La Stampa

Tantissimi soldi passavano sul conto del magistrato Longo

Somme con cadenza mensile e a volte anche di pochi giorni, da parere un altro stipendio. E c’era coincidenza fra la dazione e i prelievi dalle srl di Amara e Calafiore

La Civetta di Minerva, 16 febbraio 2018

Il procuratore generale della Cassazione, Riccardo Fuzio, ha chiesto al CSM di sospendere Giancarlo Longo dalle funzioni di magistrato e dallo stipendio. Un atto dovuto, si direbbe, non solo perché questo prevede la regola ma soprattutto perché le accuse mosse nei suoi confronti dalle Procure di Roma e di Messina sono pesantissime. “Un’inquietante capacità criminale… disposto alla mercificazione della funzione giudiziaria… una personalità incline al delitto, perpetrato attraverso la strumentalizzazione non solo della funzione ricoperta, ma anche dei rapporti personali e professionali…”. Si evidenzia la “gravità delle condotte da lui poste in essere in qualità di pubblico ufficiale che svendeva la propria funzione, concorreva alla redazione di atti pubblici ideologicamente falsi, si faceva corruttore di altri pubblici ufficiali, con piena accettazione da parte degli stessi, che venivano per giunta da lui remunerati con soldi pubblici, intratteneva una rete di rapporti dall’origine oscura e privi di apparente ragion di essere”.

Longo usava quindi le prerogative a lui attribuite dall’ordinamento “per curare interessi particolaristici e personali di terzi soggetti dietro remunerazione”. Tali condotte vengono riscontrate a partire dal 2013, e perdurano sino ai primi mesi del 2017, grazie anche a una manipolazione degli atti giudiziari creando fascicoli “specchio”, che il magistrato “si auto-assegnava al solo scopo di monitorare ulteriori fascicoli di indagine assegnati ad altri colleghi (e di potenziale interesse per alcuni clienti rilevanti degli avvocati Calafiore e Amara), legittimando così la richiesta di copia di atti altrui, o di riunione di procedimenti; fascicoli “minaccia”, in cui “finivano per essere iscritti – con chiara finalità concussiva – soggetti ‘ostili’ agli interessi di alcuni clienti di Calafiore e fascicoli “sponda”, che venivano tenuti in vita “al solo scopo di creare una mera legittimazione formale al conferimento di incarichi consulenziali (spesso, radicalmente inconducenti rispetto a quello che dovrebbe essere l’oggetto dell’indagine), il cui reale scopo era servire gli interessi dei clienti di Calafiore e Amara”.

Tutto per soldi.

Scrive il gip di Messina che Longo è sul libro paga di Amara e Calafiore. La prova sarebbe data non da collegamenti diretti con i due avvocati bensì dai numerosi versamenti in contanti (fino a 88mila euro) sui suoi vari conti correnti nell’arco temporale dal dicembre 2014 al marzo 2017 e soprattutto negli anni 2015-16. “La stranezza di tali operazioni non sta tanto nell’entità del denaro, quanto nella cadenza temporale dei versamenti e nella coincidenza di tali movimentazioni in entrata sui conti del sostituto procuratore con operazioni in uscita dai conti di società riconducibili all’Amara e al Calafiore … nel periodo in cui Longo si occupava dei procedimenti che riguardavano il gruppo imprenditoriale Frontino”.

Piccole somme dai 400 ai mille/mille e cinquecento euro che, dall’agosto al dicembre 2016, su un conto diventano rate mensili “come se ricevesse un altro stipendio in contanti, oltre alla retribuzione per il lavoro svolto, per un ammontare complessivo di 14mila euro”; così tra maggio e luglio 2016 per 10mila euro. Anche il suocero Bruno Castaldi (accusato di riciclaggio) effettuava in suo favore un bonifico (con causale “come convenuto”) di 5mila euro.

Nell’anno 2017 le date dei versamenti risultavano ancora più ravvicinate: dal 29 gennaio all’8 febbraio 2017 una cadenza quasi giornaliera per 4mila euro.

La Guardia di Finanza ricostruisce con precisione tutti gli accrediti sui vari conti, anche quelli eseguiti, eventualmente sulle postepay, dalla moglie e dal figlio privi di propri redditi quindi “verosimilmente ascrivibili sempre a Longo” e verifica in dettaglio la coincidenza temporale e monetaria tra i prelievi effettuati dai conti di Venezia Davide e da quelli delle società Ocean One Consulting srl e P&G Corporate srl, riconducibili agli avvocati Amara e Calafiore (un importo complessivo di 200.350 euro) e i versamenti di Longo e familiari.

Significativi ai fini investigativi devono ritenersi anche i prelievi in contanti dai conti correnti di Alessandro Ferraro, effettuati tra il giugno 2015 e il gennaio 2017, verificati dalla GdF. Anche alle suddette movimentazioni in uscita, ammontanti complessivamente a circa 54mila euro, corrispondono operazioni in entrata di denaro contante sui conti di Longo”

L’analisi degli investigatori ha permesso, altresì, di accertare che a sua volta il Ferraro, nel periodo in contestazione, è stato beneficiario di conferimenti di somme provenienti da società riconducibili al sodalizio per importi rilevantissimi e dopo pochi giorni dall’apertura di un nuovo conto diveniva beneficiario di una somma di 6.242 euro corrisposta dalla società Entropia Energy srl costituita nel 2011 dalla moglie di Amara, legalmente rappresentata da Miano Sebastiano, versamenti poi continuati nel tempo.  E su altro conto da diverse società totalizza bonifici per 194.500 euro di cui, nell’ordinanza di Messina, vengono riportate date e importi specifici “perché dimostrano le cointeressenze economiche tra l’indagato (Ferraro) e i sodali Amara e Calafiore”.

Nessun credito è stato dato dai giudici alle argomentazioni che Longo ha presentato a sua difesa parlando di una donazione di 40mila euro ricevuta dal padre (che sarebbe però rimasta inutilizzata per 6 anni dopo la morte del congiunto, nonostante la dichiarata difficoltà economica del sostituto il cui tenore di vita viene invece considerato dal gip alto) né a quelle relative ai rapporti con il suocero: “La difesa di Longo, supportata dalle dichiarazioni del suocero, non ha alcun riscontro certo ed oggettivo, ed anzi risulta smentita dall’accertamento bancario innanzi descritto”.

E proprio alla luce di tale pesante quadro probatorio si ritiene “l’assoluta insufficienza a contenere il pericolo di reiterazioni criminosa attraverso misure diverse e meno afflittive della custodia cautelare in carcere”. Una decisione ribadita dal giudice Vermiglio martedì scorso, quando ha respinto le richieste della difesa di Longo.

“L‘interrogatorio di garanzia, al termine del quale è stata chiesta la sostituzione dell’arresto coi domiciliari, avrebbe rafforzato il quadro indiziario a carico dell’ex pm”.

 

 

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