Per la Protezione Civile il problema è Formazione e Reti

Occorre una più razionale utilizzazione, disposizione e concentrazione delle attività che specializzano gli operatori

 

La Civetta di Minerva, 14 ottobre 2016

C’è una domanda che continua a tormentare chi si occupa di protezione civile e alla quale non si riesce a dare una risposta univoca. Ma come mai, malgrado l’evoluzione tecnica, tecnologica, normativa, sociale e culturale, ogni anno, con disarmante puntualità, si continuano a contare morti per effetto di eventi naturali o meno ampiamente studiati, dibattuti, previsti e conosciuti?

Nel 1980 non esisteva la Legge 225, non esistevano gli uffici di protezione civile delle Regioni, delle Province, dei Comuni, non esistevano i corsi di laurea in protezione civile, non esisteva un volontariato specifico di protezione civile, non esistevano i centri funzionali, non esistevano (o erano agli albori) i centri di competenza. E si contavano i morti. Dopo i terremoti, dopo le alluvioni, dopo gli incendi boschivi. Sono passati tanti anni, esattamente 44 lunghi anni dalla Legge 996 del 1970 che, per la prima volta, provava ad organizzare nel Paese un sistema di risposta capace di prestare soccorso e assistenza alle popolazioni colpite da calamità.

Oggi i dati, inconfutabili, dimostrano che per le stesse cause di allora ancora si contano i morti. Di meno? Di più? Chi potrà mai asserirlo? La domanda che corrode gli animi di chi fa questo mestiere con passione e trasporto, con convinzione e dedizione, con competenza e responsabilità continua a non trovare risposta. Perché si continua a morire per i terremoti (e perché in Giappone questo non accade?), perché si continua a morire per un temporale? Perché?

Eppure il progresso in questo settore c’è stato ed è ben evidente a tutti. La protezione civile si è evoluta da semplice attività di soccorso a funzione integrata, da esercizio gestito da un unico soggetto istituzionale a sistema trasversale di competenze. Oggi esistono componenti e strutture operative con precisi compiti e funzioni. Il volontariato non è più quello spontaneo e generoso, ma impreparato, dell’alluvione di Firenze; oggi è formato, specializzato, attrezzato. Allora cos’è che non torna? Forse nulla. Forse è un processo di cambiamento che non può essere alterato rispetto a una dinamica evolutiva che presuppone tempistiche e percorsi ben precisi. Ma, forse, questo cambiamento può essere accelerato. E facendo una ampia disamina su tutti gli ambiti sui quali agire per modificare lo stato delle cose e cercare di imprimere tale accelerazione, la “formazione” assume un ruolo determinante. Ma non la formazione come si è abituati a considerarla oggi. Una formazione nuova a cui deve essere dedicata, però, una profonda riflessione che sappia tradurre le esperienze del passato in direttrici su cui proiettare sforzi e investimenti.

Ma perché mai una riflessione sul modo di “fare formazione”? Forse perché alla crescita del sistema di protezione civile, che si è evoluto attraverso spinte che hanno interessato tutte le sfere di interesse interdisciplinare, non ha corrisposto un proporzionale livello di minor perdita di vite umane e di danni prodotti all’ambiente. La domanda, quindi, è: tutta l’attività fatta sino ad oggi nel formare professionisti, volontari, sindaci, tecnici, è realmente servita a rafforzare il funzionamento del sistema di protezione civile? Inoltre, dato che la formazione è una competenza che spetta alle Regioni, la formazione di questo insieme di soggetti ha seguito un indirizzo unitario? E’ possibile ottenere dall’immensa mole di corsi organizzati sin qui un “indice di efficacia” complessivo capace di tradurre in termini di sicurezza gli obiettivi previsti?

E’ evidente che a questi interrogativi non può corrispondere una risposta precisa, come è indubbio considerare che la formazione abbia certamente contribuito ad accrescere l’efficacia delle attività legate alla protezione civile. Ma il punto è proprio questo. Quanto ha contribuito? L’enorme investimento fatto in termini di risorse per la formazione ha prodotto i risultati attesi? Se lo stato dei fatti testimonia in modo incontestabile che i risultati più che attesi sono stati disattesi, appare verosimile fare una riflessione su una possibile modifica strategica della formazione. Fermo restando che questa riflessione non vuole mettere in discussione le iniziative in essere prese dalle diverse amministrazioni, è tuttavia utile provare a fare una lettura diversa di come, invece, potrebbero essere indirizzate le future attività formative.

Per chiarire meglio il pensiero che ci si accinge a fare, sarà utile fare un esempio che affonda nell’esperienza di chi si occupa di difesa dagli incendi boschivi. Quando un DOS si trova di fronte alla responsabilità di dirigere le operazioni di spegnimento del fuoco sa per certo che il successo delle operazioni dovrà, necessariamente e incontrovertibilmente, prevedere la perdita di una porzione, più o meno estesa, di biomassa forestale. Partendo da questo presupposto utilizzerà, disporrà e concentrerà le risorse in modo che queste possano avere la maggior percentuale possibile di successo e salvare, dall’azione delle fiamme, il restante territorio boscato. Ora, facendo uno slancio di immaginazione, se si prova a traslare il ragionamento alla questione sin qui analizzata la procedura presenta evidenti analogie. In altre parole, in considerazione dell’attualità, in materia di formazione in protezione civile probabilmente si è raggiunto il massimo livello ottenibile in termini di risposta di efficienza e efficacia degli operatori. Il danno atteso (purtroppo) non può essere ulteriormente ridotto in quanto bisogna dare per scontata una “fisiologica” perdita.

La questione, però, può essere indirizzata su una più razionale utilizzazione, disposizione e concentrazione delle attività formative. Per esempio agendo su percorsi specifici per le nuove generazioni. Facendo uno studio analitico sulle fasce d’età più sensibili ad una formazione capace di modificare, nel tempo, comportamenti e abitudini per agire, così, sulla prevenzione dei rischi e sul concetto di resilienza. Quanto può fruttare, oggi, investire sulle generazioni adulte in questo ambito? L’esperienza ha dimostrato, purtroppo, che i molteplici tentativi di sensibilizzazione degli individui adulti sono stati a dir poco deludenti (si pensi, ad esempio, alle molteplici iniziative destinate ai sindaci). Si potrebbe, quindi, provare a tracciare un indirizzo unitario, perseguito con una matrice comune tra tutti i soggetti competenti (Regioni) e finalizzato a massimizzare gli investimenti. Dirottare, ad esempio, la formazione indirizzata al volontariato alle fasce più giovani, quelle di età scolare, con programmi condivisi e strutturati in raccordo anche con i ministeri competenti (Istruzione, Università e Ricerca; Beni, Attività Culturali e Turismo; Ambiente, Tutela del Territorio e Ambiente; Politiche Agricole, Alimentari e Forestali) in modo da “istituzionalizzare” attività didattiche formative per particolari tipologie di studenti.

Analogamente, invece di definire sontuosi programmi di formazione destinati a una pluralità di soggetti, concentrare le attività sugli snodi nevralgici del sistema di protezione civile. Snodi che sono rappresentati dagli elementi permanenti all’interno delle amministrazioni a cui l’attuale panorama legislativo attribuisce competenze e responsabilità specifiche. I Comuni, ad esempio. Ma, in questo caso, invece di interessare i sindaci (anche perché il Sindaco oltre a essere autorità di protezione civile è anche autorità sanitaria locale, ma non risulta che i sindaci facciano corsi specifici di BLSD), interessare alle attività formative le figure permanenti del comune in un percorso didattico (in disaster management) capace non solo di aumentare conoscenze ma, soprattutto, in grado di modificare comportamenti in una logica d’insieme condivisa tra gli omologhi soggetti anche di altre amministrazioni (province, prefetture, regioni). Ma è evidente che una strategia simile debba prevedere un’attività di raccordo tra le stesse amministrazioni regionali in modo da rendere più coerenti ad una logica di sistema le rispettive organizzazioni.

Se le istituzioni, facendosi carico di un “atto di coraggio”, sapranno rivedere le proprie strategie in materia di formazione, avviare una riflessione sui veri obiettivi raggiungibili (espressi in termini di sicurezza e salvaguardia della vita) e modificare le rispettive politiche in materia di formazione in protezione civile avviando una piano nazionale capace perseguire obiettivi concreti di medio e lungo termine, allora le perdite in termini di vite umane e di danni che ogni anno si continuano a contare avranno un senso. Altrimenti la gente continuerà a morire senza un perché.

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