La mamma di Tony: “Mi dicano chi ha ammazzato mio figlio”

“Dire che si è suicidato, non individuare i responsabili di una splendida vita spezzata, è farlo morire due volte, mille volte”. Il 13 aprile il GIP deciderà se archiviare o continuare le indagini. Potrebbe essere una sconfitta di tutti.

 

“Non posso aspettare 16 anni come i genitori di Emanuele Scieri. Oggi abbiamo tutta la tecnologia che ci serve per fare indagini, risolvere dubbi. Voglio subito la verità. Non che mi dicano che Tony è stato brutalmente ammazzato e che non si è trattato di un suicidio perché questo è di tutta evidenza, ma che facciano i nomi dei suoi assassini, sì dei suoi assassini, che devono pagare per questo”.

Non si può raccontare il dolore di una madre alla quale è stato strappato il proprio figlio. Non ci sono parole per penetrare l’abisso della sofferenza, per descrivere l’aspetto della disperazione. Occorre vederli quegli occhi che non piangono ma che sono sempre pieni di lacrime, sentirla quella voce resa roca dall’angoscia che prende alla gola e ferma il respiro, farsi contagiare da quella rabbia profonda che vuole giustizia perché “se anche il mio Tony non tornerà, dire che si è suicidato, non individuare i responsabili di una splendida vita spezzata, è farlo morire per due volte, mille volte”.

Tony Drago è morto nella “caserma Sabatini dell’8° Reggimento Lancieri di Montebello Via Flaminia Vecchia, 826″: la madre sillaba lentamente, a voce ferma, il nome della caserma e l’indirizzo perché il suo è un atto di accusa. “Non in Egitto, non dove esiste un regime, ma in una caserma dello stato italiano, nel luogo dove ero sicura che niente potesse mai accadergli, è stato ucciso”.

Ancora una volta, come i tanti casi che la cronaca ha registrato nel tempo, lo Stato contro un cittadino, l’apparato militare blindato per negare la verità e sostenerne una di comodo che poi è sempre la stessa: i dissapori con la fidanzata, il concorso per entrare in polizia sfumato per una sola risposta sbagliata. Piccoli scacchi quotidiani che accompagnano qualsiasi giovane e che fanno parte della vita, che si affrontano e si superano, anche con un sorriso. E Tony sapeva sorridere. A Siracusa in licenza per due settimane a giugno, sereno e allegro come sempre, era rientrato a Roma il 29 giugno: il 6 luglio, alle 6 e mezzo del mattino si dice, è stato ritrovato morto nel cortile della caserma “dopo un salto di 11 metri dalla finestra di un bagno in disuso“.

“Nulla torna nella ricostruzione che è stata fatta dopo due giorni, solo due giorni, di frettolose indagini, condotte dai carabinieri dello stesso corpo, con la risposta già preconfezionata. Il corpo prono a terra tra due camionette parcheggiate non in asse con la finestra da cui si sarebbe buttato. Dopo una rincorsa dicono, e appoggiando il piede su una sedia, così che la spinta lo avrebbe portato a cinque metri dal muro. Se lo immagina un ragazzo di un metro e novanta robusto che vola così per 11 metri. E arriva a terra senza procurarsi neanche una lesione interna, serrando le braccia al petto e coprendosi il viso con le mani, un gesto impossibile, secondo gli esperti, quando ci si lancia nel vuoto. Aveva le infradito ancora ai piedi. Mio figlio portava sempre l’orologio ma non quella sera: lo hanno ritrovato nell’armadietto. Come si sarebbe potuto giustificare, dopo quel salto, che restasse integro”?

“Inizialmente ho creduto a questa versione, non come mia moglie che neanche per un attimo vi ha prestato fede – racconta Alfredo Pappalardo, marito di Rosaria e secondo padre per Antonino -. Ma poi ho visto le foto, solo nel gennaio scorso le ho avute, dopo sei mesi dalla morte: le ferite sono incompatibili. Una più grande alla sommità del capo, un’altra più piccola e profonda nella regione occipitale: come se l’è procurata? I periti che abbiamo contattato hanno escluso che possa essere stata causata dalla caduta; semmai, piuttosto, è compatibile con l’ipotesi che Tony sia stato preso per il collo e sbattuto contro qualcosa. E come si spiegano le fratture identiche alle mani: primo, quarto e quinto dito sia della mano destra che della sinistra.

Tony si è laureato in Scienze dell’Investigazione a L’Aquila, ha vissuto i momenti orribili del terremoto e per l’attaccamento a quella città si era fatto tatuare sulle spalle, sotto il collo, una grande aquila con la data della catastrofe. Bene, quel tatuaggio è stato scarnificato, come se lo avessero seviziato. Ha raccontato a un amico dell’università di uno strano episodio accaduto con un superiore mentre era sotto la doccia. Forse una provocazione, il tentativo di un approccio, non sappiamo. Ma chi era il superiore? Una testimonianza che deve essere raccolta dai magistrati, insieme a quella di un amico a cui ha raccontato del clima pesante in caserma e che potrebbe spiegare alcune sue parole: “Appena acchianu, faccio danno”. Voleva forse presentare una denuncia. Aveva chiesto consiglio a un ufficiale in pensione di Catania che avrebbe dovuto aiutarlo ad andar via da lì. Ma costui, davanti al magistrato, ha negato tutto: una testimonianza pazzesca, piena di contraddizioni. Nella seconda puntata di “Chi l’ha visto” è arrivata anche una telefonata: si riferiva che a fine maggio Tony era stato aggredito di notte ma aveva riconosciuto dalle voci due commilitoni. Bisogna scoprire chi erano. L’errore di mio figlio è stato di non confidarsi con noi, di pensare forse di poter risolvere tutto da solo”.

Indagini lacunose, “finte” secondo la madre. L’armadietto di Tony, mai posto sotto sequestro, è stato svuotato di alcuni effetti personali senza alcuna autorizzazione. In un primo momento si era detto che non c’era il suo computer che invece, stranamente, il giovane caporale aveva portato con sé – “forse per scrivere la denuncia” è l’ipotesi dei genitori -, poi è stato trovato “in una sacca militare” e sequestrato dai carabinieri ma agli atti non risulta nessun verbale di sequestro.

“Disagio privato di natura psicologica”, con questa motivazione il pubblico ministero, il 24 aprile 2015, ha chiesto l’archiviazione del caso – racconta Rosaria Intranuovo – Com’è possibile che non abbia mai avvertito l’utilità di parlare con me per sapere qualcosa di mio figlio, del suo carattere, del suo stato d’animo in quei giorni? Perché non sono stati ascoltati tutti i commilitoni che si dice fossero in camerata con lui o quelli presenti nelle altre 3 palazzine? Era luglio, di sabato, la caserma era pressoché vuota. Saranno stati circa 40 i presenti. Perché non raccogliere le testimonianze di tutti? Nei casi di cui la televisione parla, per mesi si interrogano decine di testimoni per arrivare alla verità. Qui tutto è incerto. La stessa ora della morte che non risulta sul verbale. Non è stata presa la temperatura del corpo, così come mi hanno detto che si fa per prassi in questi casi. Non è stato condotto alcun esame tossicologico. Abbiamo voluto che un medico di parte civile fosse presente all’autopsia ma sono molte le riserve che abbiamo sul suo operato. Basti dire che ci ha fatto avere le foto 6 mesi dopo”.

I legali della famiglia sono potuti entrare in caserma solo un mese dopo e con la scorta di dieci militari; i genitori tre mesi dopo, ma non è stato loro concesso di avvicinarsi al luogo in cui Tony è stato trovato. La loro convinzione è che Tony sia morto alcune ore prima del ritrovamento: il tempo necessario per nascondere tutto, “altrimenti perché tante anomalie”? si interrogano.

“Se veramente è stato trovato alle 6,30 com’è possibile che il colonnello, giunto da Palermo per avvertirci è arrivato alle 8,40? Come ha fatto? Ci ha detto: “Abbiamo un problemino con Tony”! Ci crede? Perché non vengono eseguiti controlli sul suo cellulare per capire quando si è mosso da Palermo. E perché attraverso il controllo delle celle telefoniche non si verifica chi fosse in caserma quella sera? Perché i funerali di Stato? E perché oggi ci fanno sapere che è possibile ottenere un’elargizione speciale, 20mila euro!, facendo riferimento a una legge che tra l’altro esclude le stesse in caso di suicidio? Pensano forse di tacitarci in questo modo”?

Domande, testimonianze che dovrebbero trovare spazio e risposte nel processo che in questo momento dipende dalle decisioni del gip che il 13 aprile deve decidere se andare avanti o accogliere la richiesta di archiviazione del pubblico ministero. Se le accogliesse sarebbe la sconfitta di tutti.

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