Con il globalismo gli Stati hanno perso la loro sovranità. Si è globalizzato solo il capitalismo e con esso le diseguaglianze e la povertà. Sono mancate le Istituzioni capaci di governare il processo di globalizzazione e ciò ha generato i populismi che sono solo un inganno. Si rimedia creando comunità e ripristinando lo stato sociale.
[Salvo La Delfa] A confrontarsi su un tema di ampio respiro, apparentemente poco legato alla realtà siracusana, sono stati Luigi Amato, docente di Estetica all’Accademia di Belle Arti di Palermo, ed Alessio Lo Giudice, professore associato di Filosofia del diritto dell’Università degli Studi di Catania, durante il convegno dal titolo “La comunità tra globalismo, populismo e informazione responsabile”, moderato da Giovanni Cafeo, coordinatore del progetto RES.
Lo ammette subito Alessio Lo Giudice: “Ai nostri giorni, il dibattito pubblico è incapace di affrontare questioni generali e si focalizza essenzialmente su argomenti locali e provinciali. Occuparsi di questioni contingenti non significa sempre occuparsi di cose concrete. In questo dibattito potrebbe sembrare di discutere di argomenti distanti dalla nostra realtà ma, invece, si dibatte di una questione importante che può essere utile alla crescita della nostra comunità”.
Luigi Amato ricorda che la geopolitica è una scienza degli anni trenta che è stata approfondita dagli Stati anche segretamente in epoche successive per ritornare di attualità oggi, permettendo di spiegare cosa accade in un territorio in funzione degli avvenimenti mondiali. “La piccola storia, anche quella di Siracusa, è toccata ed è influenzata dai grandi avvenimenti”.
“Con la caduta del muro di Berlino, avvenuta nel 1989, si ebbe l’impressione che si dovesse affermare una democrazia utopica e che tutto dovesse andare meglio con il globalismo”, constata Luigi Amato. “Ma le cose non sono andate in questo modo e proprio in questi ultimi anni il processo storico iniziato con la caduta del muro di Berlino sta volgendo al termine. In realtà, le guerre e i conflitti sono continuati e i colpi di stato in Africa hanno, per esempio, causato l’immigrazione che osserviamo oggi nel nostro Paese, producendo, quindi, degli effetti fino a noi. In nome del globalismo e di Alleanze Internazionali, gli Stati hanno perso la loro sovranità. In altre epoche (periodi di Andreotti, Moro, Mattei) l’Italia ha combattuto per avere una propria politica estera ma con il globalismo ciò non è più praticabile ed accettabile”.
Conferma questa impostazione Alessio Lo Giudice. “Si ebbe un assoluto entusiasmo per la globalizzazione, perché si ebbe l’impressione di una espansione continua del mercato, creando nuovi spazi per tutti. In una prima fase ci fu, effettivamente, una vera fase espansiva che utilizzava strumenti nuovi quali la rete e l’alta velocità. Oggi non si è più in quella fase. Ciò che si è globalizzato è stato il capitalismo che produce da sempre ricchezza ma anche diseguaglianze, facendo diventare le povertà più macroscopiche come possiamo osservare nelle periferie delle nostre città. Abbiamo vissuto una fase di globalizzazione delle diseguaglianze”.
Ma le cose stanno cambiando.
Continua Luigi Amato: “Il globalismo sta terminando proprio in questi ultimi anni perché Russia e Cina hanno deciso di non essere più subalterne al mondo unipolare. Negli Stati Uniti il globalismo è franato ed ha portato al potere Donald Trump a causa delle crisi economica, dei conflitti razziali non risolti (benché il precedente presidente fosse un afroamericano), della disoccupazione e della disparità economica fra ricchi e poveri. Situazione ancora più critica si osserva per l’Europa che è cresciuta male, senza valori e senza radici, negandole persino le radici giudaico-cristiane. L’allargamento ad est, ha portato in Europa i Paesi dei Balcani che non vogliono gli emigranti: l’Ungheria costruisce muri, l’Ucraina, invece, è in contrasto con la Russia e ciò fa comodo all’Unione Europea. L’Europa oggi è a tre dimensioni e a due velocità”.
“Il fallimento del globalismo in Europa e nel mondo”, afferma Alessio Lo Giudice, “è stato determinato dalla mancanza di Istituzioni che fossero in grado di governare il processo di globalizzazione (che, per sua natura, si autogoverna con logiche capitalistiche basate sul profitto). Le Istituzioni europee e gli Stati membri avrebbero dovuto avere la funzione di organi di indirizzo politico per l’economia. Il populismo o, come è meglio chiamarli, i populismi vanno intesi come reazioni a questa situazione. Non bisogna banalizzarli, ma bisogna capire le radici perché il sentimento di fondo che associa tutti i populisti è un sentimento di fondo che associa tutti noi. Si tratta della percezione che abbiamo di non possedere gli strumenti idonei per incidere sulla politica di uno Stato, di un territorio. I cittadini si accorgono che gli strumenti politici non riescono ad incidere sulla situazione economica. Mentre negli anni sessanta/settanta con lo Stato Sociale si aveva la certezza che la politica poteva incidere sull’economia, sulle diseguaglianze e ciò incentivava molto la partecipazione alla vita sociale e politica da parte dei cittadini, oggi la struttura generale è totalmente diversa e la sensazione è che le decisioni vengono prese in altri luoghi (dove si incontrano le lobby e i poteri economici) rispetto al territorio locale”.
A questo punto, Luigi Amato cerca di spiegare la crisi del nostro territorio in riferimento alle crisi avutesi nel Mediterraneo. “L’apertura del feudo rinascimentale di Siracusa nei confronti del Mediterraneo fu frenata e soppressa da Carlo V che portò Siracusa fuori dal Mediterraneo e la condusse ad una marginalità che continuerà anche nei secoli successivi. Oggi, il Mediterraneo, e quindi, l’Italia sono entrati in crisi a causa delle “Primavere Arabe” (pilotate dalla CIA). La crisi in Libia e la morte di Gheddafi hanno creato problemi all’Italia e, quindi, ancora marginalizzazione con ripercussioni anche sul nostro locale, sul nostro territorio”.
Come si può allora reagire a fenomeni e processi che sembrano ineluttabili?
“Si costruisce una nuova classe dirigente, che abbia la capacità di costruire una nuova comunità”, continua Luigi Amato. “Noi pensiamo di essere al centro del mondo ma non lo siamo più: stiamo invecchiando, nemmeno gli extracomunitari fanno figli, le sanzioni a Cina e Russia sono più dannose per noi europei che per loro. Noi dobbiamo sfruttare le nostre capacità: se le comunità iniziano a confrontarsi e a discutere possono affrontare meglio le situazioni critiche”.
Lo Giudice: “Non possiamo occuparci solo di microcosmo, di territorio, ma dobbiamo riuscire a ragionare anche a livello comunitario, di macrocosmo. Veniamo da anni in cui ci è stato chiesto di fare comunità essenzialmente per rispettare i parametri di Maastricht, associando il concetto di comunità a quello di sacrificio. Affrontiamo il tema della meritocrazia, tema sacrosanto che può essere applicato solo in una società ed in una comunità dove sono presenti forme di giustizia sociale. Nella nostra società questo non è possibile perché manca proprio un minimo garantito per tutti e ciò ha portato Donald Trump ad evitare qualsiasi riferimento al tema della meritocrazia durante la sua campagna elettorale”.
Da dove nasce allora il populismo?
“Il populismo, come quello di Trump e della Le Pen, nascono dalla constatazione che l’apertura del globalismo non ci permette di autogovernarci. Quindi, si procede ad una chiusura che apparentemente sembrerebbe rigenerare la comunità ma che innesca protezionismo economico e blocco dell’immigrazione. Il populismo è un inganno. La comunità si può rigenerare con lo stato sociale perché non a parole ma nei fatti ha prodotto solidarietà. In questi ultimi anni lo stato sociale non è più sostenibile per un Stato: si è smantellato per attirare investimenti. La più grande incompiuta dell’Europa e la creazione di una Europa come spazio sociale. Fino ad adesso le politiche sociali sono affidate ai singoli Stati e non sono governati dall’Unione Europea. Ciò ha determinato che gli Stati Europei, ad esclusione degli Stati Scandinavi, non sono stati in grado e non sono riusciti ad occuparsi di stato sociale. Quindi, bisogna rigenerare l’idea di comunità ripensando allo stato sociale. Proprio per questo oggi si parla di un reddito di base per ridistribuire la ricchezza”.
Interviene Luigi Amato su questo tema. “Cina, Russia e Stati Uniti stanno ripensando allo stato sociale. Trump lo sta facendo strizzando gli occhi ai sindacati operai (che in America sono tendenzialmente conservatori) e penalizzando chi delocalizza. In Italia è in atto un processo disgregativo delle comunità, dei partiti. Non ci si rende conto che per risolvere i problemi è necessario il ragionamento. Purtroppo ci si muove su altre logiche (come la spartizione delle poltrone) e questo non fermerà la deriva. Comunque, alcuni territori rispondono meglio e li si osserva, come in Puglia e Basilicata, maggiore coesione sociale, più apertura mentale e più adattabilità”. Conferma ciò anche Alessio Lo Giudice ripercorrendo l’esperienza che ha portato Matera a diventare città europea: “La comunità di Matera si è organizzata per partecipare al bando di città europea ed ha vinto perché si sono fatti investimento seri da parte della regione Basilicata e si sono mobilitate le migliori esperienze. Basilicata e Puglia hanno inaugurato una stagione di rinnovamento sfruttando i fondi europei; c’è un ceto dirigenziale che risponde a logiche diverse. E’ necessario che i partiti si riorganizzino in maniera diversa, come per esempio in rete di reti”
Conclude il convegno Giovanni Cafeo: “Siamo rimasti una società statica. Le attività organizzate nel territorio, come quella dello Spero, hanno messo in evidenza che le persone vogliono avere la possibilità di poter dire la loro e di affrontare le questioni. Oggi non stiamo creando le condizioni per far venire fuori le risorse migliori. Bisogna spiegare la complessità e le modalità con cui si affrontano i problemi. Una giunta cittadina ha il ruolo di guidare una comunità verso una prospettiva coinvolgendo tutti i cittadini”.

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