Blitz della Finanza nella cooperativa Faro di Portopalo

Nel corso di indagini della Procura di Siracusa. Sarebbe stata sequestrata una “corposa” documentazione su finanziamenti pubblici. La coop aggrega, nel territorio fra Pachino e Noto, 90 aziende dell’ortofrutta

La Civetta di Minerva, 29 aprile 2016 

Per quanto ci risulti la notizia è stata data solo dal tg della televisione locale di Pachino “Eco cittadino”, il 15 aprile scorso, eppure i fatti riguardano la più importante cooperativa agricola del nostro territorio, una scommessa vinta perché, in un settore spesso diviso e lacerato da contrapposizioni, si è riuscito a fare sistema, a lavorare insieme.

La Faro di Portopalo comprende ben 90 aziende dell’ortofrutta dell’ampio territorio tra Pachino e Noto e da oltre trent’anni propone un modello sociale ed economico vincente. É stata una delle aziende promotrici della IGP Pomodoro di Pachino, oggi riunite nel Consorzio di Tutela IGP Pomodoro di Pachino, e produce non solo le migliori varietà di pomodoro, ma anche altri ortaggi, legumi e frutta, tutti di ottima qualità. Grazie alle capacità di marketing e imprenditoriali la cooperativa è stata in grado di affrontare la sfida competitiva con la grande distribuzione, a conquistare un suo spazio nel nostro mercato e a promuovere a buoni livelli il proprio brand.

A riconoscimento del lavoro fin qui svolto, nell’ottobre scorso, il suo direttore generale, Salvatore Chiaramida, è stato chiamato come membro del consiglio d’amministrazione dell’Associazione Italiana dei Consorzi per la protezione delle Indicazioni geografiche (l’Aicig), associazione di rappresentanza e coordinamento nazionale dei vari consorzi (Grana Padano, Parmigiano Reggiano, Prosciutto San Daniele e Aceto Balsamico di Modena), nata dieci anni fa.

Alla luce di tutto questo, desta quindi una certa meraviglia il fatto che la notizia, diffusa dalla tv locale, sia passata pressoché inosservata. Secondo quanto riferito dall’Eco cittadino, una segnalazione al comando provinciale della Guardia di Finanza di Siracusa ha indotto la Procura del capoluogo a disporre un blitz delle Fiamme Gialle nel corso del quale sarebbe stata sequestrata una “corposa” documentazione sia presso gli uffici della sede sia presso l’abitazione del presidente Corrado Petralito, imprenditore agricolo, e del direttore Chiaramida.

Ricordiamo tra l’altro che nel 2009 Petralito subì un grave atto intimidatorio: alcuni suoi terreni, per seimila metri quadri, furono cosparsi di zolfo. In quell’occasione la confederazione degli agricoltori (l’organismo di categoria), a livello regionale come provinciale, manifestò forte preoccupazione stigmatizzando la “pressione mafiosa e criminale” nelle campagne della Sicilia e dichiarandosi pronta a contrastare “ogni tipo di condizionamento e atto criminale”.

Oggi, gli inquirenti sospetterebbero invece una truffa relativa a un finanziamento pubblico richiesto dai vertici dell’organizzazione, un caso simile quindi a quelli che hanno consentito alla Guardia di Finanza di individuare nel settore dei fondi comunitari, nel solo 2015, 25 milioni di euro percepiti illegalmente.

Nel settembre 2015 anche una società di allevamento della zona di Buccheri è stata interessata da un provvedimento di sequestro di terreni e fabbricati tra Siracusa e Ragusa (titolare dell’indagine in questo caso è stata la procura di Ragusa che si è avvalsa della collaborazione della nostra guardia di finanza) e disponibilità bancarie per un valore superiore ai 600mila euro: questi i contributi comunitari illecitamente incassati. Dalle indagini, che si sono basate sia sull’esame della documentazione relativa alle domande di contributi presentati tra il 2008 e il 2014 sia sulle testimonianze dei proprietari dei terreni indicati nelle stesse istanze, si è appurato che una parte dei contratti di affitto allegati alle istanze erano stati redatti all’insaputa dei veri proprietari.

In questo caso la Guardia di Finanza è riuscita a bloccare l’erogazione di un ulteriore contributo di oltre 230 mila euro avvertendo tempestivamente l’AGEA, l’agenzia per le erogazioni in agricoltura di Roma cui è affidata la funzione di intermediazione tra l’Europa e i produttori agricoli.

Ancora una volta quindi la segnalazione di una truffa come quelle ben documentate dai due giovani giornalisti freelance, il siciliano Diego Gandolfo e il bolognese Alessandro Di Nunzio, che con il loro video inchiesta “Fondi rubati all’agricoltura” si sono aggiudicati, nel novembre scorso, il premio dedicato a Roberto Morrione, ex direttore di RaiNews24. Truffe difficilmente quantificabili nel loro insieme ma che secondo la Corte dei Conti, nel solo 2013, in Sicilia e in Campania sono state di 200 milioni di euro, irrecuperabili per il 70%. Una somma comunque a valere solo su quelle scoperte perché molte riuscirebbero a sfuggire a ogni controllo.

Per il nostro territorio, a destare maggiore scalpore per il coinvolgimento del notaio deputato regionale Giambattista Coltraro, è sicuramente la truffa finita nell’inchiesta della Procura di Siracusa “Terre emerse” di cui ci siamo occupati in un servizio del marzo 2015.

Di febbraio scorso l’avviso di conclusione indagini nei confronti dei 13 indiziati per l’ipotesi dei reati di truffa, riciclaggio, intimidazione, falso in atto pubblico e immaginiamo anche associazione a delinquere perché certo i requisiti essenziali paiono esserci tutti: il numero delle persone (essere più di 10 tra l’altro costituisce un’aggravante), la varietà e sistematicità dei reati.

Una storia in cui entra di tutto: la presunta compravendita di una grande estensione di terreni (che in parte si dicono essere stati usucapiti) che l’indagine della Procura ha mostrato essere superiore agli iniziali 140 ettari, “venduti” con atto del notaio Coltraro (che tuttavia ha dichiarato di aver operato secondo legge e deontologia professionale e si è detto convinto che l’equivoco nasca dall’interpretazione giuridica delle vendite “a rischio e pericolo dell’acquirente, previste dall’art.1488 del codice civile”) per la cifra irrisoria di 70mila euro – sono stati infatti sequestrati a livello preventivo oltre 500 terreni (oltre 2mila ettari) per un valore di oltre 3 milioni di euro e 175mila euro -, e personaggi di vario profilo, non solo associati a clan mafiosi e prestanome ma anche i cosiddetti colletti bianchi, tra cui un finanziere e funzionari e tecnici dell’Agea.

Secondo la Procura, l’associazione “procedeva ad un’appropriazione cartolare, con la creazione apparente di titoli giuridici formalmente ineccepibili” e, dimostrando così la titolarità giuridica sui terreni, a prescindere dalla reale proprietà, poteva richiedere all’Agea i contributi previsti a tutela dell’agricoltura e della zootecnica.

Ora l’attenzione del procuratore Paolo Giordano è puntata sulla cooperativa Faro: l‘auspicio per i tanti lavoratori del settore e per l’economia del territorio è che l’ipotesi di truffa non venga confermata. Che si tratti di un falso allarme. Ma siamo pessimisti.

 

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