Dubbi e divagazioni di un libero elettore. Nell’attuale situazione tripolare nessuna coalizione sembra poter ottenere la maggioranza assoluta. Gli scenari possibili
La Civetta di Minerva, 20 ottobre 2017
Ufficialmente, puntano sul rosatellum per varare, in extremis, un sistema elettorale uniforme per Camera e Senato. In realtà, è più probabile che si stiano dando da fare per mettere fuori gioco, con un nuovo sistema elettorale, il M5S, che ha sempre escluso (sino ad oggi) la prospettiva di una coalizione con altre forze. Ma non si facciano troppe illusioni: nell’attuale situazione tripolare nessuna coalizione otterrà la maggioranza assoluta. Oggi l’alleanza che mette insieme i berlusconiani, la destra (nazionale) di Fratelli d’Italia e la Lega di Salvini (che non è più padana ma non è convincentemente nazionale) ha buone possibilità di risultare prima, mentre quella di centrosinistra (soprattutto a causa del carattere divisivo di Renzi) sembra destinata a rastrellare meno voti del movimento pentastellato.
Ma neppure l’alleanza delle destre (oggi data per vincente) otterrà la maggioranza assoluta e, pertanto, non avrà la possibilità di governare da sola. Dovrà trovare altri alleati. Ne troverà sicuramente uno in Renzi. Ciò comporterà una probabile deflagrazione dell’alleanza preelettorale. Il futuro politico del nostro Paese è dunque piuttosto incerto. Ci sarà quasi certamente un rimescolamento che darà luogo ad una nuova aggregazione. Ufficialmente, per precludere l’accesso al governo ad una forza “populista”, in realtà per puntellare l’establishment e per escludere chi mira verso politiche che spezzerebbero equilibri di potere costituiti da tempo.
Per l’establishment il populismo berlusconiano e quello salviniano sono abbastanza innocui, specialmente se bilanciati dal peso di un PD renziano, che sarà chiamato a rafforzare un governo di larghe intese. Se poi la Lega si tirerà indietro, tanto peggio per essa. Senza Salvini, le larghe intese potranno apparire ancora più presentabili. E un Salvini relegato all’opposizione indebolirebbe il movimento pentastellato: gli contenderebbe consensi. Dunque, per l’establishment sarebbe addirittura più utile un Salvini che non partecipasse al governo. Questo, almeno sino ad oggi, sembra lo scenario più probabile.
Ma… molte cose possono ancora accadere. Innanzitutto i cinquestelle potrebbero mutare strategia, cercando di spezzare l’isolamento in cui si sono circoscritti. La cosa non è certo semplice, ma non è impossibile. Certo, se annunciano prima delle elezioni una propensione ad allearsi con la destra salviniana, perderanno consensi da parte di potenziali elettori provenienti dalla sinistra; e se invece annunciano una intenzione di aprirsi ad una alleanza con la sinistra plurale (extra PD), perderanno potenziali elettori provenienti dal lato opposto. Dunque, potrebbero arroccarsi sulla decisione di mantenere ermeticamente segrete le loro strategie di possibili aperture ad alleanze postelettorali.
Ma questo li penalizzerebbe comunque: un potenziale elettore vuol certo sapere se il voto che potrà attribuire al movimento sarà utile a produrre un cambiamento effettivo o servirà solo a esprimere una ennesima protesta contro il sistema attuale ma rimarrà sterile e privo di conseguenze concrete. Dunque i cinquestelle farebbero bene a spremersi il cervello ed a modificare, cum mica salis, la loro strategia. Altrimenti rischiano di arrivare secondi e di lasciare la palla agli avversari più camaleontici e più interessati al potere: berlusconiani di stretta osservanza o loro satelliti.
Proiettiamoci col pensiero al dopo elezioni. Chi avrà il mandato esplorativo per la formazione del nuovo governo? Un esponente della forza che riceverà più voti. Cioè un berlusconiano o un pentastellato, stando alle previsioni attuali. Se si tratterà di un esponente dell’armata berlusconiana, c’è da scommettere che Renzi non esiterà a sostenere un governo di larghe intese (o di vaste complicità), anche a costo di provocare una ulteriore emorragia di iscritti del PD. E Berlusconi non avrà esitazione ad accettare l’appoggio del suo vero pupillo, anche a costo di perdere qualche alleato (Salvini o Meloni).
Il M5S ha tutto l’interesse di evitare questo scenario e, dunque, deve cercare di ottenere più voti dell’armata Brancaleone, pardon, Berluscones. Supponiamo per un attimo che ci riesca. A questo punto un suo esponente potrebbe ricevere dal Colle un mandato meramente esplorativo o un pieno incarico di formare il governo. Con ogni probabilità, l’incaricato sarebbe costretto a rinunciare al mandato, dopo aver constatato l’indisponibilità di altre forze a fornire appoggio esterno ad un monocolore pentastellato. Situazione esattamente speculare rispetto al diniego assoluto opposto dai cinquestelle a Bersani. Oppure, per avere qualche possibilità di successo, dovrebbe prospettare un governo di coalizione, rinnegando la strategia preelettorale.
Il M5S non può realisticamente pensare di riuscire a varare un governo di minoranza, riservandosi di ottenere poi i consensi sufficienti su ogni singola proposta di legge. Si esporrebbe ad una serie inimmaginabile di condizionamenti e di ostruzionismi incrociati. Ma, innanzitutto, correrebbe il rischio di essere stoppato in partenza con un numero insufficiente di voti di fiducia. La riedizione di un governo della “non sfiducia” (qualcuno ricorderà quella litote che diede il nome ad una esperienza governativa andreottiana, che fu una invenzione tutta italiana della prima repubblica) in pratica risulterebbe oggi, per varie ragioni, irrealizzabile. Puntare verso un tale scenario sarebbe una strategia suicida per il M5S.
La situazione esistente è, di fatto, tripolare. Nel senso che sono tre le forze che possono sperare di aggregare utilmente partiti satelliti. Così come è anche possibile (anzi, probabile) un governo ibrido, che nasca da un compromesso fra due poli.
È comprensibile, da un lato, che il M5S non voglia sbilanciarsi prima delle elezioni poiché intende pescare voti sia tra i delusi di destra che tra quelli di sinistra. Ma, per il potenziale elettore ancora indeciso, conoscere in anticipo lo scenario successivo alle elezioni è importante al fine di poter votare con maggior discernimento. E il M5S ha bisogno di convincere tale elettorato potenziale. Forse dunque potrebbe rinunciare al suo totale e schifiltoso isolamento e annunciare che, se si troverà nella situazione di doversi alleare, accetterà di trattare con forze non incompatibili, per addivenire ad un programma concordato che metta insieme istanze degli alleati con un più consistente nucleo irrinunciabile del suo programma. Questa scelta potrebbe escludere da ogni possibile trattativa Forza Italia (il peggio del peggio). Ciò consentirebbe di minare in partenza la precaria compattezza della coalizione più pericolosa. E lascerebbe nell’arco delle forze potenzialmente alleabili (sulla base di un preciso programma condiviso) tutti gli altri gruppi. A condizione che essi non intendano prevaricare nella definizione del programma. Sarebbero, sì, forze alleabili, ma in posizione non preminente e non ostativa rispetto al nucleo essenziale del programma del Movimento.
In pratica il M5S offrirebbe a tutti una alternativa: o con noi verso un rinnovamento vero della politica, della giustizia (cosa che fa tremare l’ex cavaliere), dei rapporti con una Europa da riformare (e non da distruggere), verso una riduzione della crescente diseguaglianza, verso una lotta più efficace alla corruzione , all’evasione, all’elusione, alla delinquenza, verso una difesa dei beni comuni non privatizzabili, verso la formazione di un argine alle pretese dei poteri forti che ci stritolano, verso una razionalizzazione del sistema attuale di monetazione che è concausa (non causa esclusiva) del nostro debito, verso una verifica della legittimità del debito stesso (che potrebbe essere, in parte, indebito), verso una cancellazione indolore di tale porzione indebita (senza danno alcuno per i risparmiatori che abbiano prestato soldi allo Stato); o contro di noi, se preferite schierarvi con la politica fallimentare tradizionale e con l’establishment. Sarebbe una bella sfida! Il PD (terzo nei sondaggi, ambiguo nella sua politica, incapace di esercitare un ruolo attrattivo) non avrebbe scampo: dovrebbe dichiarare da subito l’intenzione renziana di dare manforte a Berlusconi o una diversa propensione della sua direzione a schierarsi (emancipandosi finalmente da Renzi e mettendolo in minoranza) con una forza di rinnovamento. Costruttiva! Non più liquidabile con anatemi antipopulisti!
E che intenzioni ha Sinistra Italiana? Si sta candidando all’opposizione? Oppure considera la possibilità di collaborare con una forza che intende operare contro l’establishment? Di fronte ad una proposta aggregatrice pentastellata, si chiuderebbe in isolamento sterile o preferirebbe conferire un suo apporto di sostegno parlamentare e di contributi (in termini di proposte) al programma comune? Senza con ciò schiacciarsi sul PD renziano, nel caso di una partecipazione al governo di rinnovamento da parte di un PD emancipato da Renzi!
L’alternativa ad una tale scelta di apertura ad un governo di programma con alleati disponibili sarebbe per i pentastellati la rinuncia al mandato, che Mattarella dovrebbe poi affidare ad un mediatore accomodante dal profilo simile a quello di un Gentiloni o di un Delrio o ad un volitivo-malleabile come Minniti. O ad altri… Magari a qualche tecnico… Considerata l’esperienza montiana, che il buon Dio ce la mandi buona!
La situazione sarebbe diversa se Renzi facesse un passo indietro per lasciar ricostituire (magari da Pisapia) un nuovo Ulivo, cioè una nuova alleanza con tutte le forze della sinistra plurale e con le truppe sparse degli ecologisti e dei movimenti diversi. Ma questo non sta accadendo. Ed anche Pisapia sta mostrando incertezze sul cammino da intraprendere. Che non è affatto semplice. E nessuno gli sta semplificando l’impresa. Ma, rebus sic stantibus, che dovrà fare un elettore che voglia propiziare una evoluzione positiva del quadro politico? Dovrà firmare in bianco un mandato ad un Movimento pentastellato o ad un partito come Sinistra Italiana, che si condanneranno ad uno sterile isolamento? O rassegnarsi ad accettare supinamente intese già sperimentate e inclini alla conservazione, alla difesa di interessi di parte e al neoliberismo? O astenersi dal voto per la non potabilità delle offerte politiche disponibili? Buona riflessione.

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