Bufala o no? Il vademecum di Facebook per non cascarci

La presidentessa della Camera, Boldrini: “Non si rispetta nemmeno la memoria dei morti”. Anche Zuckerberg corre ai ripari avviando una massiccia campagna contro le notizie false

 

La Civetta di Minerva, 21 aprile 2017

Da qualche giorno, sulle nostre bacheche Facebook lampeggia un’inserzione: “Come individuare le notizie false”; segue un vademecum delle dieci regole d’oro per un uso accorto dei social network. La questione è tutt’altro che peregrina, se si considera che persino Laura Boldrini – presidentessa della Camera, nonché una delle vittime sacrificali preferite dei “leoni da tastiera” – ha denunciato una bufala che girava sul conto della sorella, Lucia; quest’ultima, accusata di percepire una pensione e di far business con i migranti, è in realtà deceduta da tempo. Eppure, una vignetta univa, a mo’ di collage, una foto della donna e una scritta lampeggiante: «Questa è la sorella minore di Laura Boldrini, gestisce 340 cooperative che si occupano di assistenza agli immigrati, ma nessuno ne parla ovviamente». Già, ovviamente. 

Gli haters o leoni da tastiera sono coloro che trascorrono buona parte della loro vita (o della loro vita-social, vogliamo sperare) a digitare frasi cariche di rancore, spesso infarcite di parolacce, quasi sempre pregne di errori grammaticali. Gli obiettivi sensibili di questi missili virtuali, lanciati al sicuro riparo dei pixel dello schermo, sono i più vari: alcuni, come la Boldrini, sono proprio nel cuore degli haters; per altri, si segue la moda del momento. 

Per questo, Zuckerberg e il suo team – spinti da una discreta pressione della Germania della Merkel – hanno avviato una massiccia campagna, online e su supporti cartacei, contro le notizie false. Noi ve ne riportiamo un estratto (perché abbiamo una vaga certezza che molti di voi non abbiano cliccato sull’advertisement, pensando: ”Ma figurati se non so riconoscere una bufala, io!”).

Prima regola d’oro: non fidarsi solo degli altisonanti titoli. Noi giornalisti ne sappiamo qualcosa (nostra culpa): un titolo accattivante, vende. O, comunque, spinge ad approfondire la lettura. Ebbene, sui social ciò che, a quanto pare, attira sono le lettere capitali (sul web, peraltro, il maiuscolo è traducibile come un urlo) e i punti esclamativi (sì, miriadi di punti esclamativi), oltre che titoli e occhielli che gridano allo scandalo. Non fermatevi alle apparenze: leggete fino all’ultima riga il pezzo e, se ancora qualche elemento vi appare dubbio, non esitate ad approfondire il tema.

Attenzione, attenzione anche all’URL, ossia il nome del sito che appare sulla barra in alto, preceduto dalla sigla http; probabilmente una notizia pubblicata dal “Fatto quotidaino” o da “La Rebubblica” ha svariate possibilità di non essere attendibile. Occhio vigile alla formattazione della pagina (errori di battitura o di impaginazione sono più rari nei siti affidabili), alla coerenza delle date riportate ed alle foto (alcuni ritocchi sono chiaramente frutto di Photoshop). A tale ultimo proposito è sufficiente copiare l’immagine su un motore di ricerca, per vedere se appare in altri siti; oppure, ancora, spulciare mass media autorevoli, per scoprire se riportano la stessa notizia. Aggiungiamo noi una regola d’argento: diffidate, soprattutto, dalle espressioni come “nessuno ne parla”, “non ce lo vogliono fare sapere”, “ecco cosa ci tengono nascosto”, “condividete, prima che arrivi la censura” e altri simili teorie del complotto. Che il buonsenso ci accompagni: i social network non sono sempre l’ultimo bastione contro gli abusi di politici e classe dirigente; a volte, ne sono il veicolo.

E può capitare che chi, più o meno in buona fede, si trovi latore di messaggi d’odio, debba tornare sui propri passi e chiedere perdono. È stato il caso di un utente di Facebook settantenne che, contattato dalla redazione de La Repubblica, ha porto le proprie scuse alla presidentessa Boldrini. Il suo commento online alla notizia che vedeva coinvolta la sorella della politica era stato: “Fate schifo e fa schifo chi lo vota, capito pecoroni del bd” (non è un nostro refuso, né un innovativo diminutivo per bidet: nella foga della digitazione del commento, una “b” era finita al posto della “p”).

Il pensionato ha innocentemente dichiarato che sono state la rabbia e l’indignazione a indurlo a condividere la sua invettiva sulla bacheca social. Nessun sospetto era sorto di fronte all’URL del sito che recitava “Avanguartia nera”: era un semplice dettaglio quello, per lui. Mortificato per aver oltraggiato una morta e furioso nei confronti del distributore di bufale che l’ha tratto in errore, il settantenne ha suggerito a Facebook di esercitare un maggior controllo: le persone normali, ha spiegato, non hanno gli strumenti adeguati per distinguere le notizie false da quelle vere. La consapevolezza che non è oro tutto ciò che luccica nello sfavillante mondo del web è già un primo passo.

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