Attualmente al servizio delle multinazionali del petrolio e del mare, con effetti nefasti, la rada potrebbe diventare un’oasi di approdo per canali umanitari regolari tra Africa ed Europa. Il direttore della Civetta risponde
La Civetta di Minerva, 13 maggio 2016
Per cercare di sfatare il mito del “rilancio del porto di Augusta”, si potrebbe fare un passo indietro, iniziando col ricordare gli studi del professor Sergio Bologna, che da tempo hanno diffuso l’allarme sul prevedibile crack finanziario – la cosiddetta “bolla dei mari” – che rischia di scoppiare e travolgere il mercato mondiale del trasporto marittimo via container. Con un dossier apparso sulla piattaforma di sbilanciamoci.info, già nel dicembre 2012 il professore triestino metteva in evidenza il paradossale rapporto tra il business dei traffici containerizzati prossimo al tracollo – “le navi come titoli tossici”, scriveva Bologna in Le multinazionali del mare, Milano, 2010, citando un’espressione in uso tra gli analisti finanziari – e le grandi opere portuali programmate con scelleratezza in Italia. Tra queste, il progetto di un nuovo terminal container nel porto di Augusta.
La realizzazione nella rada megarese di nuovi piazzali attrezzati per un settore di mercato in perdita, e senza nessuna realistica previsione dei potenziali traffici marittimi da intercettare: qui stava, in estrema sintesi, l’osceno paradosso evidenziato da Bologna.
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Rilanciando le considerazioni del professore, nell’aprile 2013, ad Augusta un gruppo di associazioni ambientaliste – tra cui Legambiente, ‘Màrilighèa, Natura Sicula e Lamis – denunciava l’insostenibilità del progetto, elencando, accanto alle criticità economiche, le sue pesanti ricadute ambientali: la previsione di ben 300.000 metri quadri di area umida da cementificare per edificare le banchine. Il tutto viziato, a monte, dall’intrinseca anti-democraticità dell’opera: nessun coinvolgimento attivo della cittadinanza nel processo decisionale era stato mai compiuto né previsto.
Oggi, a distanza di tre anni, la situazione si aggrava. Da un lato, permane il piano complessivo di ampliamento dei piazzali e di realizzazione delle banchine containers – con VIA rilasciata nel 2007 e scaduta da 4 anni – per il quale l’Autorità portuale cerca in tutti i modi di eludere l’assoggettamento a una nuova procedura di valutazione d’impatto ambientale. Dall’altro, viene presentata la bozza del nuovo Piano regolatore generale, che preannuncia altre generose colate di cemento per inutili e dannosi banchinamenti. Nel mezzo ci sono i cittadini che si fa sempre più fatica a convincere della bontà del modello “sviluppista”: ossia, di un’idea di gestione autoritaria del territorio che annulla l’autodeterminazione popolare per delegare le scelte politiche fondamentali a pochi “addetti” e “professionisti”, in funzione degli interessi di lobby, cricche e speculatori di ogni risma. Tirando le somme, oggi come ieri, la sostanza rimane quella dell’ennesimo mega-affare tossico per la provincia siracusana, dotato di tutti i canoni d’insostenibilità tipici, dalla Val Susa a Messina, del consueto format politico-affaristico delle “grandi opere” italiche. A darne sentore, nelle ultime settimane, anche il filone siciliano dell’inchiesta Petrolio concentrata proprio su concessioni, appalti e pontili “condivisi” del porto megarese, da sempre covo di intrecci perversi tra vertici militari e portuali, petrolieri e sindacati confederali.
Eppure, a dispetto di questi fatti, c’è chi continua a far finta di nulla, trascorrendo il tempo a millantare di futuri “rilanci economici” e “crescite occupazionali”, ripetendo ossessivamente il mantra dello “sviluppo del porto commerciale”. Come se possa davvero essere un beneficio sociale ed economico il foraggiare un business drogato dalle “multinazionali del mare”, che di fatto soggiogano le principali infrastrutture portuali del mondo, tagliando fuori popolazioni e lavoratori da qualsiasi possibilità di decidere democraticamente del presente e del futuro della propria terra. Come se alla schiavitù del liberismo internazionale e internazionalizzato non ci fosse alternativa. Come se le crisi strutturali del turbo-capitalismo, e le sue tragiche conseguenze per l’uomo e l’intero pianeta, proprio qui da noi, non avessero insegnato niente. Come se la favola dolorosa del triangolo della morte di Augusta-Priolo-Melilli non abbia già ampiamente mostrato, sulla pelle di intere generazioni, di quali effetti devastanti è capace un modello di società che agli uomini e alla vita antepone le merci e il profitto; che mercifica gli uomini umanizzando i capitali. Come se la colonizzazione e lo sfruttamento industriale dei territori, la militarizzazione, la distruzione del tessuto storico e culturale, fossero solo un brutto ricordo da rimuovere per guardare avanti. Come se non avessimo memoria. Come se non avessimo una storia di cui fare memoria.
E allora bisogna tornare a dirlo chiaramente. Tra i business del petrolchimico e quelli del porto commerciale non c’è, e non ci può essere, alcuna differenza. Perché l’affaire petrolio e quello dei “signori dei container” sono figli della stessa matrice economica, politica e ideologica. Due facce, interconnesse, della medesima infinita volontà di profitto perseguita dal capitale globale.
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Per guardare alle alternative – fautrici di nuovi modelli sociali – dovremmo, di conseguenza, sforzarci di ripartire dagli uomini, dalla natura, dal bello e dal giusto, da quei valori di umanità che ormai facciamo fatica a riconoscere, disumanizzati come siamo dal veleno del cinismo individualista che, giorno dopo giorno, ci annichilisce. Solidarietà, equità, giustizia sociale: parole abusate e vessate, ma sempre pronte a ridivenire fatto vivo, pratica sociale e coscienza collettiva. Queste parole, questi valori, possono ancora trovare il loro habitat naturale in luoghi come Augusta, aprendo il suo porto al Mediterraneo, alle culture che lo attraversano, alle vite che, in queste ore, cercano disperatamente di varcare le frontiere repressive della fortezza Europa. La rada di Augusta potrebbe diventare un’oasi d’approdo internazionale per canali umanitari regolari via traghetto – tra Africa ed Europa – che salverebbero da morte certa migliaia di vite umane trafficate dalle mafie euro-mediterranee. Essa muterebbe in un grande spazio sociale e inter-etnico in cui il migrante in fuga da guerre, miseria e persecuzione, possa essere finalmente rispettato da persona dotata di dignità, e non “trattato” alla stregua di un “problema di sicurezza” – come la sindaca grillina Di Pietro, unendosi al coro salviniano, ha recentemente dichiarato.
Per l’intero comprensorio siracusano sarebbe l’inizio della liberazione dalle catene che ne fanno la colonia di un “petrolchimico militarizzato”, per convertirsi progressivamente in un laboratorio mediterraneo di accoglienza, multiculturalismo, cittadinanza attiva, scambio e interazione tra popoli. Nella prospettiva di crescere come parco di mare e di pace, in cui le risorse naturalistiche e monumentali siano restituite alla libera fruizione creativa e al protagonismo democratico, economico e solidale delle comunità che lo popolano. Una terra in cui, in un domani non troppo lontano, le raffinerie, i rifiuti tossici, i depositi di armi chimiche e combustibili per navi da guerra, le basi militari, i sommergibili nucleari, gli inceneritori, i radar anti-migranti – uno per uno e tutti insieme – siano finalmente riconosciuti e respinti come il vero infernale ostacolo alla libertà. Un nuovo ciclo storico dove lo “sviluppo” verrà ricordato, per sempre, come quel terribile incubo da cui una mattina ci siamo svegliati.
Il direttore della Civetta risponde
Caro Gianmarco, c’è del vero in quello che scrivi. Ma purtroppo la provincia di Siracusa è ormai invischiata in un modello di sviluppo economico dal quale è difficile uscire, se non a prezzi altissimi di disoccupazione, tensioni sociali, crisi di settori vitali dell’economia. Non ci resta che morire di fumo o di fame, come scriveva Maurizio Pallante in un suo libro. Il fumo delle ciminiere, ma anche gli scarichi fognari a mare e i veleni che ammorbano ciò che respiriamo e mangiamo provocano – come documentiamo in altro articolo del giornale – un numero spropositato di morti per cancro, le cui statistiche non possono tener conto di chi cerca scampo in altri ospedali d’Italia e lì muore. I numeri reali sono insomma più alti.
Ma smantellare le industrie, rifiutare gli investimenti del grande capitale nella portualità, perseguire il modello altro sperando, lungo questo percorso, di svegliarci un giorno dall’incubo in cui abbiamo vissuto e stiamo vivendo, è un grande sogno che non tiene conto dei meccanismi sociali che hanno determinato la crescita urbana di Siracusa, Priolo, Melilli e Augusta negli ultimi cinquant’anni. Nel bene e nel male, è stata l’industrializzazione a provocare l’esodo dalle campagne – in cui era prassi il caporalato e i contadini non avevano busta paga, ferie, malattie, contributi e pensione – verso condizioni economiche di gran lunga più vantaggiose, che consentivano l’acquisto di una casa, di fare studiare i figli, di accedere al sistema sanitario, di possedere agi che mai avevano avuto. Anche il prof. Sergio Bologna, vissuto da ragazzo in una campagna nel tenere di Noto, ha potuto accedere agli studi universitari grazie ai nuovi fermenti economici che in quel tempo si vivevano.
E più cresceva l’occupazione più si sviluppava il commercio, più l’edilizia urbana, più i servizi, più ogni settore economico e amministrativo che connota qualsiasi comunità. Ma non voglio tediarti, sono cose che sai. Mi preme solo dirti che i sistemi economici non cambiano da un giorno all’altro, per essere sostenibili debbono sostituire l’occupazione (e quindi i redditi) in un settore con l’occupazione e i redditi in un altro più a misura d’uomo, con la stessa quantità di lavoro. E ciò non è mai accaduto in questa provincia. Lo stesso turismo, che giustamente alcune amministrazioni oggi perseguono, impiega in questa provincia qualche centinaia di lavoratori, alcuni dei quali in diffuso precariato. L’agricoltura vive una fase di crisi come mai prima, il terziario soffre i centri commerciali, l’artigianato arranca, le famiglie sono sommerse di debiti.
Questo giornale, ti ho detto, lotterà sempre contro la corruzione, i quartierini, la devastazione dell’ambiente (mare, terra, aria), ogni forma di mafia, siano delinquenti abituali o colletti bianchi. Questo giornale lotterà sempre per la salvaguardia dei monumenti, del paesaggio, dell’avifauna, ma abbiamo il dovere di proporre, accanto ai no, soluzioni realistiche alla fame di lavoro che è il dramma di ogni famiglia siracusana.
Io sono convinto che est modus in rebus. Ci sono zone industriali in Germania e in Danimarca che sembrano parchi, in cui i controlli dello Stato sul rispetto dei parametri massimi di emissioni inquinanti sono rigorosi e in cui le centraline urbane di rilevamento funzionano sempre e i dati vengono regolarmente pubblicati. Ci sono porti in ogni nazione, in cui lavorano migliaia di addetti, senza aver subito ancora la contrazione che il prof. Bologna prevede, realizzati non con la massiccia cementificazione di ogni metro quadrato di terreno ma preservando quelle zone che costituiscono per il territorio fonte di richiamo per il turismo naturalistico o abbiano accanto monumenti di pregio. Perché lì si può fare e qui no? Il problema, dunque, non è la struttura che si realizza, ma come, ed è il rispetto delle leggi, che in questa martoriata Sicilia nessuno osserva. E su questo versante tu, con i tuoi sogni, potrai sempre averci accanto.
Franco Oddo

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