Paolo Caligiore, coordinatore della federazione provinciale Antiracket: ”I commercianti “versano una quota ‘di sicurezza’, da 25 a 50 euro, e non denunciano nemmeno in presenza di filmati”
La Civetta di Minerva, 1 dicembre 2017
“Ciò che auspico è che la manifestazione, organizzata da tante associazioni della società civile e a cui anche i sindacati correttamente hanno aderito, mantenga intatto lo spirito che l’ha originata: l’unità compatta di tutti i cittadini schierati a fianco di chi ha subito i più recenti attentati, contro episodi vili e riprovevoli. Semplicemente un’espressione di solidarietà profonda, di empatia, nei confronti delle vittime. Colpire un’impresa, metterla in difficoltà fino anche a costringerla a sospendere la propria attività privando del lavoro chi in essa opera, creando difficoltà economiche a tante famiglie, è un problema non di uno solo, del “padrone”, ma dell’intera comunità. Non vorrei che si distogliesse l’attenzione da questi aspetti e si sviasse su problematiche occupazionali, sulle tante odierne criticità del mercato del lavoro, che vanno certo discusse ma in altri momenti, con altre manifestazioni. Né ritengo che la delinquenza sia fenomeno determinato solo dalla mancanza di lavoro. Sarebbe un’ipocrisia pensarlo”.
La delusione, l’amarezza sottesa alle parole di Paolo Caligiore, coordinatore della Federazione Provinciale Antiracket, lunedì scorso, nel salone delle riunioni della Cgil, alla presenza di Claudio Fava, per un momento di riflessione su quanto è accaduto negli ultimi due mesi a Siracusa, ci ha spinti a comprendere meglio il suo stato d’animo. Nessuna polemica certo con quelle forze sindacali alle quali, per prime, si era rivolto 26 anni fa il nascente movimento antiracket della nostra provincia quando il clima era diventato incandescente. La recrudescenza degli attentati incendiari, con bombe carta, a negozi ed attività imprenditoriali (un salone di barbiere, un bar, una panineria, una palestra, e anche, distrutta dalle fiamme, la autovettura del sindaco Garozzo) in diverse zone del capoluogo come in altri comuni, ha infatti riportato alla mente proprio quella stagione, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni 90. Si parva licet componere magnis, perché la gravità di quei fatti rendeva allora inconfutabile la matrice mafiosa, mentre oggi sembra quasi che qualcosa non torni.
Un diverso livello rispetto al passato fuori discussione proprio per Paolo Caligiore: “La potenza distruttiva delle bombe non è quella di allora nonostante i danni siano egualmente pesanti per chi li subisce, soprattutto in tempi di crisi economica come questi. Episodi di varia natura, le cui cause è al momento impossibile ricondurre tout court al fenomeno delle estorsioni. Oggi come in un passato più recente potrebbe essere opera di qualche balordo: qualcuno spinto da risentimenti personali, un dipendente infedele, altro …
È per questo che noi (antiracket) dobbiamo (e lo facciamo) essere a stretto contatto con chi svolge le indagini. Dobbiamo cercare di comprendere bene quale sia il problema da fronteggiare. Per questo stesso motivo, per ora, su quanto è ultimamente accaduto, preferiamo mantenere un profilo basso e ci affidiamo al lavoro (ottimo e intenso) degli investigatori. Per come è giusto che sia. Saranno loro a dirci se ci troviamo davanti a clan che vogliono ricostituirsi o delinquenti da quattro soldi. E questo comunque non significa restare semplicemente a guardare”.
Il rischio paventato da Caligiore – e ci sembra che sia questa la vera preoccupazione – è quindi che si distolga l’attenzione dai dati oggettivi, incontrovertibili, quelli che dovrebbero allarmare, chiamare in campo tutte le forze in grado di fare fronte comune a una situazione che va incancrenendosi.
La denuncia è in questo senso estremamente chiara: “Nei mercati rionali versano tutti una quota “di sicurezza”, da 25 a 50 euro. Si preferisce non denunciare, pagare una somma che viene ormai quasi considerata alla stregua di un’assicurazione. Pago e sto tranquillo, mi conviene. La vera anima del commerciante fa i conti solo con il proprio portafoglio e si cura meno del prezzo di questa schiavitù. Ci sono casi in cui queste spese vengono fatturate come attività di impresa e regolarmente scaricate. Gli estorsori si sono adeguati ai venti di crisi: hanno ridotto le loro pretese, hanno “calmierato” i prezzi e quasi si stringono patti di amicizia, di consenso, tra vittima e carnefice. In nome del quieto vivere”.
È forte nelle sue parole l’indignazione per comportamenti, scelte, che stridono con valori quali la legalità, l’onestà, la dignità della persona. “Per me si tratta di una questione morale, irrisolta. I tempi sono profondamente cambiati, non è vero che le cose sono rimaste come 15, 20 anni fa: stessa corruzione, stessa omertà, stesse vessazioni. Allora era il commerciante, l’imprenditore a doversi rivolgere al prefetto, al questore, alle forze dell’ordine, quasi a dover fare pressione per una risposta rapida. Oggi è il contrario: neanche l’episodio criminale si è verificato e già sono loro a venirti a cercare, a mettersi a disposizione. Vie aperte quindi per una fattiva collaborazione, porte spalancate all’ascolto. Eppure… eppure oggi si preferisce invece star zitti e pagare. Il commerciante non ammette di aver versato il pizzo neanche se è stato ripreso dalle telecamere ed è pronto a negare l’evidenza. Quando dico che chi paga, denunciando, potrebbe aiutare non solo se stesso, ma anche chi in questo momento sta subendo, non penso di dire un’eresia.
Parteciperemo alla manifestazione del 30 non solo con l’associazione antiracket di Siracusa ma anche come coordinamento provinciale, per come è giusto che sia, ma mi piacerebbe che giorno 1 dicembre qualcuno chiedesse l’aiuto dell’antiracket per essere accompagnato a denunciare”.

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