Come abbiamo potuto, noi italiani, trasformarci in carnefici?

L’esperienza dell’emigrazione si trasforma, per chi ne è vittima, da speranza di un futuro migliore in un presente talvolta peggiore del passato

La Civetta di Minerva, 27 gennaio 2017

Non molto tempo fa passeggiavo verso Ortigia seguendo il corso dei miei pensieri, quando vidi, dietro uno sbarramento di transenne, numerosi soggetti sul molo della capitaneria di porto, intenti a fotografare (con foga simil-giapponese) un gruppo di immigrati che la guardia di finanza faceva sbarcare. Inevitabilmente le mie sinapsi subirono un corto circuito, di cui ora tu, mio solitario lettore, subirai le conseguenze.

Chi non ha mai sentito dire: “io non sono razzista, ma…”? E a seguire le acrobazie linguistiche per dimostrare il non-razzismo – o addirittura la visione cosmopolita, quasi fosse il fondatore della teoria della “società aperta” – di chi quella frase ha pronunciato. Il tutto è reso ancora più farsesco dal fatto che quanto maggiore è lo sforzo, tanto più emerge, dalla camera oscura della rimozione, l’inconscia ed eterna xenofobia.

Certo il fenomeno dell’emigrazione è questione delicatissima, che va affrontata con uno sforzo collettivo, ma con equilibrio, senza patemi e/o paure, tenendo conto che non si tratta di buddisti o musulmani, di uomini di colore o caucasici, ma di esseri umani, che non hanno più divinità protettrici al loro fianco, come invece le avevano l’astuto Odisseo o il pietoso Enea. Anche termini tecnici come “permesso di soggiorno”, “centri di accoglienza”, “centri di identificazione” …, costituiscono un ben misero vocabolario occultante l’indicibile e a cui sottende una deumanizzazione di chi ci è “estraneo”.

Se gli italiani, oltre a considerarsi santi, poeti e navigatori, fossero anche un po’ meno smemorati rivolgerebbero la testa e il cuore alle vicende degli italiani nei loro “viaggi della speranza” e ad Ellis Island, luogo tristemente e tristamente noto a noi italiani. Come non riconoscere che, oggi come allora, l’esperienza dell’emigrazione si trasforma, per chi ne è vittima, da speranza di un futuro migliore in un presente talvolta peggiore del passato (basterebbe leggere qualche lettera straziante dei nostri emigrati del passato alle famiglie)?.

Il sacrificio compiuto non è mai gratuito, ha altissimi costi personali. Gli emigranti soffrono, infatti, sulla propria carne l’esperienza che, molto a lungo (se non addirittura per sempre), si trovano a vivere in contesti che rimangono loro estranei. Questa condizione di sofferenza ha determinato l’individuazione di una relativamente recente patologia: la Sindrome di Ulisse. Quattro sono le motivazioni che incidono nel determinare questa dimensione: la solitudine che si soffre arrivando in un paese straniero; il sentimento di fallimento delle proprie aspirazioni e il loro abbandono; la preoccupazione di dover vivere in situazioni di patologica esclusione; il permanente sentimento di paura.

Dovremmo sempre avere presente le parole che il cantautore Ivano Fossati mette in bocca a un emigrato che fugge dalla devastazione: “ma soprattutto ci vuole coraggio a trascinare le nostre suole da una terra che ci odia a un’altra che non ci vuole” e provare grande rispetto per chi questo coraggio lo dimostra ogni giorno. Come abbiamo potuto, noi, proprio noi italiani, trasformarci, in un lasso di tempo così breve, da vittime a carnefici? Come, da sostenitori del principio (ereditato da molto lontano) della sacralità dell’ospite, siamo divenuti aspiranti al girone infernale della Tolomea?

A te, mio a-razzista lettore, l’onere della risposta.

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