“Superare l’attuale modello del compro, consumo e butto”, “Il sistema agricoltura è cambiato, ma c’è ancora quella di rapina”, “I consumatori sprechiamo giornalmente 250 grammi a persona e nel settore ittico ancor più”
La Civetta di Minerva, 2 giugno 2017
In occasione della Settimana Europea dello Sviluppo Sostenibile si è svolto il 23 Maggio, nella sede della Fondazione di Comunità di Val di Noto, l’evento “Mangia come Parli!”, organizzato anche questa volta per informare in modo semplice, contribuendo così a una maggiore comprensione di cosa significa consumare e produrre responsabilmente.
Esperti di vari settori, cimentandosi con il tema della relazione tra cibo ed Economia Circolare, hanno riflettuto su tre macro aree: terra e cibo, cibo e consumo, spreco.
Nella presentazione Chiara Lissandrello, responsabile di Eco-Qu@, ha segnalato che questo evento di rilievo europeo per tutta la Sicilia viene replicato unicamente a Noto e che varie organizzazioni con bei progetti vanno crescendo in provincia. Ha fatto notare l’importanza del lasciarsi alle spalle l’attuale modello del compro, consumo e butto, per approdare a un circolo virtuoso che comporta allungare il ciclo di vita dei prodotti e dei servizi (rifiuti da riciclare nella circolarità, riduzione della quantità di cibo con meno scarti, riutilizzazione del cibo, ecc.)
È intervenuto Fabio Moschella, del consorzio limoni, che ha ribadito l’importanza attuale dell’agricoltura in provincia e il rinnovato interesse su questi temi da parte della politica come degli iscritti all’università. Il sistema agricoltura è cambiato e il quadro si presenta più variegato: si mira alla modernizzazione e alla sostenibilità con produzioni bio in forte crescita in Sicilia; c’è un’agricoltura che sta fra questa e quella di rapina che negli ultimi 15 anni ha avuto il 40% di chiusure fenomeno che, pur se doloroso, è stato necessario per far sì che si attestasse con maggiore forza quell’imprenditorialità stabile e professionale delle aziende più grandi in grado di competere all’estero; c’è poi un’agricoltura di rapina che usa manodopera specialmente d’immigrati e fa concorrenza sleale senza rispetto dei diritti sul lavoro. Oggi, occorre un’agricoltura innovativa che guardi ai vari mercati presenti: dalla grande distribuzione ai GAS, al mercato del contadino, ecc. e si osserva con piacere come la grande distribuzione stia entrando in crisi perché non corrisponde più alle esigenze dei consumatori ed è un modello insostenibile. Ecco che tornano i mercati locali dove si può parlare col produttore per sapere cosa si acquista e ciò significa andare contro l’omologazione e ritornare alla nostra identità storica. Moschella ha terminato: “Parlando del consorzio del limone noi eravamo a un bivio: o si abbandonava il settore o si scommetteva agendo con due leve di marketing, l’agricoltura biologica e l’indicazione geografica protetta. E su questo abbiamo puntato per avere un’attestazione di qualità riconosciuta e formalizzata dalla comunità europea. Ciò ci ha permesso di riconquistare fette di mercato uscendo da quello locale per andare all’estero.
Andrea Valenziani, giovane imprenditore di Carlentini, ha discusso, partendo dalla sua azienda di 30 ettari che produce maggiormente arance rosse, della necessità di un cambiamento culturale che deve avvenire per rendersi meno dipendenti da fonti esterne. Il cambiamento deve essere anche contro certe imposizioni, ad esempio di produzione di prodotti fuori stagione che comportano un aumento dei costi. È per questo motivo, ha affermato Valenziani, che “con alcuni produttori abbiamo creato una rete per raggiungere quella massa critica così da usare al meglio i costi, la vendita e vendere on-line all’estero riuscendo a dialogare con gli stessi consumatori, specie dei Paesi del nord Europa che sono rimasti contenti, che hanno fatto la conoscenza dei nostri prodotti fino alla voglia di conoscere i luoghi di produzione e di qui un’apertura al turismo2.
È stata poi la volta di parlare di permacultura da parte di Marco Matera che l’ha sintetizzata così: “È un sistema di progettazione atto a creare sistemi sostenibili in grado di fermare la spirale d’erosione che esiste. Infatti, in Italia perdiamo ogni anno suolo vasto quanto il Portogallo” e ha continuato nella spiegazione dell’esistenza dell’erosione sociale (disoccupazione, esclusione sociale, povertà) e quella economica. Appunto è su questi tre temi che la permacultura (terra, sociale, economico) lavora. Si sa che la natura da sola crea, bisogna quindi cercare un sistema che imiti la natura riuscendo così ad arrestare le erosioni; da qui lo studio della terra e la nascita dell’agricoltura sostenibile con progetti per costituire comunità sostenibili. Oggi vi sono esempi d’azioni di cibo in città sui tetti. Quindi, progettando opportunamente con la creazione di comunità, si va alla transizione cioè la permacultura in ambito urbano.
Introducendo il tema dello spreco, Chiara Lissandrelli ha poi evidenziato quanto ce ne sia specialmente nella produzione e che nel 2050, quando ci saranno 9 miliardi d’individui, con l’aumento di richiesta, la produzione di cibo dovrà prevenire questo spreco che già oggi è di 1,3 miliardi di tonnellate l’anno (ogni famiglia in Italia spreca 25 € mensili).
Carmelo Maiorca ha continuato su questo tema dichiarando: “Bisogna sapere che una buona parte del prodotto, prima d’arrivare al consumo, viene sprecata nella produzione e distribuzione. Noi consumatori sprechiamo 250gr a persona al giorno e questo rafforza la nostra visione che è denuncia di un modello di sviluppo che non va. Inoltre, se andiamo al settore ittico, qui c’è uno spreco superiore”. Infatti, negli ultimi cinquant’anni, è aumentata la richiesta di pesce e sono aumentate le importazioni specie per noi europei meridionali che con la Francia siamo grandi consumatori di pesce (33 kg pro capite annui, rispetto ai 20 dell’Europa e di tutto il mondo). Solo il 25/30% di pesce italiano arriva sulle nostre tavole, il resto proviene dalla Turchia e i paesi dell’Africa mediterranea e non sembra sia possibile cambiare le cose. Il pesce fa parte del bene comune e noi abbiamo categorie di pescatori a rischio di estinzione, che non hanno più le barche e gli approdi, un mestiere quasi residuale ormai a Siracusa. Deve allora intervenire l’acqua cultura, oggi solo con crostacei. Bisogna potenziare queste scelte che deve fare la politica la quale non gestisce, ad esempio, un’integrazione tra la pesca e il turismo per far mantenere un reddito ai pescatori. C’è bisogno di un cambiamento culturale e i segnali dovrebbero venire da chi consuma, cioè noi stessi, e la ristorazione, ma si procede troppo lentamente perché alcune caratteristiche egoistiche rimangono molto forti, come quella di accettare il tonno in un periodo di fermo pesca, cosa illegale, oltre al fatto che sicuramente si tratta di pesce che viene da fuori, non fresco.
Occorre quindi promuovere il cambiamento delle abitudini alimentari e del consumo, e per farlo incontri come questo diventano fondamentali.

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