IAS. Frantumato il feeling fra industriali e politici

Con un debito di quasi due milioni e la Regione che da vent’anni non dà i soldi per le spese di gestione, i privati non tollerano più gli sprechi. Urgono regole e ordine

 

La Civetta di Minerva, 24 giugno 2016

Lo stato dei fattiFallito l’incontro del 14 giugno scorso – si è detto per problemi organizzativi ma si pensa per prendere tempo e capire cosa fare -, è certo che la proroga di 6 mesi della convenzione, in scadenza il 30 giugno, sarà reiterata fino alla fine dell’anno. Impossibile interrompere senza una seria programmazione e obiettivi futuri certi l’accordo tra pubblico (ieri l’Asi, oggi l’Irsap) e privato (la IAS spa, società di gestione mista) che da quasi trent’anni garantisce, nel bene e nel male, l’esistenza stessa di un impianto di depurazione imprescindibile per il territorio, uno dei più grandi, se non il più grande, d’Europa.

Seconda certezza, l’assoluta impellente necessità, evidenziata ormai da anni, di un ammodernamento e riqualificazione dell’impianto per il quale non bastano più gli interventi di manutenzione ordinaria o anche straordinaria, da sempre onere delle industrie, ma che richiede risolutivi e indifferibili interventi di tipo strutturale, non solo per continuare ad assicurare la funzione di smaltimento dei reflui industriali e civili fin qui svolta tutto sommato in maniera accettabile, ma per svolgere un’azione ancora più efficace nell’aiutare a rispettare le rigorose norme ambientali vigenti, sfruttando appieno potenzialità inespresse e strutture mai utilizzate (l’impianto di osmosi del 2003 o quello di deodorizzazione inaugurato nel 2009 dalla Prestigiacomo).

Da più parti si avanza l’idea di un uso più razionale dell’impianto, che oggi smaltisce circa 14 milioni di metri cubi di reflui industriali e circa 6 di reflui civili, ma che vede una progressiva riduzione delle acque industriali e potrebbe quindi ampliare il bacino di quelle urbane, secondo alcuni ricevendo anche quelle di Augusta, città priva di depuratore, e di certo smaltendo il percolato che oggi, a prezzi altissimi per le amministrazioni locali, viene “spedito” in altre regioni, come la Calabria, possibilità concreta solo ottenendo le necessarie autorizzazioni ferme per irrisori motivi. L’ipotesi di una rivoluzione, quindi, che veda anche pagare i giusti costi a Comuni che finora hanno versato pochissimo o mai pagato, come, pare, la frazione di Belvedere.

Ma tutto ciò significherebbe investimenti sostanziosi: ben altro rispetto alla possibilità, come si è detto, di utilizzare l’80% della quota che l’IAS versa, dovrebbe versare, all’Irsap annualmente per l’utilizzo del depuratore (450mila euro). “Dovrebbe versare” perché attualmente il debito della spa è pari a 1.985.000 euro così come, va aggiunto, la Regione Sicilia da vent’anni non corrisponde i contributi per le spese di gestione diretta di infrastrutture e di servizi comuni nella misura massima del 60% della spesa sostenuta, secondo normativa. Bilanci in sofferenza quindi, a partire dai 4 milioni di buco determinati dal fallimento Sai8, che non producono alcun attivo per i privati.

Altro e ultimo elemento certo, da tutti auspicato, è la salvaguardia dei posti di lavoro: le 60 persone che costituiscono l’organico della società di gestione.

Al di là di questo, c’è solo il buio e organismi regionali sui quali pesa la responsabilità del ritardo nel definire i termini della questione e fare scelte inequivocabili, rinviate forse per non affrontare quella impopolare di chiudere con la società a partecipazione pubblica, come d’altra parte previsto dalla legge. Finora ciò che il governatore Crocetta ha saputo fare è stata la sostituzione dei rappresentanti delle forze politiche del territorio con i propri, anzi più correttamente con uomini della Confindustria.

A partire dal commissario straordinario dell’Irsap (l’ente che ha sostituito le Asi dal gennaio 2012 e che nella società Ias detiene il 65% delle quote), il dottor Alfonso Cicero, dopo il caso, anzi caos Claudio Manzella, come si ricorderà estromesso dall’assemblea dei soci dal Cda, per la seconda e definitiva volta, nell’agosto 2013 e quindi dalla carica di presidente, le nomine nel consiglio di amministrazione hanno avuto un solo target: eletta con i voti del solo Cicero quale presidente dell’Ias l’avvocato dell’Inps Maria Rosaria Battiato (moglie di un ufficiale della Dia di Caltanissetta), poi nell’ottobre 2014 per un triennio il nuovo Cda (il dottor Gianluca Gemelli, l’avvocato Salvatore Pasqualetto e il dottor Sebastiano Bongiovanni, dal comune di Melilli il dottor Sebastiano Sbona (confermato), dai soci privati l’avvocato Piero Romano, l’avvocato Giancarlo Metastasio, il dottor Fabrizio Siracusano e l’ingegnere Luigi Scalisi) e quindi, dall’assemblea dei soci il collegio sindacale (il dott. Salvatore Cristaldi, indicazione Irsap, il dott. Alberto Conigliaro e il dott. Francesco Papalia), una composizione da qualche mese modificata e che ha visto l’inserimento di quote rosa, dopo due diffide da parte della Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Dipartimento per le Pari Opportunità, e le dimissioni “volontarie” di Gemelli.

Per la nomina di quel Cda la protesta del territorio ebbe quale voce più alta quella dell’onorevole Bruno Marziano che lamentava l’azzeramento della voce della politica locale e il via libera allo strapotere di Palermo e soprattutto della Confindustria. Sorvoliamo invece sugli eventi successivi che hanno visto la Ias in qualche modo collegata al caso Gemelli, alle tante intercettazioni telefoniche anche con Ivan Lo Bello che hanno fornito una particolare chiave di lettura alle dinamiche attivate e alle visite ispettive della Dia di Caltanissetta.

Ma, al di là di tutto questo, c’è la sensazione (che forse è qualcosa in più) che comunque una stagione sia finita, quella di una convivenza tra “interessi” della politica e quelli delle industrie fondata, a detta dei più critici, sul principio tutto italico di perseguire ciascuno il proprio “particulare”.

Le ipotesiMa a puntare sulla privatizzazione probabilmente sono oggi le industrie della zona, che pagano i costi di gestione dell’impianto di cui proprietaria è la Regione, e che finora hanno osservato un rigoroso silenzio.

La crisi economico finanziaria che ha investito il Paese sembra aver costretto a mettere in discussione anche alcuni modelli di consociativismo. Gli industriali appaiono meno propensi a chiudere gli occhi davanti a un immotivato spreco di risorse. Forse sono evaporate le contropartite di una volta, forse il rispetto della normativa ambientale non consente più “distrazioni”, anche per la diversa sensibilità delle popolazioni più attente ad un autonomo controllo di quanto avviene sul territorio.

E che sprechi evidenti ci siano stati è sotto gli occhi di tutti (in particolare investimenti rivelatisi improduttivi e sui quali occorrerebbe indagare), così come appaiono davvero eccessive le spese di gestione della società.

Potremmo iniziare da un consiglio di amministrazione ancora pletorico. Alcuni anni fa si è passati sì da 19 a 9 membri ma ancora non ci si è adeguati alle disposizioni normative che indicano in 3, massimo 5, i componenti dei Cda delle società partecipate. Si tratta di costi che non appaiono motivati da un’esigenza di funzionalità del sistema quanto piuttosto dal costume nostrano di garantire posti di sottogoverno e potere.

Un Cda comunque sub iudice per una segnalazione di qualche tempo fa degli stessi sindacati (sulle cui motivazioni si continua a malignare: una sorta di prova di forza): “situazioni che definire al limite della legalità è un eufemismo” hanno scritto mettendo in discussione i requisiti posseduti dai consiglieri di parte pubblica.

E si potrebbe allora considerare un colpo di fioretto di risposta la segnalazione sui costi, incredibili, del personale che, detto per inciso, un rapporto di una società di gestione di alcuni anni fa riteneva in netto esubero e sostanzialmente da dimezzare: 5 milioni di euro all’anno, tra l’altro non equamente distribuiti e quindi con sacche di privilegio che certo non motivano a ben fare chi ne è escluso.

Fermo restando che anche noi ci inscriviamo tra chi ritiene che non siano possibili tagli brutali di posti di lavoro, ma piuttosto una corretta razionalizzazione incentrata sulle future pensioni (prossime 8 o 10) e su prepensionamenti concordati, certo non si può che restare basiti nell’apprendere che viaggia intorno ai 70/75mila euro annui la retribuzione dei capi turno, livelli retributivi fuori dalle logiche contrattuali e tuttavia accettati con il tacito benestare di tutte le parti in gioco. E queste sono precise responsabilità.

Ma stupisce ancora di più apprendere che, in risposta a una richiesta del Cda di conoscere le retribuzioni del personale, il sindacato stesso abbia risposto che non comprende le finalità di questa richiesta e che anzi essa sarebbe tale da mettere a repentaglio il clima di serenità raggiunto nell’ultimo periodo tra le organizzazioni dei lavoratori e i vertici aziendali. In nome della riservatezza personale, della necessità di adoperare estrema cautela in questo campo, l’azienda viene addirittura diffidata dal divulgare i dati personali se non per fini istituzionali e legali e solo con il consenso delle parti.

Insomma occorrerebbe davvero un esame di coscienza ed eliminare questa come altre anomalie e privilegi pur se riconosciuti attraverso “regolari” accordi sindacali, così come avviare un’operazione di trasparenza anche per quanto riguarda assunzioni e ruoli ricoperti; a maggior ragione indispensabile, se si considera l’avvenuta sottoscrizione di un codice etico e ancor più la scelta della Ias di sottoporsi alle procedure della 231, la legge anticorruzione, ciò per non ingenerare il sospetto che si tratti solo di un’operazione di facciata.

Sembra dunque che, al di là delle opzioni che si adotteranno, sarà necessario prima ripristinare regole e ordine con uno sguardo vigile su un impianto che da risorsa del territorio rischia di trasformarsi in strumento di contaminazione.

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