Nessuno scandalo. Adesso, il tribunale di sorveglianza di Bologna dovrà riesaminare il caso.
Lo Stato di diritto va difeso, noi siamo diversi dalla mafia
La Civetta di Minerva, 30 giugno 2017
Qualche settimana fa, il caso ha fatto scalpore: tutti i giornali, con titoloni indignati, hanno gridato allo scandalo, narrando di una storica e impopolare decisione della corte di cassazione, che avrebbe accordato clemenza a Toto Riina. Il corpo degli articoli, con varie imprecisioni giuridiche, rammentava, in un’amara contrapposizione, che la morte di Falcone e Borsellino non era stata dignitosa; e, tra le righe di alcuni giornalisti, poteva scorgersi chiara l’idea di non dover avere alcuna pietà nei confronti di colui che è stato – secondo un’opinione ormai abbastanza acclarata – il peggiore boss mafioso di tutti i tempi.
Non scenderemo nei dettagli morali ed etici della vicenda. Tuttavia ci preme sviscerare il (vero) contenuto della sentenza della corte di cassazione e spiegare, al di là delle mitizzazioni giornalistiche, quali siano le sue motivazioni giuridiche.
Innanzitutto, facciamo chiarezza sul ruolo della cassazione, il giudice di ultima istanza che, però, non è un giudice di merito; ciò vuol dire che la cassazione non assolve e non condanna, semplicemente perché non può conoscere i fatti che sono alla base delle vicende, ma solo i loro aspetti giuridici, per stabilirne la legittimità o illegittimità. È chiaro che, nella sostanza, queste decisioni comportano che la sentenza diventi definitiva e tendenzialmente immodificabile, ma è importante che, sia sui social che nei giornali, si faccia attenzione quando si parli di “condanne”.
Il caso Riina è sorto dalla richiesta dei difensori del boss, rivolta al tribunale di sorveglianza di Bologna, di differire l’esecuzione della pena per alcuni mesi, a causa della grave infermità in cui versa l’uomo; in subordine (e, dunque, solo nel caso in cui la prima richiesta non fosse stata accolta), la seconda richiesta era quella di eseguire la pena nelle forme della detenzione domiciliare. Di fronte al diniego del tribunale emiliano, i legali di Riina hanno proposto ricorso per cassazione e quest’ultima ha annullato l’ordinanza del tribunale di Bologna “con rinvio”. Esistono, infatti, due tipi di annullamenti: senza rinvio, quando non v’è più nulla da statuire nel merito e la pronuncia della corte è sufficiente; con rinvio, quando è necessario che un giudice di merito riveda il proprio provvedimento alla luce dei criteri di legittimità indicatigli dalla cassazione stessa.
Nessuno scandalo, quindi. Adesso, il tribunale di sorveglianza di Bologna dovrà riesaminare il caso, dando conto però dei tre quesiti che si leggono tra le righe della pronuncia della corte suprema. Infatti, l’ordinanza che negava le richieste di Riina non è stata adeguatamente motivata e, nel nostro ordinamento (come in tutti gli Stati di diritto), la motivazione è essenziale per evitare provvedimenti arbitrari e per poter sindacare l’iter logico-giuridico che sta alla base delle decisioni. In altre parole, le parole possono essere sfuggevoli ed evanescenti: occorre che l’impalcatura logica del giudice regga e mostri solide basi, valutabili da tutti.
E, a detta degli ermellini, il giudice di Bologna ha fornito una motivazione inadeguata. Innanzitutto perché non ha spiegato se Riina si trovi o no in una condizione dignitosa: che si storca il naso o meno, la legge è uguale per tutti e qualunque soggetto che vive una restrizione carceraria ha diritto a che sia rispettata, almeno, la sua dignità. In secondo luogo, la motivazione è contraddittoria poiché, da un lato, asserisce che il boss mafioso non è così malato da non poter stare in carcere, ma, dall’altro lato, evidenzia le carenze della casa di reclusione di Parma, invitando la struttura penitenziaria a trovare una soluzione per rimuoverle, nel più breve tempo possibile. In terzo e ultimo luogo, mancano argomenti che spieghino perché Riina è attualmente pericoloso, ossia perché lo è tuttora.
E, attenzione, la cassazione non dice (né lascia intendere) che il capo di Cosa Nostra non è più pericoloso: chiede, semplicemente, che il giudice di Bologna spieghi “con precisi argomenti” in cosa consiste la sua attuale pericolosità. I magistrati emiliani, adesso, avranno solo un obbligo di motivazione specifica, ma resteranno liberi anche di confermare la loro decisione.
Le tutele del nostro diritto vanno sempre applicate sia a uno dei peggiori uomini degli ultimi decenni, sia a un innocente, finito per errore tra le grinfie del circuito penale: questa cifra di civiltà giuridica ci distingue dai regimi di barbarie (mafie incluse) che vogliamo combattere.

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