Perché mangiare? Si può vivere anche senza. I respiriani

L’alimentazione pranica promette di alimentarsi con la sola… energia. In Usa c’è chi paga 2000 dollari per un corso di sette giorni. Anche in Italia la pratica è più diffusa di quanto si creda

La Civetta di Minerva, 1 dicembre 2017
Manca meno di un mese a Natale e scommettiamo che molti di voi stanno già pensando ai pranzi luculliani e alle cene in famiglia, elementi fondamentali di ogni festività. Se qualcuno, invece, pensasse di mettersi a dieta e giocare d’anticipo sulla (apparentemente) lontana prova-costume, il web dispensa le regole per seguire un regime semplicissimo, che consiste nel nutrirsi di… energia.

In effetti, non si tratta di una dieta, ma di un vero e proprio stile di vita che affonda le sue radici nelle discipline orientali ed è debitrice dello Zoroastrismo, religione nata in Asia centrale nel VI sec. a.C.; fulcro centrale di tale pratica è l’eliminazione del cibo o, meglio, la sua sostituzione con un tipo di sostentamento immateriale, qual è l’energia dell’universo. Si chiama alimentazione pranica (prana, in indiano, significa energia, appunto) o, per gli amici, respirianesimo (termine che rende bene l’idea di come si sopravviva) e pare che abbia già più di tremila seguaci.
Anche in Italia, terra regina della dieta mediterranea, la pratica è più diffusa di quanto si creda: basti pensare che, solo nell’ultimo mese, gli adepti della pagina Facebook “Alimentazione pranica” sono raddoppiati.

Il fondatore della pagina in questione ha dichiarato di essere venuto a conoscenza di tale disciplina grazie a un documentario che magnificava le capacità di coloro che – pare – vivono senza cibo (per scelta, sia chiaro, e non perché sono nati in Africa).
Alla domanda che sorge spontanea (come sopravvivere a una scelta che appare suicida?), i cultori del respirianesimo rispondono con un criptico assunto: chi non mangia e crede che ne morirà, ha alte probabilità che ciò succeda; al contrario, se ci si priva del cibo dicendosi che l’energia universale lo sostituisce, anche l’organismo ne sarà appagato.

I respiriani, per affermare le loro tesi, scomodano la fisica quantistica (asserendo che la mente umana influenza anche il mondo materiale) e l’epigenetica (secondo cui le cellule sono in grado di trasformarsi e adattarsi ai cambiamenti).
Viene chiarito (semmai vi fosse venuto in mente di perdere qualche chilo prima di Natale) che l’approccio al digiuno totale deve avvenire in maniera graduale, attraverso un preciso percorso che dura tre settimane e che si basa su tre punti: non perdere peso, non sentirsi spossati, dormire meno. Dunque, oltre a un calo fisiologico perché ci si sgonfia, secondo i seguaci dell’alimentazione pranica non si dovrebbe divenire pelle e ossa, nonostante non si mangi, perché il corpo impara a nutrirsi dell’energia esterna e non di quella interna; la perdita del sonno, invece, è descritta quale beneficio dovuto all’assenza del processo digestivo. Durante queste prime settimane, è ammesso bere acqua (poi, assicurano, andrà via pure la voglia di idratarsi) e sono consigliati yoga e meditazione.
I promotori hanno ribadito in diverse occasioni che la scelta di diventare respiriani non deve far soffrire ma, anzi, far aumentare il benessere e l’armonia della propria esistenza. Ed hanno anche precisato che, talvolta, è possibile sgarrare, concedendosi un pasto, purché ciò avvenga per socialità (perché il cibo è innegabile elemento di aggregazione) e non per predazione, l’atavico istinto di cacciare.
Ma è proprio da questo atavico e innegabile istinto che partono i biologi per contestare l’opportunità della dieta respiriana: vivere senza cibo né acqua non è solo una pratica dannosa per la vita, è una pratica incompatibile con la vita. Lo dimostra il fatto che, mentre l’homo sapiens si evolveva – anche diversificando la propria alimentazione ed introducendo la carne animale – un altro ramo di scimmie antropomorfe ruminanti si estingueva. Insomma, la sopravvivenza poco ha a che vedere con le convinzioni psicologiche e queste teorie – mettono in guardia i medici – possono destabilizzare chi è già propenso a sviluppare disturbi alimentari.
Ancor più grave, poi, che una delle seguaci di questa pratica, una donna sudamericana che è passata dall’essere vegetariana all’essere respiriana, abbia dichiarato di non aver toccato cibo nemmeno durante la gravidanza, certa che il feto sarebbe stato nutrito dal suo amore.
D’altro canto, mancano prove sperimentali che questa pratica funzioni, mentre prove ben consistenti mostrano gli effetti della malnutrizione (tutti hanno presenti i volti scavati e i ventri gonfi dei bambini malnutriti).

Ma qual è l’obiettivo di promuovere tale pratica? Boicottare ristoranti e industrie alimentari? Far soldi facendo leva sulle insicurezze estetiche (o sulle crisi mistiche) degli occidentali benestanti? E, a tale ultimo proposito, negli Stati Uniti un corso di respirianesimo di una settimana costa quasi 2000 dollari.

Nel frattempo, nella pagina Facebook dedicata al fenomeno, compaiono tutti gli elementi tipici delle teorie complottiste. Storie di massoni “di altissimo grado” che si cibano “solo di funghi o cozze, senza pane” e sono capaci di imprese epiche (lavorare ininterrottamente, sentendosi riposati; correre ore sotto il solleone senza sudare e poi fare una partitella a calcio). Riferimenti ad Andreotti, che non mangiava quasi mai, si alternano a una reinterpretazione della Bibbia, nella quale la manna dal cielo altro non è che l’energia di cui si cibarono gli ebrei, mentre la mela di Eva indicava la punizione di essere costretti a cibarsi di alimenti e non di energia, una volta cacciati dall’Eden. Infine, le accuse generiche ai mass media (“che hanno interesse a farci ammalare”), agli scienziati (che ignorano volutamente di dedicarsi allo studio della ghiandola pineale, dalla quale dipenderebbe la capacità di alimentazione pranica) e alla TV che trasmette programmi di cucina, più di quanto trasmetta programmi di yoga. “L’alimentazione pranica” – si conclude – “è uno dei segreti non divulgati alle masse, ma ben noti agli illuminati”.

La tentazione di liquidare il fenomeno con un’alzata di spalle e relegarlo nel canto delle follie è forte. Eppure, non si deve sottovalutare l’intreccio dato dalla crisi economica (che per un’ampia fetta di mondo non significa privarsi di beni di lusso, ma non sapere cosa portare a tavola), dalla crisi di spiritualità, soprattutto delle società occidentali, e dai timori crescenti di malanni veicolati dal cibo: terreno fertile per il diffondersi di tali regimi estremi.

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