelli che abbiamo votato per il si alla riforma costituzionale dobbiamo riprendere da dove abbiamo lasciato. Riprendere da un progetto riformista che può e deve cambiare il nostro paese e la Sicilia. Non ho legami personali con i candidati, con nessuno di loro, alcuni li conosco, altri solo di nome, alcuni addirittura li leggo ora per la prima volta. E’ un dato di fatto. Lo ribadisco per dire che non mi muovo sull’onda di legami personali, che pure se ci fossero stati non sarebbero un problema, ma in base all’adesione a un progetto di riforma del paese. Credo che in queste elezioni ci giochiamo la partita decisiva per rendere questo paese più moderno e più giusto, con più diritti e più benessere; di contro il rischio di vederlo paralizzarsi nel contraddittorio e demagogico progetto della destra o addirittura indietreggiare in mano al dilettantismo pericoloso e antidemocratico dei 5stelle. In questa prospettiva io mi mobilito, sia pure nel mio piccolo, per votare e far votare PD.

 

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