Un palazzolese: “Nel 2008, chiedendo un certificato, ho saputo di tre contratti verbali di affitto di terreni agricoli a mio nome”. E iniziò il calvario: “Ho quasi rischiato di trovarmi complice in una truffa”. “Tu Davide di fronte al Moloch Golia della giustizia che non riesci a fare affermare”
La storia che raccontiamo è una di quelle simboliche. Una vicenda emblematica che probabilmente ricalca, nei diversi risvolti, in alcune ricorrenze, situazioni che possono verificarsi ovunque, sebbene forse con maggiore frequenza nel nostro profondo Sud, dove alcuni principi di “civiltà” stentano ad attecchire.
La percezione di vivere in un sistema sociale ancora profondamente immaturo – agli albori nell’affinamento delle relazioni interpersonali e delle garanzie per una convivenza né barbarica né soggetta alla mera casualità, e quindi al volere capriccioso della fortuna, e non dei valori condivisi, quale regolatrice del proprio individuale benessere e della qualità della propria vita -, si acuisce per chi si allontana per qualche tempo da questa terra, per chi abbia la possibilità di sperimentare forme diverse, alternative, di convivenza, di rapporti sociali, di rispetto per il bene comune e delle regole. Ce lo raccontano anche i nostri ragazzi quando seguono gli studi universitari in altre città e, tornando nei luoghi a loro familiari, confessano il loro senso di inadeguatezza, di disagio, di estraneità e spesso insofferenza. Solo in chi prevale, forte, il dolore del distacco, e insieme l’ottimismo verso il futuro, si può far strada il desiderio di tornare, di provare almeno un po’ a cambiare una terra “irredimibile”.
In questo caso, il nostro personaggio viene da Palazzolo, ma ha risieduto per una vita a Milano e lavorato anche a Roma, tra uffici e tribunali. Ma alcuni suoi beni, frutto di un lascito testamentario, lo hanno costretto a sperimentare, in tempi recenti, l’ostilità dei vicini in campagna, la particolare arte dell’onestà che in questa provincia si pratica, la giungla che può essere il mondo giudiziario.
La piccola abitazione di fine ‘800 in un ampio fondo, nostalgicamente ristrutturata nella speranza di poter essere almeno ogni tanto un rifugio, viene saccheggiata con sistematiche incursioni. “Una sorta di supermercato, dove si poteva entrare per prendere ciò che serviva! E guai a fare rimostranze: le minacce erano esplicite e folli, fino a quelle di morte. Alla fine ci ho levato mano”.
I filari di alberi ad ornamento della strada d’accesso improvvisamente rasi al suolo, apparentemente senza motivo. Anzi forse, è l’ipotesi del nostro interlocutore, perché colpevoli di fare ombra: un sospetto che si fa strada non immediatamente (e come si sarebbe mai potuta pensare una tale stranezza!) ma quando il nostro viene a scoprire, predisponendo la sua dichiarazione di redditi, che non è solo uno l’affitto di un terreno da dichiarare, bensì quattro. Contratti mai stipulati, relazioni mai aperte. “Nel 2008, per la dichiarazione dei redditi, chiesi all’ufficio dell’Agenzia delle entrate di un comune del milanese un elenco di tutte le mie scritture contabili. È stato allora che ho scoperto tre contratti, “verbali”, di affitto di altrettanti terreni agricoli a mio nome. Qualcuno aveva deciso di sostituirsi a me in maniera illegittima, utilizzando illecitamente i miei dati personali per ottenere false scritture private e commettere una qualche truffa”.
Nella terra delle coppole diventa a volte necessario trasformarsi in investigatore, imparare a individuare le strade da percorrere per avere risposte alle proprie domande. “Prima mi sono rivolto al garante della privacy, poi all’ufficio dell’Agenzia di Palermo e quindi direttamente all’AGEA, dalla quale probabilmente erano stati erogati contributi non dovuti. Ho quasi rischiato di trovarmi complice in una truffa”.
E’ una storia che conosciamo, di cui abbiamo già parlato per altri protagonisti: ci si fa proprietari o affittuari di ettari ed ettari di terreno per ottenere i generosi finanziamenti europei, e poi li si consuma per i propri scopi che certo non saranno quelli di far fruttare le terre, e semmai promuovere una nuova impresa e creare posti di lavoro. Ecco perché forse dava fastidio l’ombra di quella quarantina di alberi: “Nelle rilevazioni aeree la parte ombreggiata viene detratta dal computo degli ettari su cui calcolare il finanziamento e anche solo perdere un po’ di graziosa elargizione fa male al cuore. Naturalmente è partita la mia denuncia. Procedure analoghe, da me attivate presso il tribunale di Latina, hanno portato a condanne di 3 anni con sanzioni anche di 5.000 euro”.
Ma si sa come vanno queste cose in Italia: non dovunque la giustizia ha gli stessi ritmi. Basta un inghippo, un fascicolo che rimane in un cassetto, un giudice troppo oberato dalle cause o che si assenta per un lungo periodo (semmai per una maternità) per allungare a dismisura i tempi. E la prescrizione è dietro l’angolo: il truffatore se la gode, e il danneggiato rimane a piangere su se stesso e sul denaro sprecato. “Un paio di anni di indagini e poi le pastoie del tribunale, i ritardi di processi che devono fare i conti con chi non lavora o lavora male, con una giustizia che non funziona perché nessuno controlla se ci sono responsabilità nei ritardi con cui si trattano le cause, perché per lo più è il cittadino la parte debole, quello che paga sempre. Da una parte, attraverso la tassazione, i magistrati, dall’altra gli avvocati”.
Ma in tribunale accade anche altro. A volte… scompaiono i fascicoli, si perdono, non si trovano, si volatilizzano. Nessuno sa dove siano. E quando, e se per caso si ritrovano, non portano stampigliato la nota obbligatoria del loro invio presso un altro ufficio per motivi di necessità. Hanno solo preso aria, per un po’.
E se capita che il malcapitato abbia deciso di cambiare avvocato perché qualcosa si rompe nell’indispensabile rapporto di fiducia che deve legare professionista e cliente, allora sono guai.
Forse non con certezza la causa possessoria che il nostro amico aveva intrapreso sarebbe finita diversamente se non si fosse perso tanto tempo nel cercare e poi ricostruire, come si fa in questi casi, il fascicolo processuale. Ma certo minore sarebbe stato lo stress, e senz’altro la spesa.
Ma può accadere anche l’evento paradossale, che ad ammettere, espressamente, addirittura per iscritto, di aver preso il fascicolo per usarlo in altro procedimento, senza neanche lasciarne traccia, sia proprio il legale revocato.
“Ho presentato una denuncia e ora il decreto di citazione diretta a giudizio, emesso dal pm, dispone la prima udienza per il prossimo 9 febbraio. La giurisprudenza parla chiaro: l’avvocato revocato, per giunta da oltre due anni, non può impossessarsi del fascicolo di parte formato all’interno di un procedimento civile nel quale egli abbia svolto funzioni difensive, sottraendolo alla cancelleria del tribunale che lo detiene, neanche se per poi riprodurlo in un ricorso atto, come nel mio caso, a ottenere un decreto ingiuntivo per ottenere la corresponsione degli onorari dovuti. Se ne possono estrarre copie ma la disponibilità piena del fascicolo è dalla norma attribuita alla parte, non all’avvocato che la rappresenta. E lo stesso viene confermato dal Codice deontologico forense. Né, al limite, in questa occasione, il mio avvocato (in realtà un vecchio amico) ha curato che risultasse il trasferimento non da un ufficio a un altro ma addirittura tra due sedi diverse.
“Non trovandolo là dove avrebbe dovuto essere, sono stato costretto a presentare istanza per la sua ricostruzione. E ancora più evidenti sarebbero stati i danni se non lo avessi io stesso fortunosamente rinvenuto. Per lavoro ho frequentato le aule di giustizia, sono entrato nei meccanismi giudiziari, ma davvero la mia vicenda processuale ha qualcosa di kafkiano. Ti senti con le spalle scoperte quando ti accorgi che proprio nel luogo in cui i tuoi diritti dovrebbero essere tutelati, trovare la loro massima affermazione, proprio lì sei un uomo senza tutele e devi lottare per affermare le tue ragioni. Ho vissuto sulla mia pelle l’amara percezione che il sistema si difende, che cane non morde cane, che di te ciò che interessa è solo il portafoglio. Avrei potuto desistere, lasciar stare, perché 7 – 8 anni sono tanti, troppi, specie se lo stato d’animo è di mortificazione e di debolezza: tu Davide di fronte al Moloch Golia della giustizia che non riesci a fare affermare. Ma avrebbe significato riconoscere non la mia sconfitta bensì quella dei valori ai quali ho da sempre improntato la mia esistenza, anche attento al rispetto delle regole e degli altri al di là delle consuetudini”.
Qual è oggi la sua preoccupazione? gli chiediamo. “Anche se finalmente sembra che si debba segnare una svolta in queste mie vicende giudiziarie, avverto un profondo senso di sfiducia. Quasi mi sento accerchiato da avversari molto più organizzati di me, più forti. Voglio che questa mia storia abbia il valore di una testimonianza”.

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