Populismi avanzanti, predicatori di idee altrui e nuovi liberali. Bisogna tornare a quella Costituzione che, pur persa la guerra, ci ha fatto vincere la pace
La Civetta di Minerva, 24 marzo 2017
Quest’ultimo mese ha visto Siracusa ospitare una serie di personalità di spicco della politica italiana, tutti intenti nel glorificare i risultati raggiunti o gli ancor più roboanti progetti di rinascita dell’ economia nazionale e locale.
Cronologicamente il vice presidente della Camera Luigi Di Maio è stato il primo in questo tour di ennesime promesse di svolta, di legalità, di equità distributiva e chi più ne ha più ne metta. Peccato che, se di legalità si debba parlare, l’usurpare, lo stravolgere e il mistificare sicuramente non fanno parte appunto del concetto di legalità. Mi riferisco al tanto sbandierato reddito di cittadinanza che il Movimento 5 stelle da diverso tempo propone come propria innovazione tralasciando colui che per primo in Italia ha coniato detto termine e soprattutto ne ha spiegato alcuni motivi (rimborso di una truffa perenne) e la forma di erogazione (creazione monetaria diretta senza emissione di debito pubblico): il professor Giacinto Auriti.
Il capo non capo del “partito” di Di Maio conosceva bene lo scopritore e codificatore del valore indotto della Moneta, cioè l’accettazione/convezione dei cittadini a dar valore nominale (5, 10, 20, 50, 100, 200 e 500 euro) a banconote dal costo praticamente nullo se si escludono carta ed inchiostro.
Sembrano passati anni luce dai tempi in cui il comico genovese nei suoi spettacoli faceva audience sfruttando la piaga semi sconosciuta della privatizzazione della funzione monetaria e bancaria. Anche il partito degli onesti a priori tale importantissima problematica, come tutti gli altri partiti politici, la ha rilegata ai margini della discussione. Questa definitiva codifica giuridica di quel mezzo importantissimo di cui tutti noi quotidianamente necessitiamo per sopravvivere, e cioè la moneta, è poco importante in questo periodo di vacche grassissime per (quasi) tutte le categorie sociali del nostro paese….
Aver finalmente la possibilità di controllare, ridurre e sterilizzare il benedetto problema del debito pubblico e dei relativi interessi, è ritenuto irrisorio dinanzi a problematiche ben più determinanti per le sorti di tutti… Come possiamo non considerare prioritaria l’evasione fiscale dei commercianti ambulanti, o il problema dei parcheggiatori abusivi o i legittimamente alti costi della politica (un miliardo annuo) in confronto ai 70 miliardi annui di interessi su un debito in buona parte indebito!
“Credo che qualcuno debba pur cominciare a mettere le cose a posto in questa Regione”, queste le sue parole. Cerchiamo di non abboccare ancora ai nuovi politicanti selezionati in stile grande fratello rispondo io!
Il secondo convegno in cui sono state trattate problematiche importanti si è svolto domenica 12 marzo ed ha visto la partecipazione del segretario provinciale del PD Alessio Lo Giudice, del moderatore Giovanni Cafeo e del sempre incisivo professor Luigi Amato. Ricordiamo che il Partito Democratico, in un ipotetico inquadramento politico, dovrebbe collocarsi sul lato sinistro, cioè il lato dell’abbattimento delle disuguaglianze, della redistribuzione, dell’economia di Stato, insomma gli eredi dei marxisti o basterebbe anche dei keynesiani. Ecco io mi chiedo dov’era il partito quando la costituzione economica italiana veniva scavalcata, inattuata, calpestata, irrisa e stravolta. Come possono ripulirsi la coscienza non comprendendo il danno enorme fatto al paese (due generazioni) ed avendo ancora il coraggio di continuare a far promesse non mantenibili con queste istituzioni giuridico-economiche iper-liberiste. Di questo convegno ne ha parlato ampiamente il collega Salvo La Delfa nello scorso numero della Civetta e pertanto i dettagli delle ricette proposte sono li rinvenibili, io mi limito ad evidenziare l’assenza totale di assunzione di responsabilità, insomma nessun sano esame di coscienza che pur sarebbe come minimo necessario per riacquistare credibilità.
Infine nella giornata di lunedi 13 marzo, l’area della marina protetta del Plemmirio situata al castello Maniace ha visto la presenza del sottosegretario Faraone e del ministro De Vincenti. Una sala gremita di personalità di spicco dell’ intellighenzia siracusana era invitata a partecipare al pensatoio della svolta. L’on. Faraone ha esordito: “Più liberismo! Chi ha detto che il liberismo è solo di destra…”; “meno tasse” (tralasciando che senza sovranità monetaria significa più debito per la gioia dei rentiers). Secondo questa ricetta, gli imprenditori privati torneranno ad investire nel deserto, i consumatori (iper indebitati e sempre più disoccupati) torneranno ad acquistare tutto quello che la tv gli propina e tutti torneremo ad esser felici e contenti. Insomma le cure proposte son peggio della malattia cronica di cui siamo affetti da ormai 30 anni. In un altro passaggio afferma: “Dovremo essere più competitivi”, cioè competere con la Cina tramite la cinesizzazione del lavoro. Peccato che anche gli USA abbiano capito che sia una strategia suicida; difatti il mondo va verso nuove forme di protezionismo. Una sana coordinazione e cooperazione internazionale con una vera difesa delle peculiarità produttive nostrane è sabbia negli occhi per gli attuali nostri governanti!
Eppure basterebbe poco per cominciare a risollevare le sorti della nostra nazione da ormai troppi anni misera colonia predata dai “capitali” esteri, quegli investitori internazionali (senza Stato e senza coscienza) che il barone Giuseppe Corvaja già nel 1840 definiva “perniciosa interessenza cosmopolita”.
La riforma prioritaria da elaborare immediatamente – ossia creare nuovamente un sistema bancario pubblico che eviti l’usura privata legalizzata (quasi totalmente in mano ai grandi gruppi bancari esteri) – resta un tabù, un miraggio che solo pochi coraggiosi economisti non al soldo del sistema professano. Essi ricordando di quando eravamo la quinta potenza manifatturiera mondiale e soprattutto del come lo siamo diventati: la terza via, quella codificata nella costituzione economica del 1947, frutto della cultura autoctona sviluppata e maturata tra le due guerre, quella sintesi culturale inquadrata benissimo da Giorgio Mori nel libro “La cultura economica nel periodo della ricostruzione”, edito dalla casa editrice Il Mulino nel 1980.
Quella costituzione che all’ articolo 41 recitava: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana (bisognerebbe aggiungere alla salute, ndr). La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.E soprattutto all’art. 47: La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio (la magia, ndr) del credito. Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese”.
Quella Costituzione che seguendo gli insegnamenti di Donato Menichella, Alberto Beneduce e Pasquale Saraceno creatori dell’IMI (Istituto Mobiliare Italiano), dell’IRI (Istituto Ricostruzione Industriale) ed autori della legge bancaria del 1936, ci ha consentito pur avendo perso la guerra di vincere la pace.

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