Nel referendum sulla riforma costituzionale voteranno No le varie anime della sinistra, i pentastellati, i forza-italioti, i leghisti, i fratelli-italiani della Meloni e i loro anziani cugini dell’estrema destra. Uniti nella voglia di liberarsi di Renzi
La Civetta di Minerva, 10 giugno 2016
Renzi, la sua hybris e la nemesi elettorale. Si è sentito ripetere sino alla nausea che Renzi guiderebbe il governo senza essere stato eletto da nessuno. Obiezione assolutamente invalida poiché in Italia il capo del governo è designato dal capo dello stato sulla base di consultazioni preliminari e riceve la fiducia dal Parlamento; non ottiene il suo mandato o la sua investitura direttamente dagli elettori. E da nessuna parte è stabilito che il capo del governo debba essere individuato solo tra i deputati e i senatori o tra altri eletti di altre istituzioni rappresentative. Ma probabilmente Renzi deve aver pensato di chiudere per sempre la bocca ai suoi critici, mirando ad ottenere un consenso plebiscitario in occasione del referendum confermativo sulla cosiddetta abolizione del bicamerale. Per questo ha pensato di legare il suo ruolo di premier alla conferma referendaria della sua tanto decantata riforma costituzionale.
Se gli andasse bene, cioè se vincesse il Sì alla riforma costituzionale di Renzi-Boschi-Verdini (con reminiscenze di sussurri di gran maestri ed echi di parole in libertà pronunciate da mediocri predecessori), nessuno potrebbe più ripetere quella insulsa solfa: egli risulterebbe confermato da una consultazione referendaria trasformata in plebiscito pro o contro la sua permanenza nel ruolo di presidente del consiglio. Ne risulterebbe politicamente ingigantito. Renzi, in altri termini, non ha bisogno di alcuna legittimazione come capo del governo, ma tuttavia mira a un rafforzamento del suo mandato attraverso una consacrazione obliqua, ottenibile mediante il consenso elettorale per “combinato disposto” con il referendum confermativo.
Ma forse ha fatto il conto senza l’oste, cioè senza il popolo italiano. Che, a questo punto, ha vari motivi per scrollarsi di dosso il furbetto, che si era presentato come l’ultima speranza ma che si è progressivamente rivelato come l’ennesima delusione. Riepiloghiamo: per effetto indiretto di una eventuale vittoria del Sì si ottiene un consolidamento del trono del furbetto e del suo governo etrusco. In caso di vittoria del No, si ottiene il siluramento di Renzi e la possibilità di propiziare uno scenario più fluido.
L’occasione di dare una spinta all’etrusco è imperdibile. Per buttarlo giù! E su quella scelta potrebbero convergere gli oppositori interni (asfaltati), i fuggitivi (derisi), i sindacalisti (umiliati) e anche tutta la sinistra italiana, eternamente plurale, nella quale si ritrovano aspiranti leader frustrati, intellettuali spigolosi e polemici (sempre pronti a ringhiare contro amici e compagni di cordata e incapaci di chiedere loro scusa), irriducibili cultori di vecchi miti ormai anacronistici, nostalgici vessilliferi di insegne logorate dal tempo, ma anche intelligenze vivaci e persone ricche di valori e di principi. E non è raro che difetti e pregi di tal genere convivano, in vario dosaggio, nel singolo componente di tale sinistra plurale. Questa varia fauna politica della sinistra potrà avere la tentazione o l’illuminazione di votare No. Come voteranno i pentastellati, i forza-italioti, i leghisti, i fratelli-italiani della Meloni e i loro anziani cugini dell’estrema destra. Non si tratterebbe di costituire con essi una vasta e impossibile coalizione, ma più semplicemente di una convergenza occasionale e diversamente motivata verso un obiettivo contingente, appetibile per tutti: la defenestrazione del governo etrusco, sguattero delle lobby e dei poteri occulti.
Rottamatore. Solo di vecchi figuri o anche della democrazia? Sedicente rottamatore, Renzi non ha alcuna esitazione a trattare con l’ex cavallerizzo e ad intrattenere rapporti con Verdini. E sino ad ora ha rottamato senza troppa resistenza solo qualche garanzia dei lavoratori, mentre Hollande in Francia sta incontrando una opposizione fortissima nel suo tentativo di varare una loi travail analoga al renziano jobs act. E atteggiandosi a riformatore della Costituzione, pur senza osare applicare a questa sua impresa il termine rottamazione, ha degradato il senato a camera di nominati dotati (immotivatamente) di immunità, senza competenze legislative e con qualche possibile finalità ostruzionistica nei confronti di alcune leggi.
Berlusconi lamentava il bicameralismo come causa di lentezza legislativa; Renzi ha preso il toro per le corna ed ha cercato una soluzione. Pasticciata. La combinazione tra questa soluzione renziana (bicameralismo degradato) e alcuni aspetti della recente riforma elettorale (consistente premio di maggioranza e capilista bloccati) potrebbe sortire effetti perversi. Non per nulla sono in corso le operazioni di raccolta delle firme per abrogare tali elementi di forte criticità. Ma il premier, come farebbe un illusionista, sbandiera il vessillo della governabilità come un risultato storico, distogliendo la nostra attenzione dalla questione fondamentale: quella della democrazia. In realtà mira al rafforzamento plebiscitario del suo prestigio e al consolidamento del potere del governo, non all’inveramento della democrazia.
Governabilità o democrazia? A nostro modesto avviso, la meta dovrebbe essere quella di un rafforzamento della democrazia. La governabilità è certamente un obiettivo importante, ma non da perseguire a detrimento della democrazia.
La progressiva esautorazione del legislativo non è certo iniziata con Renzi; ma oggi assistiamo ancora più che in passato a un abuso dello strumento dei decreti legge, il ricorso ai quali dovrebbe essere consentito solo per i casi di necessità e di urgenza. E ci troviamo sempre più spesso in presenza di leggi finanziarie e decreti omnibus approntati dai governi, dentro i quali, spesso nottetempo, confluiscono ad opera di manine ignote e di compiacenti ministri sguatteri delle lobby i più svariati provvedimenti rispondenti a interessi di parte. Il parlamento è chiamato solo a ratificare corposi malloppi di carte scritte spesso in modo criptico, attraverso rimandi, incastri, espunzioni di passi di leggi precedenti e altre furbate del genere che non consentono neanche ai parlamentari più attenti di capire cosa stiano votando. Figuriamoci poi cosa importi di capirci qualcosa a molti eletti ai quali sta a cuore soltanto l’occupazione degli scranni parlamentari in vista di una ricandidatura o del generoso vitalizio e della ricca pensione. Razzi docet.
La stabilità sarà un valore, ma non in tutti i casi. In vista di quali obiettivi essa sarebbe da rafforzare? In funzione dell’approvazione dei diktat della troika? O del varo di riforme che sembrano l’attuazione di vecchi disegni di Gelli e Bisignani? Non è questa la nostra idea di democrazia. Abuso della decretazione e della questione di fiducia; riforma del sistema elettorale (finalizzata ad un ulteriore asservimento della politica ad interessi oscuri) e riduzione di una Camera a refugium peccatorum (di nominati autorizzati a richiamare e a rallentare l’iter di qualche legge sgradita al governo) non ci sembrano obiettivi nobili e da assecondare. Grazie, Renzi. No. Si riposi. Stia sereno!
A ciascun organo la sua funzione. A nostro avviso, ci sono altri modi per elevare la governabilità senza mettere a repentaglio la democrazia. Per esempio, si potrebbe intervenire per istituire un vincolo di mandato, magari cum mica salis: chiunque per tre volte voti contro una legge sostenuta dal suo partito, potrebbe essere considerato rinunciatario rispetto al mandato e verrebbe sostituito dal primo dei non eletti della stessa lista. Sarebbe fatta salva la sua possibilità di riapprodare in parlamento, in una successiva legislatura, ma all’intermo di una lista diversa. In tal modo si eliminerebbe lo sconcio del cambio di casacca e si rafforzerebbe la governabilità, scoraggiando la transumanza da un gruppo politico a un altro. Quanto alla semplificazione dell’iter legislativo, le soluzioni possono essere tante. Compresa quella della semplice eliminazione di una Camera, da non far sopravvivere con altra funzione. Ma le leggi dovrà produrle il legislativo, che potrà essere certamente monocamerale. L’esecutivo governi ma non si permetta di esautorare il legislativo. E produca decreti (convertibili dal legislativo) solo in casi di vera necessità ed urgenza.
Faglie vecchie e nuove dell’elettorato. Sui risultati del primo turno delle recenti amministrative sono state proposte varie analisi illuminanti. Ma l’osservazione (forse lapalissiana) che ci sembra di dover rimarcare è questa: l’elettorato italiano, già da tempo, non è più prigioniero di blocchi contrapposti e non è troppo impastoiato da relitti ideologici, anche se le vecchie identità e le tradizionali appartenenze contano ancora, specie nel rendere inaccettabili proposte e personaggi troppo caratterizzati. Renzi esprime il concetto dicendo che gli elettori fanno zapping: non è male come immagine. Ma i ripensamenti e i cambi di orientamento non sono immotivati. E Renzi si dimostra superficiale, se non ne comprende le motivazioni.
Le linee di frattura più attive all’interno dell’elettorato attuale sono costituite dai diversi atteggiamenti nei confronti degli assetti costituiti, degli apparati (non solo interni ai partiti), delle aggregazioni strutturate di interessi economici e politici (talvolta con collusioni persino con ambienti criminali), in altre parole, di quello che con un termine straniero si chiama establishmente che noi preferiremmo indicare col nome di assetto. Sarà bene evidenziare che le opposizioni non sono anti-sistema: non contestano affatto il sistema democratico rappresentativo le forze che si contrappongono solo all’assetto (o establishment) e che, sprezzantemente, continuano ad essere definite antipolitiche.
Cinque stelle: da osteggiare o da emulare? La forza che attualmente appare come la meno omologabile è certamente il M5S: soprattutto per il suo rifiuto di incassare i rimborsi delle spese elettorali e per il dirottamento volontario di una parte dei compensi di deputati e senatori pentastellati verso finalità sociali. Quali sacrifici si sono imposte le altre forze politiche che hanno scaricato sulla società i tagli di spesa pubblica, le regole imposte dalla troika e le conseguenze dell’inserimento dell’obbligo del pareggio di bilancio in Costituzione? Quali sensati provvedimenti sono stati assunti per contrastare la crisi da cui non si riesce ad uscire (e dalla quale sarà impossibile venir fuori con le politiche di austerity imposte dai banchieri teutonici e dei loro ectoplasmi che esercitano il potere a Bruxelles)?
Renzi doveva andare a svolgere il semestre europeo per battere i pugni sul tavolo, ma concluse quell’esperienza accontentandosi di inserire nei colloqui il tema della “flessibilità”. E persino il merito esiguo di tale iniziativa minima gli è stato poi conteso dall’indegno Juncker. I lettori ricorderanno un nostro articolo ferocemente satirico su quel “semestre glorioso” di Renzi. Che succederà adesso? Il PD renziano, che non ha sostenuto rispetto a “mafia capitale” l’azione di pulizia che Marino voleva assecondare e che lo ha indegnamente liquidato (precettando i consiglieri e costringendoli a votare la sfiducia presso un notaio), difficilmente riuscirà a riconquistare il Campidoglio con il buon Giachetti e probabilmente metterà in atto ogni mezzo e mezzuccio per screditare l’azione rinnovatrice che la nuova amministrazione pentastellata cercherà di realizzare. Mirerà a colpire l’immagine del movimento della Raggi e a farlo apparire come incapace di governare.
Ma in tal modo il PD renziano condurrà una battaglia che avrà anche effetti autolesivi. Forse riuscirà a bloccare l’opera di rinnovamento e di pulizia della probabile amministrazione pentastellata, ma correrà il rischio di apparire sempre più colluso con quel marciume di “mafia capitale” contro cui la Raggi dovrà muoversi. A meno che… il PD non rinsavisca ed instauri con l’amministrazione della Raggi, a Roma, un rapporto oggi inimmaginabile, sostenendone con proposte valide, con appoggi concreti e con scelte coraggiose la difficile azione di pulizia e di rilancio dell’azione amministrativa. Nell’interesse del bene comune. Roma potrebbe costituire, in tal caso, il laboratorio di sperimentazione di una buona politica, che non tenta inciuci ma che non ostacola l’avversario intento a cimentarsi con una buona causa.
Sarebbe una scelta apprezzabile, ma non ci sembra che sia quella più probabile. A meno che… l’insuccesso elettorale di questo giugno non sortisca capovolgimenti radicali nel modo di concepire l’azione politica: dal conflitto alla competizione emulativa. Scenario alquanto improbabile, che però forse potrebbe essere reso possibile da un nuovo flop: quello del referendum confermativo di ottobre, a cui il premier ha incautamente legato la continuazione della sua esperienza governativa. A pensarci bene, in autunno, votando No, si potranno prendere due piccioni con una fava: cancellare una riformicchia discutibilissima e mandare a casa il leader che ha tradito le speranze di tanti. La parte del PD non snaturata dal renzismo avrà un’occasione senza precedenti e non dovrebbe lasciarsela sfuggire, anche a costo di votare come voteranno vecchi volponi ed altri figuri che forse avranno a cuore solo la caduta di Renzi per restituirgli pan per focaccia.
Altri componenti della sinistra plurale (in aggiunta all’opposizione interna al PD) potrebbero anche decidere di sostenere assieme al M5S una riforma vera, semplice, lineare, che elimini il senato e riduca il numero di parlamentari e le loro prebende. In fondo si tratterebbe solo di concordare una riforma realizzabile per abrogazione o per cancellazione, non di avviare una coalizione governativa. E forse potrebbe anche derivarne una competizione senza ostruzionismi e finalizzata al varo di autentiche politiche di rinnovamento: una gara a chi proporrà il programma migliore e a chi realizzerà di più; non una lotta senza esclusione di colpi bassi solo per vincere e per rafforzare il proprio potere con riformicchie opportunistiche e per curare gli interessi di banchieri, di petrolieri e di predoni anelanti ad allungare gli artigli sui pubblici servizi.
Potrebbe trattarsi di un “entente cordiale” non solo coi pentastellati ma anche con quanti vorranno assecondare il cambiamento. E non in vista di una ammucchiata governativa! Una semplice intesa amichevole per una riforma costituzionale che sia diversa dal pateracchio ordito da Renzi e Verdini. Prospettiva improbabile. Certo. Ma talvolta anche l’impossibile (o qualcosa di molto simile ad esso) accade. Purtroppo è più facile che prevalga la logica di chi mira al “particulare” e, quindi, al successo personale o di casta o di clan. A noi sembra di cogliere negli atteggiamenti dei pentastellati una disponibilità a confrontarsi costruttivamente sulle buone proposte. Renzi ci appare come il vanesio manovratore di un rullo compressore che voglia asfaltare tutti. I pentastellati sono allergici ad alleanze ma non ostili pregiudizialmente a convergenze su buone leggi e riforme concordate. Sarebbe il caso di rimuovere l’ostacolo e di avviare un costruttivo confronto. Pragmaticamente. Basterebbe “abrogare” il manovratore (bocciandone la riforma, a cui ha legato la sua permanenza al governo) e avviare, a Roma, una opposizione collaborativa con chi dovrà faticare per ripulire e riorganizzare la baracca.

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