Per completare San Domenico necessari cinque milioni

Per il convento trecentesco di Augusta occorrono il consolidamento del pendio, la definizione dei nuovi ambienti in seminterrato, la sistemazione del giardino oltre a intonaci, tramezzature, impianti e il restauro delle pitture

 

La Civetta di Minerva, 27 maggio 2016

Al fine di richiamare l’attenzione e di sollecitare l’intervento di quanti, per compiti istituzionali, hanno in carico l’onere di governare la cosa pubblica e per informare la pubblica opinione sullo stato dell’arte in cui si trovano i quattro principali beni monumentali del territorio augustano, oggi abbandonati al loro destino decadente, in più puntate, racconteremo la storia che ha preceduto lo stato di fatto. Oggi, dopo aver parlato nel numero del giornale precedente del castello svevo, continuiamo con il convento di San Domenico.

Sorto nel Trecento (data accreditata da recenti ritrovamenti), fu saccheggiato e distrutto nel 1554. Il convento venne, in seguito, completamente ricostruito ed insieme ad esso la chiesa. Durante il successivo terremoto del 1693, esso subì notevoli danni e nella ricostruzione furono apportate importanti modifiche rispetto all’impianto originario.

Nel 1848 un altro violento sisma colpì la Sicilia Orientale provocando notevoli danni. Quindi s’intervenne a consolidare il convento e la chiesa. La chiesa venne rigirata del tutto, cosicché ove prima stava l’ingresso si realizzò l’abside e dove prima era l’abside l’ingresso. Il cimitero dei frati venne ricoperto e diede luogo all’attuale sagrato antistante la chiesa. Con l’unità d’Italia la struttura venne convertita in scuola e in ultimo vi ebbe sede l’istituto tecnico-industriale. Oggi l’ex Convento di S. Domenico si presenta come un edificio ad “L” sviluppato su due livelli, situato sul promontorio che sovrasta il porto; si articola prevalentemente in due corpi ortogonali che presentano un porticato interno, costituito da 8 archi a tutto sesto e che definiscono un chiostro aperto verso il mare. Il primo braccio si sviluppa in senso nord-sud lungo via XIV Ottobre e presenta, sul lato corto, in posizione ortogonale ad esso, un terzo corpo quadrato e contraffortato sul lato ovest, che contiene le scale di accesso al secondo livello e che chiude il porticato. Il secondo braccio, posizionato a nord in aderenza alla Chiesa, si allunga verso mare in senso ortogonale al primo fino al limite del ripido pendio che scende bruscamente verso via della Dogana, dove presenta un alto contrafforte attestato sul lato corto situato fra due archi a sesto acuto.

Allo stato attuale il manufatto si presenta come il prodotto di una serie di interventi succedutisi nel tempo finalizzati all’adeguamento a nuove esigenze funzionali ma, soprattutto, tendenti a risolvere problemi di natura statica. Il problema di fondo, infatti, che ha condizionato tutta la storia dell’edificio, è connesso alla particolare natura geologica del piano di fondazione e soprattutto alla forte instabilità del pendio e alla sua tendenza al declino verso il mare.

Gli interventi che, in tempi diversi, sono stati indirizzati al recupero strutturale del manufatto, non avendo risolto il problema di fondo, hanno contribuito ad aggravare il problema generale, in quanto non hanno fatto altro che aumentare i carichi. Il corpo a nord ha subito, intorno alla metà degli anni ’90 un intervento di sostituzione del tetto realizzato dalla Sovrintendenza ai BB.CC.AA. La tendenza allo scoscendimento del pendio viene aggravata negli ultimi decenni anche da alcuni interventi nelle aree limitrofe. I lavori di recupero hanno avuto inizio alla fine degli anni ottanta. Durante l’esecuzione di quei lavori accadde il terremoto detto di Santa Lucia e furono sospesi. Grazie a un finanziamento di poco più di 3 milioni di euro, con fondi del Dipartimento della Protezione civile del 2005, a valere sui fondi ex legge 433/91, i lavori furono ripresi nel 2006 e completati nel 2008.

In seguito, sulla base di una perizia suppletiva necessaria per rendere efficace l’intervento, i lavori ripresero e si conclusero definitivamente con il collaudo nel 2011 realizzando un’economia di circa 600.000 euro. Tali somme economizzate si sarebbero potute utilizzare per la realizzazione di un nuovo lotto da destinarsi per il completamento dei lavori in fondazione e la messa in sicurezza dell’edificio, realizzando almeno gli infissi esterni. Però, nel frattempo, l’ente finanziatore, complice l’inerzia del Comune che non ne formalizzò la richiesta di utilizzo, le  stornò altrove.

Allo stato odierno, per il completamento dell’opera è necessario il consolidamento del pendio, la definizione dei nuovi ambienti in seminterrato, la sistemazione del giardino nonchè il completamento di intonaci, tramezzature, degli impianti: elettrico, di sicurezza, di condizionamento, l’illuminazione, e il restauro delle superfici pittoriche per un importo di circa 5 milioni di euro. Una Amministrazione efficace della cosa pubblica avrebbe, quantomeno, studiato la possibilità di spezzare in parti funzionali il completamento dell’opera operando per fasi successive, il che avrebbe consentito anche un riutilizzo parziale del bene e lavorare per il suo completamento nel tempo, in relazione ai vari bandi regionali/nazionali/europei che saranno emessi nelle varie annualità.

L’opportunità più vicina di finanziamento è il POR dove si potrebbero attingere le risorse necessarie, se si riuscisse ad essere inclusi nel programma Sviluppo Sicilia: questo il compito “per casa” per l’amministrazione comunale in carica, qualora volesse mettere in campo le proprie energie e i propri referenti regionali/nazionali/europei, così attenti alle sorti della nostra città (?). Invece, il completamento del San Domenico non è stato incluso, nemmeno come ipotesi, nel piano delle opere pubbliche previsto per il prossimo triennio, dando così una chiara visione degli obiettivi dell’Amministrazione in barba alle chiacchiere elettorali. Di fatto c’è che il Convento, contenitore plurifunzionale oggetto di tante attenzioni in campagna elettorale, è chiuso ed inutilizzato, anche se voci di popolo assicurano che all’interno abbia preso sede un gruppo di persone non ben identificate che vi dimorano stabilmente… almeno c’è da dire  che qualcuno vigila (?) sull’opera incompiuta, evitando (speriamo) che in essa non si perpetrino i saccheggi di materiali e non si esercitino gli atti di vandalismo a cui abbiamo assistito, inermi, nel cosiddetto parco del Mulinello costato, ahimè, alla comunità ben 5 milioni di euro e abbandonato a se stesso.

Sic stantibus rebus…

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