Com’è possibile, porco di un cane, che i furbastri del reame debban lucrare persino su acqua e letame? Una proposta
La Civetta di Minerva, 10 febbraio 2017
La domanda sorge spontanea: possibile che non ci sia un altro modo più semplice di trasformare la frazione umida dei rifiuti urbani in compost da restituire, come ammendante, ai terreni agricoli? Sono proprio necessari gli impianti di compostaggio, che richiedono investimenti di capitali (che spesso il pubblico, indebitato da un’economia canaglia, non ha) e che, oltretutto, subiscono ostacoli e ritardi da un sistema burocratico che tende a complicare le procedure più semplici? Forse quei ritardi sono frutto del potere di veto di burocrati che vogliono elargire a titolo di benevola concessione quanto dovrebbero approvare senza difficoltà? Sperano di lucrare anche loro qualche briciola a titolo di mancia o di tangente? Com’è possibile che le norme siano studiate in modo tale da rendere necessaria l’interposizione dell’imprenditoria privata persino in un processo semplicissimo come potrebbe essere quello della restituzione dei rifiuti organici alla terra?
Supponiamo che la frazione umida raccolta con la procedura differenziata possa essere depositata, provvisoriamente, in un’area abbastanza lontana dai centri abitati. E che possa essere rapidamente smaltita attraverso la consegna ai titolari di aziende agricole del territorio che ne facciano richiesta. Probabilmente le richieste supererebbero la disponibilità e forse i mezzi di trasporto potrebbero recapitarla direttamente alle aziende richiedenti, nelle quantità disposte dai responsabili del servizio, i quali dovrebbero tener conto di tutte le richieste per soddisfarle in modo equilibrato. Ai richiedenti potrebbe essere fatto pagare solo un contributo, a pareggio della spesa viva per il trasporto. Ma gli stessi, titolari di imprese agricole, dovrebbero assumere l’impegno di spargere la frazione umida sui loro terreni e di rivoltarla frequentemente coi loro mezzi agricoli, per favorirne la decomposizione e la trasformazione in ammendante e successivamente in humus, grazie anche all’azione di microrganismi naturali e di lombrichi.
Gli impianti di digestione anaerobica sono proprio necessari? O servono soprattutto a foraggiare certa imprenditoria privata, sempre pronta ad accorrere in sostegno del settore pubblico. Per mungerlo.
Dalle pagine della Civetta rivolgiamo la domanda agli esperti e agli amministratori. E speriamo che ci forniscano qualche risposta convincente. Nel nostro territorio esistono due aziende (una di trecento ettari ed una di duecento) che sarebbero pronte a ricevere forniture di letame da far decomporre in lettiere per ispessire lo strato coltivabile sopra il monte Climiti. Ma abbiamo motivo di ritenere che anche tantissime altre aziende agricole potrebbero trovare utile e conveniente accogliere, praticamente gratis, la frazione umida dei rifiuti urbani. Ma, ovviamente, questo tipo di smaltimento non rappresenterebbe un affare per gli imprenditori, che sono sempre al varco. Sia che si tratti di assicurarci il servizio idrico, sia che si tratti di lucrare sui rifiuti. Se la proposta, come riteniamo, dovesse risultare sensata, cosa aspetteranno i politici a renderla praticabile con una opportuna semplificazione del quadro legislativo?

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