I giovani italiani all’estero: “Se avesse vinto il sì saremmo tornati”

Risultato fortemente in controtendenza rispetto a quello nazionale. Non sono renziani ma, forti delle loro certezze estere, cedono al fascino dei cambiamenti

 

La Civetta di Minerva, 23 dicembre 2016

Dopo una estenuante simil-campagna-elettorale per influenzare i risultati del referendum costituzionale che si è tenuto domenica 4 dicembre, eccoci giunti alla conclusione. Conclusione dei comitati per il sì e per il no, conclusione delle pubblicità più o meno subliminali che apparivano come banner su siti, tv e social network, conclusione dei comizi e conclusione del governo (va be’, almeno formalmente). Perché, allora, parlarne di nuovo? Non siamo stati già abbastanza tediati dall’argomento e ansiosi di lasciarci alle spalle questa ennesima bagarre politica, confidando in un roseo futuro, come solo noi sappiamo fare? 

Ecco, un’ultima parentesi in merito va fatta. Perché il voto degli italiani all’estero – e dei giovani italiani, soprattutto – ha segnato un interessante divario sociale tra chi sta dentro e chi sta fuori dai confini nazionali.

Il voto dei conterranei emigrati ha acquistato valore solo in un’epoca recente: era un dicembre di appena quindici anni fa quello in cui è stata approvata la legge numero 459, la cosiddetta legge Tremaglia, propugnata da uno dei ministri del governo Berlusconi. Gli articoli costituzionali 48, 56 e 57 sono stati modificati (e questo ritocco alla Carta fondamentale ha fatto meno scalpore) per sancire che «la legge stabilisce requisiti e modalità per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all’estero e ne assicura l’effettività», per istituire una circoscrizione Estero per l’elezione delle Camere e per precisare che dodici deputati e sei senatori sono eletti da tale circoscrizione.

Per continuare a partecipare alla vita politica italiana, pur senza abitare il Belpaese (come dire, il cuore si trova sempre là dove lo si è lasciato), è sufficiente essere iscritti all’Aire, l’anagrafe degli italiani residenti all’estero. E non aver scelto, quale paese del proprio soggiorno internazionale, uno tra Iraq, Libia, Burkina Faso, nei quali non si è potuta pienamente assicurare la libertà e la segretezza del voto.

Ogni consolato italiano si occupa di inviare ad ogni elettore un plico che contiene le istruzioni per votare (insieme alle “ragioni per votare sì”, nell’ultima politicizzata consultazione referendaria), le buste da sigillare separatamente prima di rinviarle e il testo del referendum o la lista dei candidati. Manca una matita non cancellabile e manca anche la certezza che chi esprime il voto sia effettivamente il destinatario del plico e che lo faccia al riparo da sguardi indiscreti e da possibili influenze. Analoghe ovvie incertezze riguardano il viaggio che i voti per corrispondenza devono effettuare prima di arrivare presso la corte d’appello di Roma per lo spoglio, passando di mano in mano: i postini, i funzionari dei consolati, i centri di raccolta in Italia.

D’altro canto, numerose critiche sono state mosse ai costi di tale pratica: per il referendum sulle trivelle (chissà perché molto meno pubblicizzato di quest’ultimo) si sono contati voti di appena settecentomila italiani, a fronte di una spesa di oltre ventiquattro milioni di euro. Decisamente, acquistare una matita non cancellabile per ognuno dei quattro milioni di iscritti all’Aire sarebbe improponibile. Nonostante le critiche e le proposte per modificare la procedura, troppi sono gli interessi verso questo bacino di voti che, talvolta (Prodi docet), risulta determinante per gli esiti elettorali.

Ma veniamo al dunque: lo spoglio delle schede ha dimostrato che gli italiani all’estero, in controtendenza rispetto all’andamento nazionale, hanno votato in prevalenza per il sì (62,42%), piuttosto che per il no (37,58%).

Solo in Russia, in alcuni paesi dell’ex URSS, alcuni paesi scandinavi e in Irlanda il no ha vinto; in Germania, Svizzera e Francia – nelle quali ha votato più di mezzo milione di expat – il sì ha stravinto. E così anche in Belgio, Olanda, Regno Unito, Austria, Spagna, Portogallo, Grecia, Croazia, eccetera, eccetera. Anche negli Stati Uniti, nell’America del Sud e in Australia prevalenza dei risultati pro-modifica costituzionale. 

Abbiamo raccolto qualche lapidario commento dei giovani italiani espatriati e, pur senza alcuna pretesa di fornire un quadro completo data l’esiguità del campione, possiamo tirare alcune somme.

Fra le nostre conoscenze, solo una ragazza, tedesca acquisita, è rimasta contenta della vittoria del no, che pure aveva votato. Una biologa ricercatrice a Copenaghen, invece, ci ha confidato che se avesse vinto il sì sarebbe rientrata in patria. «Sono convinta» ci dice «che l’Unione Europea, contenta della stabilità politica del paese, ci avrebbe dato più fondi per la ricerca: sarebbe stato un segnale forte e io sarei tornata a vivere a Roma.»

Una italiana ben integrata in quel di Londra è stata, soprattutto, colpita dalla massiccia campagna referendaria e dalle urla dei politici che ha seguito in tv. Per lei poco importava chi vincesse: non tornerà in Italia, se non per le vacanze.

Dai molti italiani in Francia – tutti sostenitori del sì – arriva un unico lamento: «Questa poteva essere una buona occasione, ma tanto in Italia non cambia mai nulla.» Chiediamo loro se si professino renziani, ma ci rispondono negativamente: «Non era un voto politico o, almeno, qua non è stato inteso come tale: era una possibilità per tagliare i costi della politica, ridurre i seggi, abolire un ente inutile.» E, ancora, dicono che la nostra Costituzione è troppo antiquata e sarà pure la più bella, ma deve essere pure aggiornata, perché gli altri Stati le modifiche le fanno.

«Abbiamo perso il referendum» lamentano e ci appare così netto il divario con la soddisfazione per la vittoria del no dei giovani che, invece, in patria ci sono rimasti (o vi sono tornati). E, soprattutto, di quella frangia, solo apparentemente contraddittoria, di oppositori di Renzi e, al contempo, sostenitori dell’Unione Europea.

Ci chiediamo da cosa dipenda una lettura così diversa del fenomeno. Che il malcontento assuma toni più sfumati, man mano che ci si allontani dai confini nazionali? Che, con un lavoro a tempo indeterminato e maggiori sicurezze per il futuro, si riesca a intravedere una speranza per la situazione di un paese che, con una valigia e molti rimpianti, ci si è lasciati alle spalle? Perché, per i giovani espatriati, questo voto era avvertito come un importante banco di prova e tanto peggio se nulla fosse mutato. Loro, in ogni caso, di vita ne hanno una sola e hanno deciso di non confidare troppo nel superamento della crisi. Se le cose cambiassero, si dicono per riconfortarsi, torneremmo. Ma, nel frattempo, guardano da lontano un’Italia dai grandi oratori, che vuol cambiare sempre tutto per non cambiare mai niente.

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